Weekly Recs | 2020/38

New Hermitage – Unearth (2020)

Bruno Duplant – Nocturnes (3 Études) [Frédéric Tentelier] (Inexhaustible Editions, 2020)

Marco Paltrinieri – The Weaver (Canti Magnetici, 2020)



New Hermitage
Unearth

self-released, 2020 | free folk/impro


Solitamente, immaginare una ‘musica dopo la musica’ comporta l’abbandono della propria comfort zone tecnica ed espressiva, per addentrarsi in un sentiero sconnesso del quale inventare autonomamente una via d’uscita. Se cambiamo la prospettiva da orizzontale a verticale risulta ugualmente suggestivo il metaforico atto del dissotterrare, portare alla luce il lato inevidente di ciò che già esiste, benché ancora radicato nel passato.
Nel suo quinto album in studio, il quartetto New Hermitage insegue tale ispirazione con dedizione assoluta, “scavando” oltre l’identità secolare degli strumenti per far germogliare armonie inusitate, ipoteticamente antecedenti o successive alla comune codificazione dei generi musicali.

Titolando ogni traccia con un’immagine afferente al dominio naturale ed elementale, l’ensemble da camera di Halifax, Nuova Scozia, dà forma e respiro a micro-sessioni di fragile e insondabile astrazione entro cui barlumi di familiarità si manifestano solo per brevi istanti. Se la chitarra di Ross Burns porta con sé certi riverberi elettrici dell’Americana di Ry Cooder, dai sax e clarinetti di Andrew MacKelvie si eleva talvolta il sofferto lirismo nordico di Arve Henriksen, talaltra l’amorfo e stropicciato para-linguaggio dell’onkyo giapponese; il violoncello di India Gailey e l’arpa di Ellen Gibling sono invece ridotti a malinconici residui del tardo romanticismo classico e della tradizione folk britannica, “scheletri” di figure melodiche tramutate in pattern obliqui e autoriferiti.

Ma il mood dimesso e umbratile di Unearth non fa di esso un ‘quartetto per la fine dei tempi’, quanto piuttosto il canto di una civiltà obliata o messa a tacere, perpetuata in gran segreto nei più angusti sotterranei del mondo contemporaneo. Il rituale dei New Hermitage può senz’altro apparire ameno ed eccentrico sulle prime, ma ulteriori e più attenti ascolti ne disvelano man mano l’incontaminata vena lirica e il carattere sottilmente ipnotico, pur senza mai veramente tradire l’enigma ad esso connaturato.


Usually, imagining a ‘music after music’ involves abandoning one’s technical and expressive comfort zone in order to delve into a rough path of which to independently invent a way out. If we change the perspective from horizontal to vertical, the metaphorical act of unearthing – bringing to light the inevident side of what already exists, although still rooted in the past – turns out to be equally suggestive.
On their fifth studio album, the New Hermitage quartet pursues this inspiration with absolute dedication, “digging” beyond the centuries-old identity of their instruments to sprout unusual harmonies, hypothetically antecedent or subsequent to the common codification of musical genres.

Titling each track with an image pertaining to the natural and elemental domain, the chamber ensemble from Halifax, Nova Scotia, gives shape and breath to micro-sessions of fragile and unfathomable abstraction within which glimpses of familiarity manifest themselves only for a few brief moments. If Ross Burns’ guitar carries with it certain electric reverberations of Ry Cooder’s Americana, from Andrew MacKelvie’s saxophones and clarinets sometimes arises the pained Nordic lyricism of Arve Henriksen, other times the amorphous and crumpled para-language of Japan’s onkyo; India Gailey’s cello and Ellen Gibling’s harp are instead reduced to melancholy residues of late classical romanticism and the British folk tradition, “skeletons” of melodic figures turned into oblique and self-referenced patterns.

But the subdued and shadowy mood of Unearth doesn’t make it a ‘quartet for the end of time’, but rather the song of a forgotten or silenced civilization, perpetuated in great secrecy in the most cramped undergrounds of the contemporary world. New Hermitage’s ritual may certainly appear curious and eccentric at first, but further and more attentive listenings gradually reveal its uncontaminated lyrical vein and subtly hypnotic character, without ever truly betraying its inherent enigma.


Bruno Duplant
Nocturnes (3 Études)

[Frédéric Tentelier]
Inexhaustible Editions, 2020 | contemporary classical


L’etichetta slovena Inexhaustible Editions continua ad alimentare la sua ‘Composed Music Series’, che assieme alle pubblicazioni di Another Timbre rappresenta un eccellente viatico alla scoperta del collettivo Wandelweiser e in generale dell’estetica riduzionista contemporanea. Dopo l’album in collaborazione con il duo Taku Sugimoto / Minami Saeki (Étendues Silencieuses, 2019), ci è presentato oggi un altro inedito e affascinante progetto di Bruno Duplant: un artista generoso e dall’indole fortemente inclusiva, le cui opere vengono concepite in stretto dialogo con il loro esecutore designato, elevato così al ruolo di co-autore.

La familiarità e la sensibilità dello strumentista coinvolto in rapporto alle poetiche post-cageane risultano dunque determinanti: ma se con il pianista Reinier Van Houdt entravano in gioco soprattutto le dinamiche dell’indeterminazione e della libera interpretazione (Lettres et Replis, Elsewhere, 2019), nei “Nocturnes” affidati a Frédéric Tentelier l’attenzione si sposta sul mantenimento di un’atmosfera di ambigua sospensione, sfruttando appieno il distintivo timbro del piano elettrico Fender Rhodes, al contempo carezzevole e surreale, rassicurante e sinistro.
La registrazione domestica, realizzata nel luglio 2020 dallo stesso Tentelier, dimostra quanto poco sia necessario a modificare completamente la percezione di uno spazio, la più o meno nitida qualità immaginifica che ogni istanza sonora porta inevitabilmente con sé: un comune studio professionale e una microfonazione più circoscritta avrebbero reso questi tre lunghi e pensosi études alquanto simili alle suite generative del tardo Brian Eno; ecco invece che una serie di microsuoni discreti – l’impalpabile fruscio continuo di un room tone, uno sgabello che scricchiola sotto il peso del suo ospite – conferiscono concretezza e umanità al quadro complessivo, un acquerello in bicromia dal gentile effetto chiaroscurale.

Il faut poser un doigt sur un bouton. Aussitôt que l’on voit la lumière, il faut lever le doigt.
Il gesto musicale di Tentelier si nutre del buio come le più torbide trame di Dostoevskij e Simenon, sostiene con flebili toni statici i fraseggi interrogativi della mano destra, si consuma lentamente per mezzo delle sue stesse “armonie contro il giorno”. I notturni di Duplant colgono con sottile pregnanza l’intrinseca dualità delle ore piccole, parentesi di riposo ma anche di inesprimibile inquietudine, pagine che solo la mente in dormiveglia può riempire.


The Slovenian label Inexhaustible Editions continues to enrich its ‘Composed Music Series’, which together with Another Timbre’s releases represents an excellent viaticum for discovering the Wandelweiser collective and the contemporary reductionist aesthetics in general. After the collaborative album with the duo of Taku Sugimoto and Minami Saeki (Étendues Silencieuses, 2019), today is presented another original and fascinating project by Bruno Duplant: an artist both generous and of a strongly inclusive nature, whose works are conceived in close dialogue with their designated performer, thus elevated to the role of co-author.

The familiarity and sensitivity of the instrumentalist involved in relation to the post-Cagean poetics are therefore decisive: but while the dynamics of indeterminacy and free interpretation came into play especially with the pianist Reinier Van Houdt (Lettres et Replis, Elsewhere, 2019), in these “Nocturnes” entrusted to Frédéric Tentelier the focus shifts on maintaining an atmosphere of ambiguous suspension, taking full advantage of the distinctive timbre of the Fender Rhodes electric piano, at once caressing and surreal, reassuring and sinister.
The domestic recording, made in July 2020 by Tentelier himself, demonstrates how little is necessary to completely change the perception of a space, the more or less sharp imaginative quality that every sonic instance inevitably brings with it: a common professional studio and a more circumscribed microphonation would have rendered these three long and pensive études somewhat similar to the generative suites of the later Brian Eno; instead, a series of discreet microsounds – an impalpable and constant room tone, a stool creaking under the weight of its guest – give concreteness and humanity to the overall picture, a two-tone watercolor with a gentle chiaroscuro effect.

Il faut poser un doigt sur un bouton. Aussitôt que l’on voit la lumière, il faut lever le doigt.
Tentelier’s musical gesture feeds on darkness like the murkiest plots of Dostoevskij and Simenon, supports the interrogative phrases of the right hand with faint static tones, slowly consumes itself by means of its own “harmonies against the day”. Duplant’s nocturnes capture with subtle poignancy the intrinsic duality of the small hours, parentheses both of rest and of inexpressible restlessness, pages that only the half-asleep mind can fill.


Marco Paltrinieri
The Weaver

Canti Magnetici, 2020 | experimental electronic, dark ambient, spoken word


Ascrivibile all’insieme dei “film senza immagini” concepiti dai maestri della musique concrète europea, l’opera prima da solista di Marco Paltrinieri (già nel collettivo Discipula) invoca il potere della parola e della narrazione non-lineare nell’intessere (The Weaver) un sound design ricco di rimandi sinestetici, angoscianti presagi e rimozioni. Un viaggio senza appigli sicuri che sembra oscillare tra passato e presente del supporto audiovisivo attraverso effetti che mescolano distorsioni di nastri VHS e glitch digitali, densi amalgami materici e scomposizioni granulari.

Al centro del quadro in costante deformazione, la voce sommessa e quasi inespressiva di Lucie Page appare quasi come una guida rassicurante, benché il suo sguardo sulla realtà delle cose si riveli al contempo lucidamente analitico e illusorio, in un irrequieto moto perpetuo tra flusso di coscienza (l’atmosfera liquida di “Analogon” rimanda vividamente a Blemish di David Sylvian, album decisivo per la sua svolta sperimentale) e subcosciente (la recente rivelazione Aperture, altro duo con un recitato femminile ancorato nelle più anguste profondità dell’attività onirica).

The truth is that there is no way out, there is no backward or forward. I can only look, hostage of my own gaze: the sovereign analogue of identity, memory, and history. I know there is something beyond the limits of my sight. What is left of my senses tells me that.In fin dei conti, il “tessitore” potrebbe essere il Dio o il deus ex machina che svia e confonde la percezione dell’Io narrante, non per gusto sadico bensì per invitarlo a districare le maglie dell’apparenza e interrogarsi sull’essenza nascosta in ciò che lo circonda.


Ascribable to the sphere of “films without images” conceived by the masters of European musique concrète, the first solo work by Marco Paltrinieri (already a member of the Discipula collective) invokes the power of the word and of the non-linear narrative in weaving a sound design replete with synaesthetic references, gut-wrenching omens and repressions. A journey devoid of secure footholds that seems to oscillate between the past and present of the audiovisual support through effects that mix VHS-tape distortions and digital glitches, dense textural amalgams and granular decompositions.

At the center of the constantly deforming picture, Lucie Page’s hushed and almost inexpressive voice almost acts as a comforting guide, although her gaze on the reality of things is both lucidly analytical and illusory, in a restless perpetual motion between stream of consciousness (the liquid atmosphere of “Analogon” vividly traces back to David Sylvian’s Blemish, his decisive turning point towards experimentation) and subconscious (the recent revelation Aperture, another duo with a female speaker whose texts are anchored in the narrowest depths of dream activity).

The truth is that there is no way out, there is no backward or forward. I can only look, hostage of my own gaze: the sovereign analogue of identity, memory, and history. I know there is something beyond the limits of my sight. What is left of my senses tells me that.After all, the “weaver” may well be the God or the Deus Ex Machina that misleads and confuses the narrative self’s perception, not out of a sadistic taste but rather to invite him to unravel the fabric of appearance and question himself about the hidden essence of what surrounds him.

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