Iancu Dumitrescu & Ana-Maria Avram at the GRM Paris

(performed by Stephen O’Malley)

Ideologic Organ, 2020
experimental, avantgarde

(ENGLISH TEXT BELOW)

Un cruciale ricambio generazionale negli organi direttivi dell’INA/GRM (Groupe De Recherches Musicales) ha fatto sì che, negli ultimi anni, i protagonisti dell’odierna scena drone ed elettroacustica si avvicinassero progressivamente ai luoghi e alle pratiche delle avanguardie storiche, convergendo in una nuova e fruttuosa rete di interscambi artistici a livello internazionale.
Sotto la direzione di Christian Zanési prima (2006-2015) e di François Bonnet poi (2016-) si è inoltre rafforzato il legame tra l’istituzione parigina e l’etichetta austriaca Editions Mego, nel cui roster trovano spazio alcuni tra i più fulgidi talenti della sperimentazione contemporanea (recentissimo l’avvio dell’inedita serie in Lp ‘Portraits GRM’).


In tal senso la figura di Stephen O’Malley è divenuta quantomai decisiva nell’incarnare, al contempo, l’anima intransigente del metal e quella colta e insaziabile degli studi di ricerca europei (complice il suo trasferimento nella capitale francese). Il punto di vantaggio della nuova generazione, poi, è quello di portare con sé non soltanto le passioni di una vita, ma anche le infinite riscoperte che l’era di Internet e della conoscenza condivisa ha reso possibili in maniera estensiva e capillare. 
Avviene così l’avvicinamento di O’Malley a veri e propri luminari della sperimentazione sonora come Alvin Lucier e i coniugi Iancu Dumitrescu (*1944) e Ana-Maria Avram (1961–2017), eminenze della corrente spettralista rumena dagli anni settanta ai giorni nostri. Ospiti del GRM nel dicembre 2012, assieme al chitarrista dei Sunn O))) hanno partecipato a questa sessione pubblicata otto anni più tardi sotto il marchio Ideologic Organ a cura dello stesso O’Malley, che negli infausti mesi di lockdown generale ha rimesso mano a queste e altre registrazioni d’archivio, avvalendosi del mastering dell’impeccabile Stephan Mathieu.

Dumitrescu e Avram sono gli emblemi di un’avanguardia musicale rivolta alla potenza fisica del suono, materia prima per plasmare micro- e macrocosmi che riecheggiano la realtà e insieme, in un certo senso, la trascendono. Ogni brano è una tabula rasa, un’elementale e travagliata Genesi che, ispirandosi ai modi della musica bizantina e a certi aspetti del folklore rumeno (scale, ipertoni, risonanze e armonici naturali), connette il pensiero e la sensibilità degli autori alle energie segrete del cosmo.
Antiaccademica per natura, la loro produzione abbraccia una logica trasformativa ed evolutiva: al pari di organismi biologici, le centinaia di partiture da essi concepite sono passibili di interpretazioni sempre diverse, spesso soggette a effetti e manipolazioni elettroniche in tempo reale, ulteriori portali di una percezione acustica che non fa realmente capo a nessun filone espressivo al di fuori del proprio – convenzionalmente definito dagli autori stessi come “iper-spettralismo”.
L’incontro di Stephen O’Malley con la visionarietà di Dumitrescu e Avram deve di certo esser stato folgorante, poiché negli anni seguenti il chitarrista avrebbe preso parte a svariate esecuzioni dal vivo con l’Ansamblul Hyperion – storica formazione diretta dal maestro rumeno –, oltre a dare alle stampe una reissue in Lp dei brani “Pierres Sacrées” e “Hazard and Tectonics” (Ideologic Organ, 2013).

Due take estesi e tendenzialmente in forma libera sono documentati nella presente incisione, una testimonianza grezza che non cela in alcun modo la sua identità di ‘work in progress’: un gran numero di pause momentanee e alcuni mormorii in sottofondo tradiscono la conduzione dei due autori e mentori, che affidano a O’Malley l’interpretazione dei materiali alla base delle coeve composizioni “Crepuscule I” e “MetalStorm I”, pubblicate l’anno seguente in forma di computer music attraverso Edition Modern (etichetta fondata da Dumitrescu e Avram nel 1991 e alla quale fa capo quasi tutta la loro ampia discografia).

Composto in tributo a Andy Wilson, biografo ufficiale di Dumitrescu, “Crepuscule” si presenta qui come un flusso di bordate sonore di spessore variabile, diffuse in maniera non uniforme attraverso gli speaker in studio. Abbassata in tonalità e carica di distorsione, riverbero ed eco, la chitarra di O’Malley dà abilmente forma a masse che sembrano attraversare lo spazio profondo, manifestandosi con scoppi eclatanti per poi venire subito reinghiottite da un’asfissiante oscurità.
Il guru del drone-metal colpisce con forza le corde per generare le concrezioni più dense e roboanti, oppure le percorre in lunghezza simulando rapide traiettorie, accentuate dalla caotica spazializzazione operata da Dumitrescu. Quello che si disegna nel corso di oltre cinquanta minuti è dunque uno scenario assai instabile, apparentemente governato da un deus ex machina volubile e capriccioso, preda di un indeterminato istinto progettuale per cui ciascun fenomeno acustico si alimenta e si distrugge senza soluzione di continuità.

È invece dedicato proprio a O’Malley il brano “MetalStorm” di Ana-Maria Avram, alla cui memoria è in cambio dedicata la presente pubblicazione. Solcata da profondi toni continui e feedback lancinanti, la performance condensa in un minutaggio più ridotto le stesse magmatiche accumulazioni di suono amplificato: pieni e vuoti si avvicendano con maggior dinamismo e non mancano passaggi di particolare fibrillazione, laddove le nerissime scorie chitarristiche si fondono a un fitto ribollire elettronico memore dei pionieri della musique concrète, gli stessi che fecero la storia del GRM nel secondo Novecento e che ancora oggi rimangono i depositari di una singolare visione dell’universo sonoro conosciuto e non.

Le sessioni parigine dei due compositori rumeni sfiorano solo tangenzialmente la vastità della loro eccentrica epopea artistica, ma ciò nonostante riescono a suggerirne l’approccio in costante divenire, la centralità del dialogo con il performer – di fatto promosso al ruolo di co-autore – e la determinazione con la quale hanno perseguito un’utopia musicale che ha pochi precursori ma probabilmente, già da ora e in futuro, raccoglierà un gran numero di discepoli. Le release curate da Stephen O’Malley potrebbero essere il primo decisivo sconfinamento presso il pubblico alternativo, e magari il preludio a un tardivo riconoscimento da parte di quello “classico”.


A crucial generational change in the governing bodies of the INA/GRM (Groupe De Recherches Musicales) has ensured that, in recent years, the protagonists of today’s drone and electroacoustic scene gradually approached the places and practices of the historical avant-garde, converging in a new and fruitful network of artistic exchanges on an international level.Under the direction of Christian Zanési first (2006-2015) and François Bonnet then (2016-) was also strengthened the link between the Parisian institution and the Austrian label Editions Mego, in whose roster are some of the most fulgid talents of contemporary experimentation (recently the brand new LP series ‘Portraits GRM’ also came to light).

In this sense, the figure of Stephen O’Malley has become decisive in embodying at once the most intransigent soul of metal music and the cultured and insatiable one of European research studios (due in part to his move to the French capital). The advantage point of the new generation, then, is to bring with it not only the passions of a lifetime, but also the endless rediscoveries that the age of the Internet and its shared knowledge has made possible in an extensive and widespread way.
Thus O’Malley came to approach some authentic luminaries of sound experimentation such as Alvin Lucier and the spouses Iancu Dumitrescu (*1944) and Ana-Maria Avram (1961–2017), eminences of the Romanian spectralist currents from the seventies to the present day. Guests of the GRM in December 2012, along with the guitarist of Sunn O))) fame they participated in this session published eight years later under the Ideologic Organ imprint curated by O’Malley himself, who in the inauspicious months of general lockdown got back to work on these and other archival recordings, availing himself of the impeccable Stephan Mathieu’s mastering services.

Dumitrescu and Avram are the emblems of a musical avant-garde that addresses the physical power of sound, the raw material to shape micro- and macrocosms that echo reality while also, somehow, transcending it. Each piece is a tabula rasa, an elemental and travailed Genesis that, inspired by the modes of Byzantine music and certain aspects of Romanian folklore (scales, overtones, resonance and natural harmonics), connects the authors’ thought and sensitivity to the secret energies of the cosmos.
Anti-academic by nature, their production embraces a transformational and evolutionary logic: like biological organisms, the hundreds of scores they conceived are subject to ever-changing interpretations, often assisted by way of electronic effects and real-time manipulations, further portals towards acoustic perceptions that don’t actually refer to any strand of expression outside of their own – conventionally defined by the authors themselves as “hyper-spectralism”.
Stephen O’Malley’s encounter with Dumitrescu and Avram’s vision must certainly have been dazzling, since in the following years the guitarist would have taken part in various live performances with the Ansamblul Hyperion – historical formation conducted by the Romanian master –, in addition to pressing an LP reissue of the pieces “Pierres Sacrées” and “Hazard and Tectonics” (Ideologic Organ, 2013).

Two extended and basically free-form takes are documented in this recording, a rough testimony that doesn’t conceal in any way its identity of ‘work in progress’: a large number of momentary pauses and some murmurs in the background betray the conduction of the two authors and mentors, who entrust O’Malley with the interpretation of the base materials from the coeval compositions “Crepuscule I” and “MetalStorm I”, published the following year in the form of computer music through Edition Modern (the label founded by Dumitrescu and Avram in 1991 and to which almost all of their ample discography belongs).

Composed in tribute to Andy Wilson, Dumitrescu’s official biographer, “Crepuscule” appears here as a stream of sound bursts of varying thickness, spread unevenly through the studio’s monitor speakers. Downtuned and rich in distortion, reverb and delay, O’Malley’s guitar deftly gives shape to masses that seem to traverse deep space, manifesting themselves with stunning bangs and then immediately being swallowed into an asphyxiating darkness.
The drone-metal guru hits the strings violently in order to generate the densest and bombastic concretions, or runs along them simulating rapid trajectories, accentuated by the chaotic spatialization operated by Dumitrescu. What emerges over more than fifty minutes is therefore a very unstable scenario, apparently governed by a mercurial and capricious deus ex machina, prey to an indeterminate design instinct according to which every single acoustic phenomenon seamlessly feeds and destroys itself.

Instead dedicated to O’Malley himself is the piece “MetalStorm” by Ana-Maria Avram, to whose memory this publication is dedicated in turn. Furrowed by deep continuous tones and excruciating feedbacks, the performance condenses in a shorter playing time the same magmatic accumulations of amplified sound: solids and voids alternate with greater dynamism and there’s no lack of particularly agitated passages, where the guitar’s pitch-black slags merge into a dense electronic bubbling remindful of the musique concrète pioneers, the ones who made the history of GRM in the second half of the twentieth century and who still today remain the custodians of a singular vision on the sound universe, both known and unknown.

The Parisian sessions of the two Romanian composers only tangentially skim the vastness of their eccentric artistic epic, but nevertheless manage to suggest their constantly evolving approach, the centrality of their dialogue with the performer – promoted, in fact, to the role of co-author –, and the determination with which they pursued a musical utopia that has few precursors but probably, already now and in the future, will gather a large number of disciples. The releases curated by Stephen O’Malley could be the first decisive trespassing towards the alternative public, and perhaps the prelude to a late recognition by the “classical” one.

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