Joëlle Léandre & Núria Andorrà – BLA BLA BLA duo

Fundacja Słuchaj, 2022
free impro


(ENGLISH TEXT BELOW)

Chi frequenta abitualmente le frange più radicali della musica spontanea avrà notato, con ogni probabilità, che certe volte non si sa dire perché qualcosa funzioni o meno: l’alchimia tra improvvisatori è difficile a spiegarsi e sembra dipendere da un quid ineffabile, una linea sottile che separa il trionfo dal disastro; nulla di strano, a ben vedere, per un’arte fondata sull’assenza di premeditazione e che consapevolmente elegge il rischio a cifra poetica.
In altri casi, invece, ogni cosa appare da subito chiara, il gesto sonoro è fulmineo ma controllato, la tensione tra i corpi (umani e non) produce un senso di attesa spasmodica, d’un tratto la seduta dell’ascoltatore si fa troppo stretta e scomoda: è in atto una nuova genesi, la coniazione di un lessico musicale senza reali termini di raffronto, e che proprio in forza della sua assoluta estraneità, paradossalmente, diviene subito familiare a tutti.

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Ryoji Ikeda – Ultratronics

NOTON, 2022
glitch, minimal techno


(ENGLISH TEXT BELOW)

La perfezione in quanto concetto assoluto non riguarda l’umano, e dunque tantomeno il frutto delle sue pratiche artistiche. Soltanto l’oggettivazione dei grezzi dati informatici, fintanto che si riferiscono unicamente a loro stessi, può pretendere di avvicinarla secondo i medesimi principi della matematica e della geometria in astratto.
Dal radicale riduzionismo degli esordi alle più recenti installazioni audiovisive, l’estetica di Ryoji Ikeda non ha mai ammesso eccezioni a un rigore formale i cui risvolti (post?)musicali appaiono quasi accidentali, tale è la perizia tecnica con cui i suoi tableaux digitali vengono assemblati e rifiniti, intrisi di innumerevoli dettagli che in nessun caso ne intaccano l’equilibrio – prossimo, per l’appunto, all’inumano.

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Maxime Denuc – Nachthorn

Vlek, 2022
minimalism


(ENGLISH TEXT BELOW)

Qui accade qualcosa di semplice e straordinario, qualcosa che oggi, con il graduale ritorno all’analogico e all’unplugged, dovrebbe verificarsi assai più di frequente: l’elettronica si mette al completo servizio dell’universo acustico, pur mantenendo intatte entrambe le matrici e rafforzandone le inalienabili specificità.
Siamo presso la St. Antonius Kirche di Düsseldorf, il cui organo a canne principale è stato implementato con un sistema di controllo informatico integrale, tale per cui una qualsiasi composizione realizzata con un software di notazione MIDI può essere eseguita senza alcun intervento manuale. Uno strumento essenzialmente meccanico, dunque, che diviene pura macchina, artefice passivo di un’operazione musicale predeterminata, non soggetta all’umore e alle accidentalità cha caratterizzano l’esecuzione dal vivo di un (fallibile) essere umano.

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Aviva Endean – Moths & Stars

Room40, 2022
electroacoustic


(ENGLISH TEXT BELOW)

Un titolo che sembra parafrasare il tardo opus magnum di Olivier Messiaen, “Des canyons aux étoiles…”, suggestiva metafora del soffio vitale e dell’incommensurabile spirito che abbraccia l’universo ad ogni suo livello, insito nei più microscopici ecosistemi come nella maestosità delle sfere celesti. Non ha una così vasta ambizione il secondo album della clarinettista sperimentale australiana Aviva Endean: eppure Moths & Stars riesce a rappresentare efficacemente il collasso, la simbiosi di spazi e tempi musicali tra loro distanti, la reale coesistenza di istanze percettive alle quali non è di per sé scontato prestare attenzione, ma che sarebbe del tutto impossibile incontrare in uno stesso frangente.

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Jaka Berger – Cornelius Cardew: Treatise

Friforma, 2022
free impro


(ENGLISH TEXT BELOW)

La libertà in musica è da tutti convenzionalmente associata alla figura di John Cage, lo spartiacque del Novecento che ha aperto la creazione sonora al caso, al silenzio e ai più eterodossi approcci performativi. Ciò che a molti sembra sfuggire è che tale libertà estrema riguarda quasi esclusivamente la scaturigine, ovvero il compositore stesso, mentre agli interpreti coinvolti è richiesta una fedeltà rigorosa ai principi stabiliti da Cage, alla sua peculiare – e pur sempre individuale – visione.
Ci è voluta l’audacia, ma soprattutto la generosità intellettuale, di un autentico outsider come Cornelius Cardew (1936 – 1981) per “canonizzare” l’espediente della partitura grafica, offrendo di fatto lo spunto per un’infinita gamma di scelte espressive, l’input per una lettura autonoma e autoriferita entro cui l’ideatore originario non ha più alcuna voce in capitolo.

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