Weekly Recs | 2020/22

Polwechsel & Klaus Lang – Unseen (Hat Hut / ezz-thetics, 2020)

Vittorio Guindani – Jisei (901 Editions, 2020)

Golden Retriever & Chuck Johnson – Rain Shadow (Thrill Jockey, 2020)



Polwechsel & Klaus Lang – Unseen

Hat Hut / ezz-thetics, 2020 | avantgarde, free impro

Avevo perso di vista le vicende della gloriosa Hat Hut di Werner X. Uehlinger, che in effetti ha ripreso l’attività a pieno regime soltanto nel gennaio 2019, introducendo la sotto-etichetta ‘ezz-thetics’ con inediti live d’archivio di leggende dell’avant-jazz e sessioni di libera improvvisazione contemporanea. Non poteva dunque mancare il ritorno di una formazione oramai storica, che con Unseen taglia il traguardo dei 25 anni.

Il nome Polwechsel è sinonimo di territori inesplorati e forse inesplorabili, di un cauto avanzare nel buio per mezzo di un’espressione sonora che disconosce canoni e tecniche tradizionali. Nel loro ottavo disco, all’attuale nucleo principale di Burkhard Beins, Martin Brandlmayr (percussioni), Werner Dafeldecker (contrabbasso) e Michael Moser (violoncello) si aggiunge l’austriaco Klaus Lang, prolifico sperimentatore e organista già pubblicato da altri marchi d’alto profilo come Edition RZ, Col Legno, Kairos e Another Timbre. Ed è certamente l’organo a canne l’elemento chiave delle tre composizioni qui presentate – rispettivamente a firma di Lang, Moser e Dafeldecker –, in stretta relazione con le risonanze acustiche della Stiftskirche di Sankt Lambrecht, in Austria. 

Nelle note di copertina, la sound artist Joanna Bailie ben sottolinea il carattere acusmatico di queste indagini, ossia l’irrintracciabilità delle fonti entro un quadro estremamente diversificato di accumulazioni tonali e sub-armoniche.
Un disorientamento che si rende più che mai evidente in “Redeem”, dove l’abissale introspezione di Lang e Dafeldecker produce il torbido basamento dal quale hanno origine tutte le altre apparizioni sonore, un minaccioso brodo primordiale che incarna il mistero e l’orrore di tutto ciò che trascende la conoscenza umana. Solo a metà del brano svetta la giusta intonazione dell’organo, sebbene lo stridore degli archetti sui piatti continui ad alimentarne il sinistro presagio. 
Più free-form e relativamente “impressionistico”, invece, il brano iniziale: l’ineffabile drammaturgia di “Easter Wings” sembra dipanarsi dagli anfratti più reconditi della memoria, con sprazzi onomatopeici e punteggiature cromatiche che si propagano in maniera disordinata tra le ampie arcate gotiche della chiesa abbaziale.

Ispirato a una poesia del trovatore Guglielmo di Poitiers, “No sai cora-m fui endormitz” (‘Non so in quale ora sono addormentato’) introduce un tema irregolare e sfuggente ripetuto a ritmo agitato per diversi minuti, finché la coralità dell’ensemble non si discioglie in un solenne e brumoso drone nel quale sembrano confluire i rivoli dell’intero spettro armonico; al decimo minuto gli archi e l’organo riprendono l’intricato fraseggio ascendente con pause più lunghe tra le reiterazioni, mentre Beins e Brandlmayr tratteggiano i confini della stereofonia con colpi leggeri sui piatti; le ultime note solitarie di Lang si elevano nel registro acuto, come i raggi luminosi di una momentanea estasi alla Messiaen.

Grazie a una location d’eccezione e all’apporto atmosferico di Klaus Lang, il collettivo Polwechsel realizza quello che a oggi è forse il suo esperimento più radicale e totalista, elevamento a potenza di una pratica compositiva che esiste realmente soltanto nell’immediatezza del tempo presente.


I had lost sight of the whereabouts of Werner X. Uehlinger’s glorious Hat Hut imprint, which in fact fully resumed its activity only in January 2019, introducing the sub-label ‘ezz-thetics‘ with unpublished archival live sets by avant-jazz legends and other sessions of contemporary free improvisation. Therefore it also could not miss the return of a by now historical formation, which with Unseen crosses the 25-year milestone.

The name Polwechsel is synonymous with unexplored and perhaps unexplorable territories, a cautious advance in the dark by means of a sound expression that disregards traditional canons and techniques. In their eighth album, the main core now represented by Burkhard Beins, Martin Brandlmayr (percussions), Werner Dafeldecker (double bass) and Michael Moser (cello) is joined by the Austrian Klaus Lang, a prolific experimenter and organist already published by other high-profile labels such as Edition RZ, Col Legno, Kairos and Another Timbre. The pipe organ is undoubtedly the key element of the three compositions presented here – signed by Lang, Moser and Dafeldecker respectively -, in close relationship with the acoustic resonances of the Stiftskirche in St. Lambrecht, Austria.

In the liner notes, the sound artist Joanna Bailie rightly underlines the acousmatic nature of these investigations, that is, the untraceability of the sources within an extremely diversified framework of tonal and sub-harmonic accumulations.
A disorientation which is particularly evident in “Redeem”, where Lang’s and Dafeldecker’s abysmal introspection produces the murky base from which all the other sonic apparitions originate, a menacing primordial soup that embodies the mystery and horror of all that transcends human knowledge. Only halfway through the piece does the just intonation of the organ stand out, although the screech of bowed cymbals continues to fuel its sinister omen.
More free-form and relatively “impressionistic”, on the other hand, is the initial sequence: the ineffable dramaturgy of “Easter Wings” seems to unravel from the most recondite ravines of memory, with onomatopoeic jolts and chromatic punctuations that propagate in a disorderly way among the vast gothic arches of the abbey church.

Taking its inspiration from a poem by the troubadour Guilhem de Poiteu, “No sai cora-m fui endormitz” (‘I don’t know when I’m asleep’) introduces an irregular and elusive theme repeated at an agitated rhythm for several minutes, until the ensemble’s chorality dissolves in a solemn and misty drone through which the streams of the entire harmonic spectrum seem to flow; at minute ten the strings and the organ once again pick up the intricate upward phrasing with longer pauses between the reiterations, while Beins and Brandlmayr outline the limits of the stereophony with light strokes on the cymbals; Lang’s final solitary notes rise towards the high register, like the light beams of a momentary Messiaen-like ecstasy.

Thanks to an exceptional location and the atmospheric contribution of Klaus Lang, the Polwechsel collective gives shape to that which to this date is perhaps its most radical and totalist experiment, the exponentiation of a compositional practice that truly exists only in the immediacy of the present time.


Vittorio Guindani – Jisei

901 Editions, 2020 | reductionism, sound art


I frammenti raccolti in Jisei sono ventisei memorandum della nostra perduta capacità di prestare realmente attenzione al suono, di discernere le componenti minime che un fenomeno acustico racchiude in sé, a volte inevidenti sino al punto di non emergere neppure attraverso il loro isolamento artificiale.
Al confine tra l’étude e l’esercizio d’assenza, tra il field recording e la più radicale estetica lowercase, il bresciano Vittorio Guindani ci richiama a una dimensione esperienziale in cui la nota dominante è il silenzio, e gli echi che lo attraversano non sono altro che scosse e correnti d’aria transitorie, ombre d’esistenza che si direbbe non appartengano né al regno animale né a quello inanimato – o persino a loro stesse.

Minuti crepitii, percussioni smorzate, room tones e impressioni naturalistiche memori di Apichatpong Weerasethakul, di rado contrappuntate da linee strumentali prossime alla trasparenza. Nella sua arcana assolutezza è il verbo ‘essere’ quello che sottende alle variazioni sul tema di Jisei, un catalogo povero nella forma ma segretamente ricco nell’essenza, il cui titolo deriva dalle “poesie dell’addio” giapponesi, estremi componimenti coi quali congedarsi dal mondo dei viventi.
Ed è proprio il carattere al contempo effimero ed ermetico degli estratti che invita a ritornarvi, nella consapevolezza che scioglierne il nodo comprometterebbe la loro bellezza discreta, avvolta in un buio misterico che non pone domande né offre risposte.

Il fine artigianato sonoro di Guindani è qui accostato ai dipinti di Marina Marcolin, sorta di versioni ad acquerello delle impronte di fumo e fuliggine di Claudio Parmiggiani, memoria in negativo di oggetti annullati per mano di un fuoco purificatore. Due forme ulteriori e complementari di quell’attitudine alla pura contemplazione che la 901 Editions di Fabio Perletta persegue con cura e mirabile coerenza sin dalla sua fondazione.


The fragments collected in Jisei are twenty-six memorandums of our lost ability to really pay attention to sound, to discern the minimum components that an acoustic phenomenon contains, sometimes unnoticeable to the point of not even emerging in their artificial isolation.
At the edge between the étude and the exercise of absence, between field recording and the most radical lowercase aesthetics, Brescia’s Vittorio Guindani calls us to an experiential dimension in which the dominant note is silence, and the echoes passing through it are nothing but mild tremors and transient drafts, shadows of existence that don’t seem to belong neither to the animal kingdom nor to the inanimate one – or even to themselves.

Tiny crackles, muffled percussions, room tones and naturalistic impressions mindful of Apichatpong Weerasethakul, rarely counterpointed by instrumental lines close to transparency. In its arcane absoluteness, it’s the verb ‘to be’ that which underlies the variations on Jisei’s theme, a catalog poor in form but secretly rich in essence, whose title derives from the Japanese “farewell poems”, ultimate compositions with which one takes leave from the world of the living.
And it is precisely the character of these extracts, at the same time ephemeral and hermetic, that invites us to get back to them, in the awareness that untying their knot would end up compromising their discreet beauty, wrapped in a mysterious darkness that doesn’t ask questions nor offers answers.

Guindani’s fine sound craftsmanship is here combined with the paintings of Marina Marcolin, which look like watercolor versions of Claudio Parmiggiani’s smoke and soot imprints, a negative memory of objects canceled by the hand of a purifying fire. Two ulterior and complementary forms of the attitude to pure contemplation that Fabio Perletta’s 901 Editions has pursued with care and admirable consistency since its foundation.


Golden Retriever & Chuck Johnson – Rain Shadow

Thrill Jockey, 2020 | ambient/drone


Credo che il ritorno alla strumentazione acustica nella composizione ambient sia il segno di un sensibile cambio di prospettiva: significa iniettare nuova linfa umana in un genere che negli anni sembra aver teso sempre più alla sospensione della realtà, a un’astrazione che vuole quasi sfiorare il sovrannaturale. Matt Carlson e Jonathan Sielaff, d’altro canto, hanno sempre unito la qualità eterea del sintetizzatore al soffio corposo del clarinetto basso, affinando nel corso di dieci anni la loro estetica assorta e inebriante.

Dopo alcune autoproduzioni il duo Golden Retriever è entrato a far parte del variegato roster di Thrill Jockey, al fianco di progetti analoghi come Barn Owl e Mountains. Al loro decimo Lp si aggiunge per la prima volta un elemento ulteriore: il chitarrista Chuck Johnson, affermatosi nella scena indie anni 90 con gli Spatula e attivo da circa un decennio come solista ambient-folk. 
Sin dai primi istanti si rende evidente la straordinaria intesa espressiva di cui gode Rain Shadow, tanto più considerando che è stato interamente concepito a distanza, con il contributo di ogni musicista dalle rispettive dimore. Un fertile interscambio di spunti iniziali ha così condotto alla creazione di quattro tracce in cui l’inedito trio anela a un vasto respiro cosmico senza dimenticare la propria finitezza, come un’estrema proiezione del sé nell’orizzonte ipotetico dell’eternità.

Svettano inevitabilmente le due tracce estese, graduali abbandoni all’ipnosi dei delicatissimi shift tonali di pedal steel guitar e fiati, come tracciando col dito le costellazioni della volta celeste, dipinta dalle scie di synth e da loop di nastri in lenta degradazione. “Empty Quarter” è l’introduzione al viaggio, il dispiegamento della mappa su cui stabilire la rotta, mentre “Sage Thrasher” è la chiaroscurale immersione nell’ignoto, un addensamento di atmosfere che si risolve nella completa saturazione.
Intrecci melodici decisamente più nitidi, invero cristallini, sono il fine tessuto di “Lupine” e “Creosote Ring”, vie d’accesso più dirette alla poetica sognante del trio, che nei fraseggi echeggianti del clarinetto assume certe inflessioni post-jazz di marca ECM. Quaranta minuti per farsi attraversare da un alito di sovrumana meraviglia.


I believe that the return to acoustic instrumentation in ambient composition is the sign of a relevant change of perspective: it means injecting new human lymph into a genre that over the years seems to have increasingly aimed at the suspension of reality, a form of abstraction that wants to almost verge on the supernatural. Matt Carlson and Jonathan Sielaff, on the other hand, have always combined the ethereal quality of the synthesizer with the full-bodied breath of the bass clarinet, refining their absorbed and intoxicating aesthetics over the course of ten years.

After a few self-productions, the duo Golden Retriever has joined Thrill Jockey’s diverse roster, alongside similar projects such as Barn Owl and Mountains. In their tenth LP, an additional element joins them for the first time: the guitarist Chuck Johnson, who established himself in the 90s indie scene with the band Spatula and has been active for about a decade as an ambient-folk soloist.
From the very first moments Rain Shadow renders evident the extraordinary expressive agreement underlying it, all the more considering that it was entirely conceived separately, with each musician contributing from their respective homes. A fertile exchange of initial ideas has thus led to the creation of four tracks in which the new trio longs for a vast cosmic breath without forgetting their finitude, like an extreme projection of the self in the hypothetical horizon of eternity.

Inevitably standing out are the two extended tracks, gradual abandonments to the gentle hypnosis of the pedal steel guitar and reeds shifting in tone, as if tracing with a finger the constellations of the celestial vault, painted by synth trails and slowly degrading loop tapes. “Empty Quarter” is the introduction to the journey, the unfolding of the map on which to establish the route, while “Sage Thrasher” is the chiaroscuro immersion into the unknown, a thickening of atmospheres that resolves in complete saturation.

Much neater – indeed crystal clear – melodic weaves constitute the refined fabric of “Lupine” and “Creosote Ring”, more direct entryways to the dream-like poetics of the trio, which in the echoing phrases of the clarinet takes on certain post-jazz inflections of ECM lineage. Here’s forty minutes to let yourselves be traversed by a waft of superhuman wonder.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...