John Tilbury – 31.8.16

OTOroku, 2016
free improvisation


Che si traduca in lunghi versi altisonanti o nell’essenzialità di un haiku, la poesia rimane tale nelle forme più varie, in qualche modo complementari l’una all’altra, continuamente intrecciate nel vasto fluire del tempo. Per John Tilbury non si tratta di un motivo di riflessione, ma di una predisposizione che gli risulta del tutto naturale assecondare.
Pur avendo sempre dedicato un’attenzione speciale al momento presente – come “materia” musicale nell’interpretazione dell’opera pianistica di Morton Feldman, e come carpe diem nell’arte improvvisata – la sensibilità di Tilbury è in grado di mettere sullo stesso piano il classicismo inglese di William Byrd(e) e Orlando Gibbons e la sospensione tonale/temporale del secondo Novecento, ove i linguaggi musicali si sono definitivamente sfaldati conducendo l’arte della composizione a un punto di non ritorno.

Il tempio dell’avanguardia Cafe Oto accentra molti talentuosi outsider della musica, ma l’identità che più di altre l’ha caratterizzato è proprio quella del suono “senza tempo”, ovvero esente dal prima e dal dopo che comprimono l’istante tentando di prenderne il posto. L’eredità del misterioso acronimo AMM, collettivo pioniere dell’improvvisazione senza schemi, è rimasta un faro illuminante per decine di musicisti che regolarmente si alternano in sessioni spot e residenze presso il locale londinese. È abbastanza scontato, dunque, che qui Tilbury sia considerato un semi-dio, umile e quieto nel portare avanti una densa attività live anche a 80 anni compiuti.

“A Wordless Encounter”: poesia senza parole tra le dita del pianista, che intesse temi e contrappunti rinascimentali come fossero gli “arredamenti” musicali di Satie, eludendo gli intervalli prestabiliti pur nel rispetto dell’equilibrio originale e perfettissimo degli antichi spartiti per organo. Poi, senza apparente distinzione, flebili accordi dissonanti introducono un libero play along sulle note di “Coptic Light”, tardo capolavoro orchestrale di Feldman; le baluginanti cromie della suite vengono trasmesse, o meglio filtrate da un minuto speaker a bassa definizione, che finisce col tracciarne soltanto i contorni, gli spostamenti del suono per ondate costanti. Come per reciproca seduzione avviene l’intreccio tra memoria e attimo presente, un tempo “scolpito” nella rilucente nostalghia di Tarkovskij e che, come sempre, non si risolve nella chiusura forzata ma nella sua stessa transitoria esistenza.

Un appuntamento immancabile con un pianista che pare essere il generoso custode di un’Arte sommamente semplice ed evanescente, non ancora dimenticata, come un eterno tramonto sulla storia della musica.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


Whether translated into long, high-sounding lines or the essentiality of a haiku, poetry remains such in the most varied forms, somehow complementary to each other, continuously intertwined in the vast flow of time. For John Tilbury this is not a reason for reflection, but a completely natural predisposition to indulge in.
Even though he has always paid special attention to the present moment – as a musical “matter” in the interpretation of Morton Feldman’s piano work, and as a carpe diem in improvised art – Tilbury’s sensitivity is capable of putting on the same level both the English classicism of William Byrd(e) and Orlando Gibbons and the tonal / temporal suspension of the second half of the twentieth century, where musical languages ​​have definitively fallen apart, leading the art of composition to a point of no return.

London’s temple of the avant-garde, the Cafe Oto, gathers many talented music outsiders daily, but the identity that has characterized it more than any other is precisely that of a “timeless” sound, that is, exempt from the before and after which compress the moment by trying to take its place. The legacy of the mysterious acronym AMM – pioneering collective of an improvisational practice without schemes – has remained an illuminating beacon for dozens of musicians who regularly alternate in spot sessions and residences at the London venue. It is quite obvious, therefore, that here Tilbury is considered a semi-god, humble and quiet in carrying out a dense live activity even at 80 years old.

“A Wordless Encounter”: the tacit poetry between the fingers of the pianist, who weaves Renaissance themes and counterpoints as if they were Satie’s musical “furnishings”, evading the predetermined intervals while respecting the original and perfect balance of the ancient sheet music for organ. Then, without apparent distinction, weak dissonant chords introduce a free play-along on the notes of “Coptic Light”, Feldman’s late orchestral masterpiece; the shiny colors of the suite are transmitted, or rather filtered by a tiny low-definition speaker, which ends up tracing only the contours, the movements of the sound in constant waves. As in a mutual seduction, the intertwining of memory and present moment occurs, once “sculpted” in Tarkovsky’s beaming nostalghia and which, as always, does not resolve with a forced closure but in its own transitory existence.

This live recording is an inevitable appointment with a pianist who seems to be the generous guardian of an extremely simple and evanescent art, not yet forgotten, like an eternal sunset on the history of music.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...