Bruno Duplant / Reinier van Houdt – Lettres et Replis

Elsewhere, 2019
contemporary classical, experimental

design by Yuko Zama

Occorre tenere sempre d’occhio i margini dell’avanguardia musicale, dove senza clamore continuano a realizzarsi alcune tra le sfide più ardue della produzione contemporanea con devozione pari o superiore ai “grandi classici”, siano essi autori o interpreti. Nell’ambito del pianismo odierno, figure come Reinier van Houdt e R. Andrew Lee si sono distinte per il loro strenuo impegno al fianco dei post-minimalisti e del collettivo Wandelweiser – i “composers of quiet”, nelle parole di Alex Ross.
Il prolifico autore francese Bruno Duplant non fa parte di quest’ultima cerchia, pur avendo collaborato con diverse figure a essa afferenti. Nel corso di un decennio è anzi divenuto un elemento ricorrente della più radicale ricerca improvvisativa, quella frangia sperimentale che intende la creazione musicale come dialogo costante con il silenzio (o l’illusione dello stesso).

Assecondando lo spirito onninclusivo e l’alea controllata dell’illuminato John Cage, nel tempo la nuova composizione musicale ha lasciato sempre più spazio all’interprete, di fatto rendendolo in molti casi co-autore dei brani, non più intesi come rigidi schemi quanto piuttosto come scarni libretti d’istruzioni atti a innescare la sensibilità e l’inventiva sonora dell’esecutore. Nasce così il dialogo a distanza tra Duplant e il succitato Van Houdt, posti ai due estremi di un carteggio “ermetico” espresso in sequenze di lettere disseminate su un foglio, cartina muta di un processo creativo tutto da immaginare.

Bruno Duplant / Reinier van Houdt

Nelle tre “Lettres” i caratteri testuali sono tradotti al pianoforte in “fonemi” isolati, microcellule tonali che nella giustapposizione (probabilmente randomica) operata in studio da Van Houdt divengono i dettagli di una trama melodica riccamente ornata, con dettagli anomali derivati dalla preparazione delle corde. Dalla prima alla terza lettre lo svolgimento si rende via via più enigmatico, quasi fosse teso a eludere sempre più risolutamente la significazione.
I “Trois replis d’incertitude”, d’altro canto, non sono da intendersi come risposte alle relative missive, bensì per l’appunto “pieghe” come le teorizzò il filosofo Gilles Deleuze (che a sua volta riprendeva il pensiero barocco di Leibniz): la realtà come piano stratificato solcato da diagonali spazio-temporali, “incroci, inflessioni attraverso cui entrano in comunicazione la filosofia, la storia della filosofia, la storia, le scienze, le arti” [*]. Raffrontati alla natura anti-narrativa dei brani gemellari, i replis hanno l’aspetto di drammatiche meditazioni notturne di vaga memoria romantica, anch’esse disposte nell’ordine di una ideale calata nel buio – in questo caso percettivo anziché semantico – inframmezzata da field recordings effettuati lungo il porto di Rotterdam proprio nel giorno del centenario cageano, il 5 settembre 2012.

Spesso si pensa all’arte concettuale come a qualcosa di rigoroso e distaccato che poco o nulla ha a che vedere con la sfera emotiva. Felice, perciò, l’occasione in cui la “arrendevolezza” autoriale di Bruno Duplant e la profonda sensibilità di Reinier van Houdt hanno potuto (non) incontrarsi e dare vita a un’armonia sonora e spirituale che appartiene inequivocabilmente a entrambi.

[*] Gilles Deleuze, Pourparler, a cura di F. Polidori, trad. it. di S. Verdicchio, Macerata, Quodlibet, 2000


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


One must always keep an eye on the margins of the musical avant-garde, where some of the most difficult challenges of contemporary production are still undertaken without clamor, with a devotion equal or superior to the “great classics”, by authors as well as performers. In today’s art of the piano, figures such as Reinier van Houdt and R. Andrew Lee have distinguished themselves for their strenuous commitment alongside the post-minimalists and the Wandelweiser collective – the “composers of quiet”, as Alex Ross put it.
The prolific French author Bruno Duplant is not part of the latter circle, despite having collaborated with several artists related to it. In fact, over the course of a decade he has become a recurring element of the most radical improvisational research, an experimental fringe that intends musical creation as a constant dialogue with silence (or the illusion of the same).

Following the omnipresent spirit and the controlled alea of ​​the enlightened John Cage, over time the new musical composition has left more and more space to the interpreter, in many cases making him an actual co-author of the pieces, no longer intended as rigid schemes but rather as meager instruction manuals aimed at triggering the performer’s sensitivity and sonic inventiveness. Thus was born the remote dialogue between Duplant and the aforementioned Van Houdt, placed at the two ends of an “hermetic” correspondence expressed in sequences of letters scattered on a sheet, a blank map of a creative process yet to be imagined.

In the three “Lettres” the textual characters are translated on the piano into isolated “phonemes”, tonal microcells which in the (probably randomized) juxtaposition made in the studio by Van Houdt become the details of a richly decorated melodic plot, with anomalous details derived from the preparation of the strings. From the first to the third letter the unfolding becomes gradually more enigmatic, as if it were intended to evade meaning more and more resolutely.
The “Trois replis d’incertitude”, on the other hand, are not intended as answers to the relative missives, but rather as “folds”, as theorized by the philosopher Gilles Deleuze (which in turn took up the baroque thoughts of Leibniz): reality as a stratified plane crossed by space-time diagonals, “intersections, inflections through which philosophy, the history of philosophy, history, sciences, the arts come into communication” [*]. Compared to the anti-narrative nature of the twin pieces, the replis have the appearance of dramatic nocturnal meditations of vaguely romantic memory, also arranged in the order of an ideal descent into darkness – in this case perceptual rather than semantic – interspersed with field recordings carried out along the port of Rotterdam on the day of the Cagean centenary (September 5th, 2012).

Conceptual art is often thought of as something rigorous and detached that has little or nothing to do with the emotional sphere. It was therefore a happy occasion when Bruno Duplant’s authorial “surrender” and Reinier van Houdt’s profound sensitivity were able to (not) meet and give life to a sonic and spiritual harmony that belongs unequivocally to both.

[*] Gilles Deleuze, Pourparler

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