Morton Feldman – Coptic Light; String Quartet and Orchestra

Arditti Quartet / ORF Vienna Radio Symphony Orchestra
Michael Boder • Emilio Pomàrico

Capriccio, 2020
20th-century classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Morton Feldman non ragionava in termini quantità ma di essenza e presenza della propria musica in rapporto al tempo, arrivando con le ultime opere da camera e per pianoforte solo a renderla materia assieme sonora e temporale – due aspetti inscindibili e decisamente influenti della sua poetica matura. Le singole note e le pause mantengono un’assoluta pregnanza anche nella loro “diluizione” sulla lunga durata, sia essa persino di quattro o sei ore (rispettivamente il trio “For Philip Guston” e il secondo quartetto per archi).
È come per una sorta di proprietà transitiva, dunque, che a fronte di una contrazione temporale le partiture di Feldman si addensano, le trame e gli orditi si infittiscono come i tappeti mediorientali alle quali si ispirano, microcosmi tessili che racchiudono storie, geografie, culti e simbologie in un tutto che è somma di tante parti rese, per l’appunto, indivisibili.

Sebbene molti brani del maestro newyorkese sembrino originare dal nulla e ritornarvi senza offrire spiegazioni, come “parentesi interrogative” nel discorso sensoriale, l’ultima composizione per grande orchestra “Coptic Light” (1986) è una folgorante anomalia nella sua produzione, e forse anche per questo è tra le opere che più spesso ricorrono nella crescente discografia. Nell’album edito dall’etichetta austriaca Capriccio è la Vienna Radio Symphony Orchestra diretta da Michael Boder a dar vita a questa visione subitanea e totalizzante la cui potenza auratica è impossibile da eludere, ancorché costretta entro i limitati confini di una registrazione stereo.
Il poderoso organico del brano include, oltre a sezioni quadruplicate di legni e ottoni, quattro vibrafoni, due arpe e due pianoforti: con questi elementi Feldman realizza una “pienezza politonale e poliritmica” [Peter Niklas Wilson] il cui moto ondulatorio produce un effetto di costante “chiaroscuro”, espediente atto a simulare l’azione del pedale di un pianoforte applicata all’interezza di un’orchestra.

I tappeti intessuti a mano dall’antica civiltà egizia dei Copti, e in particolare gli esemplari conservati nelle collezioni del Louvre, suggeriscono al tardo Feldman la rinuncia alle flemmatiche sequenze di motivi e accordi che sino ad allora caratterizzavano il suo stile distintivo, optando invece per un fitto intreccio che di dipana per moti inversi, sia interni che esterni alle varie sezioni dell’orchestra, le quali suonano tutte insieme, sin dall’attacco, per l’intera durata del brano.
Viene così a crearsi un perpetuo baluginio di luce e colore, una tenue nube entro cui le dissonanze convivono con armonie cristalline nel manifestarsi della scala cromatica nella sua interezza. Nonostante la pluralità di contrasti tonali, è l’apparente oscillazione degli archi a guidare quella che suona come l’incerta prosecuzione ad libitum dell’accordatura che precede un concerto, quasi Feldman tentasse di intonarsi con l’ineffabile vastità dell’universo. Ed è forse, questo, il congiungimento definitivo con l’estetica pittorica di Mark Rothko, presenza immota eppure viva e pulsante, un muto riflesso dell’anima che parrebbe esistere unicamente nel momento epifanico della sua “attivazione” visiva.

Arditti Quartet

L’accostamento di “Coptic Light” al ben precedente “String Quartet and Orchestra” (1973) accentua il considerevole divario formale ed espressivo tra le due opere. Composta in seguito a una commissione da parte della Buffalo Philharmonic Orchestra e del suo direttore Michael Tilson Thomas, la partitura è affidata anche in questo caso alla Vienna RSO sotto la direzione di Emilio Pomàrico, con il complemento d’eccellenza dell’Arditti Quartet (Irvine Arditti, Ashot Sarkissjan, Ralf Ehlers e Lucas Fels, formazione stabile dal 2006 a oggi). 
Benché il repertorio degli Arditti sia oramai un’autentica enciclopedia del contemporaneo – si veda la sterminata edizione Naïve/Montaigne a loro dedicata –, con riguardo a Feldman vi figurano soltanto “Structures” (1951) e il primo quartetto per archi (1979). Anche per questo motivo l’album pubblicato da Capriccio è un’occasione rara per ascoltare una delle più prestigiose formazioni da camera al mondo confrontarsi con la poetica del maestro americano, e in particolare con un brano già di per sé poco documentato a livello discografico.

Sin dalle prime battute “String Quartet and Orchestra” assume un afflato tardo-romantico, un fragile compromesso stilistico tra Wagner e Schönberg che reca le tracce terminali di una malinconia ancora distintamente percepibile, seppur prossima allo sfaldamento in quei pattern minimali e autoriferiti che sarebbero divenuti il fondamento dell’opera matura di Feldman.
Il carattere del brano, comunque, è già alquanto improntato a una “mutevole stasi”, turbata da improvvise elevazioni e addensamenti di ottoni che si fanno più frequenti nella seconda metà, in uno sviluppo drammatico discontinuo ma d’intensità montante. Soltanto il quartetto d’archi sèguita nel proprio sommesso lamento, svettando sui bordoni dell’orchestra con toccanti progressioni in vibrato – tecnica messi al bando nelle successive composizioni, che invocano un estremo abbandono della personalità da parte dell’interprete. Anche in questo caso, comunque, la “domanda non risposta” risiede nel sottrarsi a un chiaro apice climatico, e da ultimo nel ritorno al tema iniziale, non in quanto elemento risolutivo bensì scaturigine problematizzante del brano stesso.

Dopo le irrinunciabili edizioni della Mode Records e di Another Timbre, l’austriaca Capriccio ci consegna un’altra incisione fondamentale per la riscoperta sempre più ampia e trasversale di Morton Feldman, il cui richiamo all’essenza mai come ora sembra andare incontro alla sensibilità dell’ascoltatore contemporaneo, vieppiù incline alla logica del “less is more”.

Listen on Spotify


Morton Feldman did not think in terms of quantity but of essence and presence of his music in relation to time, only with his late chamber and solo piano works getting to make it both a sonic and temporal matter – two indissociable and decidedly influential aspects of his mature poetics. The individual notes and pauses maintain an absolute significance even in their “dilution” over long durations, be them even of four or six hours (respectively the trio “For Philip Guston” and the second string quartet).
It is according to some sort of transitive property, therefore, that in the face of a temporal contraction, Feldman’s scores thicken, their wefts and warps tightening like the Middle Eastern carpets to which they are inspired, textile microcosms that enclose histories, geographies, cults and symbols into a whole that is the sum of many parts made, in fact, indivisible.

Although many pieces by the New York master seem to originate from nothingness and to it return without offering explanations, like “interrogative parentheses” in the sensorial discourse, the final composition for large orchestra “Coptic Light” (1986) is a striking anomaly in his production, and perhaps also for this reason it stands among the most recurring works in the ever-growing discography. On the album published by the Austrian label Capriccio, the Vienna Radio Symphony Orchestra conducted by Michael Boder gives life to this sudden and totalizing vision whose auratic power is impossible to evade, even when forced within the limited confines of a stereo recording.
The massive organic needed for the piece includes, in addition to fourfold woodwinds and brass sections, four vibraphones, two harps and two pianos: with these elements Feldman achieves a “polytonal and polyrhythmic fullness” [Peter Niklas Wilson] whose wave motion produces an effect of constant “chiaroscuro”, a device aimed at simulating the action of a piano pedal applied to the entirety of an orchestra.

The hand-woven carpets from the ancient Egyptian Coptic civilization, and particularly the specimens preserved in the Louvre’s collections, suggested the late Feldman to renounce the phlegmatic sequences of motifs and chords that until then characterized his distinctive style, to opt instead for a dense weave that unravels through inverse motions, both internal and external to the various sections of the orchestra, all playing together since the very opening and for the entire duration of the piece. 
Thus a perpetual glimmer of light and color is created, a tenuous cloud within which dissonances coexist with crystalline harmonies in the manifestation of the whole chromatic scale. Despite the plurality of tonal contrasts, it’s the apparent oscillation of the strings that guides what sounds like the uncertain ad libitum continuation of the tuning that precedes a concert, as if Feldman had tried to attune himself to the ineffable vastness of the universe. This is also, perhaps, the definitive connection with Mark Rothko’s pictorial aesthetics, an immobile yet lively and pulsating presence, a silent reflection of the soul that seems to exist only in the epiphanic moment of its visual “activation”.

Morton Feldman

The combination of “Coptic Light” with the earlier “String Quartet and Orchestra” (1973) accentuates the considerable formal and expressive gap between the two works. Composed following a commission by the Buffalo Philharmonic Orchestra and its director Michael Tilson Thomas, the score is once again entrusted to the Vienna RSO under the direction of Emilio Pomàrico, complemented by the excellent Arditti Quartet (Irvine Arditti, Ashot Sarkissjan, Ralf Ehlers and Lucas Fels being the stable line-up from 2006 to today).
Although the Arditti’s repertoire is by now an authentic contemporary encyclopedia – see the immense Naïve/Montaigne edition dedicated to them –, with regard to Feldman, only “Structures” (1951) and the first string quartet (1979) are included in it. For this reason too, the album published by Capriccio is a rare opportunity to listen to one of the most prestigious chamber ensembles in the world confronting the poetics of the American master, and particularly with a piece that is quite poorly documented on record.

From the very first measures, “String Quartet and Orchestra” takes on a late-Romantic afflatus, a fragile stylistic compromise between Wagner and Schönberg which bears the terminal traces of a still clearly perceivable melancholy, albeit close to collapsing into those minimal and self-centered patterns that would set the foundation of Feldman’s mature work.
The character of the piece, however, is already somewhat marked by a “mutable stasis”, perturbed by sudden elevations and thickenings of brass that become more frequent in the second half, in a discontinuous but intensifying dramatic development. Only the string quartet proceeds in its subdued lament, soaring on the orchestra’s drones with affecting progressions with vibrato – a technique banned from subsequent compositions, which invoke an extreme abandonment of the interpreter’s personality. Also in this case, however, the “unanswered question” lies in the avoidance of a clear climactic apogee, and lastly in the return to the initial theme, not as a resolutive element but instead the problematic source of the piece itself.

After the indispensable editions by Mode Records and Another Timbre, the Austrian imprint Capriccio offers us another fundamental recording for the ever wider and transversal rediscovery of Morton Feldman, whose call to essence, now more than ever, seems to meet the sensitivity of contemporary listeners, increasingly prone to the “less is more” logic.

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