Weekly Recs | 2020/25

Rhodri Davies – Transversal Time (Confront Recordings, 2020)

Anla Courtis & Daniel Menche – Cuspa Llulu (Moving Furniture, 2020)

Antoine Beuger – Dedekind Duos (Inexhaustible Editions, 2020)



Rhodri Davies – Transversal Time

Confront Recordings, 2020 | reductionism, experimental


In seguito alla diffrazione delle correnti post-tonali e al sostanziale compimento dell’avventura minimalista, le nuove avanguardie radicali si sono dedicate più di tutte alla conquista del tempo, forse l’ultima frontiera cui rivolgersi per attingere a nuove forme di relazione tra suono e silenzio. La sensibilità dell’arpista Rhodri Davies lo ha condotto in ogni parte del mondo nella quale ci fosse spazio per esprimersi a partire da un ascolto profondo, presupposto e sostanza del gesto sonoro improvvisato in stretto dialogo con qualsiasi interlocutore. 

La partecipazione alla serie ‘Occam’ di Éliane Radigue è stata certamente uno dei coronamenti fondamentali nel suo approccio strumentale, ma è giusto approfondire anche la poco documentata produzione autografa di Davies, che con l’etichetta collettiva Confront pubblica l’incisione del brano per ensemble “Transversal Time” (2017), eseguito a Cardiff nell’ambito del festival Experimentica 2018 (il cui tema annuale era, per l’appunto, “About Time: Duration, Action, Space and Perception”). L’opera, tuttavia, non è soltanto un riflesso dell’attuale ambito di ricerca compositiva, ma anche dell’esperienza di vita dell’autore, cresciuto attorno a una tradizione familiare di orologiai.

Per chi frequenta questo particolare settore, la presente performance ha come ulteriore attrattiva l’ampia partecipazione di importanti figure della scena sperimentale internazionale: al fianco di Davies (arpa elettrica e a pedali) troviamo infatti Ryoko Akama (elettronica), Sarah Hughes (zither), Sofia Jernberg (voce), Pia Palme (flauto contrabbasso), Adam Parkinson (software di programmazione), Lucy Railton (violoncello), Pat Thomas (piano, elettronica) e Dafne Vicente-Sandoval (fagotto). 
Variamente disposti in un contesto di semi-oscurità, i musicisti sono fiocamente illuminati da punti luce intermittenti, guide visive utili a seguire i diversi sistemi temporali loro assegnati – regolare, decimale o esadecimale. L’effetto complessivo è quello di orbite che viaggiano a velocità irregolari, incrociandosi brevemente in armonie accidentali ma delicate: una fluttuazione anche in senso “verticale”, con note sostenute che sfiorano appena i semitoni adiacenti, creando un panorama discontinuo e puntillista simile al “Atlas Eclipticalis” di Cage.

Le corde vibrate di Davies, Hughes e Railton, assieme al soffio profondo del fagotto, offrono un filiforme contrappunto alla crescente difformità del flauto (vieppiù prossimo a un battito percussivo) e della voce di Jernberg, impegnata in gorgheggi soffocati alla Diamanda Galás che ne comprimono all’inverosimile il potenziale timbrico, e che nella sezione centrale del brano rimangono l’unica, sinistra presenza acustica.
Gli armonici naturali del violoncello e le corde smorzate del pianoforte annunciano la ripresa del dialogo d’insieme, segnato da brevi stoccate che evocano più chiaramente le bronzee meccaniche degli antichi segnatempo, custodi di ritmi di vita e rituali che tornano a disperdersi entro la nube di toni continui che si addensa e decomprime negli ultimi minuti della performance, accarezzando gradualmente la quiete che precede un silenzio altrettanto pregno di valenza espressiva.


Following the diffraction of post-tonal currents and the substantial fulfillment of the minimalist adventure, the new radical avant-gardes have dedicated themselves above all to the conquest of time, perhaps the last frontier to turn to in order to draw on new forms of relationship between sound and silence. The sensitivity of the harpist Rhodri Davies has led him to every part of the world where there was room to express himself starting from a deep listening, precondition and substance of the improvised sound gesture in close dialogue with any interlocutor.

Participating in Éliane Radigue’s ‘Occam’ series was certainly one of the fundamental coronations in his instrumental approach, but it’s also worth delving into the little documented autograph production of Davies, who through the collective label Confront releases the recording of ensemble piece “Transversal Time” (2017), performed in Cardiff as part of the Experimentica 2018 festival (whose annual theme precisely was “About Time: Duration, Action, Space and Perception”). The work, however, is not only a reflection of the current field of compositional research, but also of the life experience of the author, who grew up around a family tradition of watchmakers.

For those who frequent this particular sector, the present performance is moreover attractive for the wide participation of important figures from the international experimental scene: alongside Davies (electric and pedal harp) we find Ryoko Akama (electronics), Sarah Hughes (zither), Sofia Jernberg (vocals), Pia Palme (contrabass recorder), Adam Parkinson (programming), Lucy Railton (cello), Pat Thomas (piano, electronics) and Dafne Vicente-Sandoval (bassoon).
Variously arranged in a context of semi-darkness, the musicians are dimly illuminated by intermittent spotlights, visual guides useful for following the different temporal systems assigned to them – regular, decimal or hexadecimal. The overall effect is that of orbits travelling at irregular speeds, briefly crossing in accidental but delicate harmonies: a fluctuation also in a “vertical” sense, with sustained notes that barely skim the adjacent semitones, creating a discontinuous and pointillist scenario resembling Cage’s “Atlas Eclipticalis”.

The vibrated strings of Davies, Hughes and Railton, together with the deep breaths of the bassoon, offer a filiform counterpoint to the increasing deformity of the flute (bordering on a percussive beat) and of Jernberg’s voice, engaged in a suffocated, Diamanda Galás-like warbling that compresses its timbral potential to a fault, ending up being the sole sinister acoustic presence in the middle of the piece.
The natural harmonics of the cello and the muffled strings of the piano announce the resumption of the concerted dialogue, marked by brief thrusts evoking more clearly the bronzy mechanisms of ancient timepieces, custodians of life rhythms and rituals that once more disperse within the plume of continuous tones that thickens and decompresses in the last minutes of the performance, gradually caressing the quietness that precedes a silence equally impregnated with expressive value.


Anla Courtis & Daniel Menche – Cuspa Llulu

Moving Furniture, 2020 | dark ambient/drone, noise


È l’ibridazione non premeditata ad attrarre continuamente certi sperimentatori verso nuove collaborazioni, come se per loro il terreno dell’incertezza fosse l’unico davvero fertile. Allo stesso modo, tale pratica esercita sull’ascoltatore una fascinazione quasi morbosa per la chimera sonora che viene inaspettatamente alla luce, il parto congiunto e irripetibile di istinti creativi insaziabili. 

Cuspa Llulu è il secondo album in duo tra lo statunitense Daniel Menche e l’argentino Alan “Anla” Courtis, entrambi prolifici collaboratori dal curriculum prestigioso: registrate tra le rispettive città natie di Portland e Buenos Aires, le due tracce estese di quest’ultimo Lp sono forgiate in un orrore subdolo e pervasivo, tutt’altro che esplicito, visioni indesiderabili la cui peculiarità risiede soprattutto nella qualità al contempo tangibile e acusmatica delle sorgenti impiegate.

Clangori, sbuffi e grezze vibrazioni popolano lo sfuggente scenario di “Sumaq T’ikraq”, continuamente sospeso tra respiro animalesco e meccanica industriale – la cui primaria alterità timbrica ricorda le ‘sound icons’ di Horaţiu Rădulescu, pianoforti distesi su un lato e suonati con l’archetto sulle corde della cassa armonica. Sono echi di una world music smembrata e scarnificata, ai quali si aggiungono ulteriori detriti e concrezioni di rumore indistinto, feedback e bordoni d’accumulo che arrivano a simulare un opprimente effetto quadrimensionale. 

Ancor più oscuro ed espressionista, poi, il lato B occupato da “Achka t’asla”: una waste land al termine della notte che esala miasmi roventi e ove basse manovalanze da girone infernale si ripetono senza sosta, nel crescente frastuono d’alte frequenze e granulosi ammassi digitali che offuscano la percezione del quadro. Tra oscillazioni stereofoniche e sirene da allarme nucleare, l’orrore ancestrale di Cuspa Llulu finisce per annientarsi da sé, inghiottito in una saturazione abrasiva che lascia soltanto le ceneri di un inquietante ricordo sensoriale.


It’s the non-premeditated hybridization that continually attracts certain experimenters to new collaborations, as if for them the terrain of uncertainty was the only truly fertile one. In the same way, this practice exerts on the listener an almost morbid fascination for the sonic chimera that unexpectedly comes to light, the joint and unrepeatable brainchild of insatiable creative instincts.

Cuspa Llulu is the second album shared by the American Daniel Menche and the Argentinean Alan “Anla” Courtis, both prolific collaborators with prestigious curricula: recorded between their respective hometowns of Portland and Buenos Aires, the two extended tracks of this new LP are forged in a subtle and pervasive, far from explicit horror, undesirable visions whose peculiarity lies above all in the both tangible and acousmatic quality of the sources deployed.

Clangours, whiffs and raw vibrations populate the elusive scenario of “Sumaq T’ikraq”, continually suspended between an animal-like breath and industrial mechanics – whose primary timbral alterity recalls Horaţiu Rădulescu’s ‘sound icons’, pianos laying on their side and bowed on the strings in the sound box. They are echoes of a dismembered and defleshed world music, to which are added further debris and concretions of indistinct noise, feedbacks and accumulating drones that concur in simulating an oppressive four-dimensional effect.

Even more obscure and expressionist, then, the B side occupied by “Achka t’asla”: a waste land at the end of the night exhaling scorching miasms, where the grunt works of an infernal circle relentlessly repeat, while the increasing din of high frequencies and grainy digital clusters blur the perception of the whole frame. Between stereophonic oscillations and nuclear alarm sirens, the ancestral horror of Cuspa Llulu ends up annihilating itself, swallowed in an abrasive saturation that leaves only the ashes of a disturbing sensorial memory.


Antoine Beuger – Dedekind Duos

Carl Ludwig Hübsch / Pierre-Yves Martel
Inexhaustible Editions, 2020 | contemporary classical, reductionism


Pur nell’estrema essenzialità formale – o proprio a causa di questa – l’estetica musicale di Antoine Beuger è tra le più difficili a cogliersi nell’ambito del collettivo Wandelweiser, singolare comunità internazionale di cui è principale fondatore. Nel tempo le sue partiture si sono ispirate a figure di rilievo in ogni ambito del sapere, dalla filosofia alla cinematografia, dalla poesia alla musica stessa: una varietà di suggestioni che immancabilmente si traduce in un estremo riduzionismo tonale ed espressivo; un’indole che porta a immaginare Beuger come una sorta di “de-compositore” intento a sezionare, catalogare e conservare i minimi termini dell’intuizione cui si affida di volta in volta.

Nel 2003 l’autore olandese dedica due opere a figure di rilievo negli studi matematici, ossia Georg Cantor (1845 – 1918) e Richard Dedekind (1831 – 1916), i quali ben si conoscevano ed ebbero a lungo una corrispondenza epistolare. A quest’ultimo dobbiamo significativi contributi nella teoria dei numeri, e tra questi soprattutto la definizione degli insiemi infiniti quale concetto fondamentale alla comprensione del mondo. Beuger gli tributa dunque i “Dedekind Duos” (2003), eseguibili con due strumenti a scelta. Risale al 2009 la prima incisione pubblicata dalla stessa Edition Wandeweiser con la performance del duo Contour (vibrafono e tromba), formazione per la quale il brano è stato originariamente concepito. 
Oggi esce invece per la slovena Inexhaustible Editions una nuova interpretazione per tuba e viola da gamba, a opera di Carl Ludwig Hübsch (tra le innumerevoli formazioni anche Ariha Brass Quartet) e Pierre-Yves Martel. (recentemente ascoltato con Matthias Müller in Dis-Drill).

In un’intervista con Simon Reynell, direttore di Another Timbre, Beuger spiega come per lui la musica in duo sia “una musica su ‘l’essere in due’, o, più radicalmente, sull’amore. […] l’arte dell’approssimazione (in accordatura, tempo, bilanciamento sonoro…) può essere la più reminiscente, commemorativa, risonante in relazione all’evento più importante di cui gli esseri umani possano fare esperienza nella loro vita: l’amore”.
Se dunque guardiamo in quest’ottica anche ai “Dedekind Duos”, ci accorgiamo che nel dialogo tra l’ottone e l’arco si avvicendano costantemente il tratto marcato e quello carezzevole, l’unisono e l’alternanza, e nel discontinuo incrociarsi dei toni sostenuti si generano talvolta placide armonie, talaltra grottesche dissonanze. Come è proprio della poetica post-feldmaniana, gli esecutori non ricercano la perfezione del gesto sonoro, e anzi accolgono le flessioni e screpolature delle singole note come fossero il riflesso della fragilità umana, della segreta bellezza che si nasconde nella fallibilità. 

Il sommesso interplay di Hübsch e Martel è rivolto esclusivamente alla “corporeità” del suono in relazione al tempo, all’imperfetta compiutezza di ciascun elemento discreto entro un fluire di segni privi di significato intrinseco, ma dai quali non manca di manifestarsi una luminosa visione d’insieme: una linea d’orizzonte potenzialmente infinita, ancorché immaginaria.


Despite the extreme formal essentiality – or precisely because of it – the musical aesthetics of Antoine Beuger is one of the hardest to grasp among those of the Wandelweiser collective, the singular international community of which he is the main founder. Over time his scores have been inspired by important figures in every area of knowledge, from philosophy to cinematography, from poetry to music itself: a variety of suggestions that unfailingly translates into an extreme tonal and expressive reductionism; a natural disposition that leads to consider Beuger as a sort of “de-composer” intent on dissecting, cataloging and preserving the minimum terms of each intuition he relies on, time after time.

In 2003 the Dutch author dedicated two works to important figures in mathematical studies, namely Georg Cantor (1845 – 1918) and Richard Dedekind (1831 – 1916), who knew each other well and had a long-lasting correspondence. To the latter we owe significant contributions in the theory of numbers, and above all the definition of infinite sets as a fundamental concept for understanding the world. Beuger therefore tributes him the “Dedekind Duos” (2003), which can be performed with any two instruments. Dating back to 2009, the first recording was published by the same Edition Wandelweiser and played by the duo Contour (vibraphone and trumpet), the formation for which the piece was originally written.
Now it’s the Slovenian Inexhaustible Editions that releases a new rendition for tuba and viola da gamba by Carl Ludwig Hübsch (Ariha Brass Quartet, among other countless ensembles) and Pierre-Yves Martel (recently heard alongside Matthias Müller in Dis-Drill).

In an interview with Simon Reynell, director of Another Timbre, Beuger explains that, for him, duo music is “music about “being two”, or, more radically, about love. […] The art of approximation (in tuning, timing, sound balancing…), can be the most reminiscent, commemorative, resonant of the single most important event, that human beings may experience in their lives: love”.
Therefore, if we also look at the “Dedekind Duos” in this perspective, we realize that in the dialogue between the brass and the string instrument the marked and the caressing stroke, the unison and the alternation constantly give way to each other, and the discontinuous intersection of sustained tones generates sometimes placid harmonies, sometimes grotesque dissonances. As is true of post-Feldmanian poetics, the performers do not seek the perfection of the sound gesture, and rather welcome the flexes and cracks of the individual notes as if they were the reflection of human fragility, of the secret beauty that lies in fallibility.

Hübsch and Martel’s subdued interplay is aimed exclusively at the “corporeity” of sound in relation to time, the imperfect completeness of each discrete element within a flow of signs without intrinsic meaning, but from which a luminous, overarching vision arises: a potentially infinite, albeit imaginary, horizon line.

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