Sarah Davachi – Cantus, Descant

Late Music, 2020
ambient/drone, minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Ho ripensato al romanzo di László Krasznahorkai, “Melancolia della resistenza”, dal quale il maestro ungherese Béla Tarr avrebbe poi tratto il lungometraggio “Le armonie di Werckmeister”: la riaccordatura di un pianoforte dalla cosiddetta intonazione naturale al “temperamento equabile” – proposto nel Seicento da Andreas Werckmeister – è concomitante all’insorgere di una sommossa popolare che porta in sé il seme della follia e dell’irrazionalità. Ho poi pensato a come ogni storia, grossomodo, alterni ciclicamente ordine e caos, andando incontro a punti di rottura dopo i quali si ristabilisce un nuovo equilibrio, per quanto precario, effimero o addirittura illusorio.
È oggi evidente come anche i radicali sconvolgimenti delle avanguardie storiche musicali, pur evolvendosi costantemente ed esercitando a lungo la loro influenza sulle generazioni successive, abbiano gradualmente proceduto in direzione di un inevitabile “ritorno all’ordine”, quella New Simplicity che ha riportato la tonalità e le strutture semplici al cuore della pratica compositiva.


Non v’è dubbio che Sarah Davachi sia attualmente tra le esponenti più emblematiche di questa tendenza: ma pur afferendo pienamente alla rinnovata sensibilità minimalista, nel suo caso ciò non sembra derivare da alcun giudizio di merito o presa di posizione ideologica, quanto più probabilmente da un’ancestrale necessità “spirituale”. D’altronde non è un mistero che il corpo e la mente umana avvertano un’autentica armonia in relazione a figure melodiche consonanti e all’accostamento di altezze complementari, e che di conseguenza, anche tra le innovazioni formali d’epoca rinascimentale e romantica, ciò abbia costituito un canone pressoché incrollabile sino alle soglie del Novecento. 

Anche in assenza di un’autentica pacificazione interiore, nell’opera di Davachi permane quantomeno un profondo senso di ordine, una lucidità di scrittura e di timida improvvisazione che soddisfano naturalmente i nostri meccanismi percettivi, colmandone gli spazi vuoti con apparente e assoluta esattezza. Eppure, attraverso la già consolidata affinità con l’organo a canne e con altri strumenti da esso derivanti, nel doppio LP Cantus, Descant la giovane compositrice americana non soltanto concilia gli stilemi dell’ambient/drone contemporanea con un intenso afflato melodico, ma trova altresì un efficace compromesso tra armonie rifulgenti e lievi inflessioni microtonali, accogliendo oscillazioni spontanee o indotte che divengono parte integrante del tessuto sonoro.

Lungo le quattro facciate dell’album si intrecciano narrazioni parallele legate ai vari strumenti a tastiera, elementi portanti di un discorso che, tra sacro e secolare, attraversa tutta la storia della musica occidentale, dalle geometrie barocche di Bach e Buxtehude al sinfonismo delle epopee progressive. Come brezze leggere, gli echi del passato remoto e prossimo pervadono i vibranti paesaggi interiori di Davachi, aggiungendo densità alle colonne d’aria (reali o simulate) dei vari organi: i toni sostenuti, e in particolare quelli dell’organo a canne, sono soggetti a una naturale ondulazione che sembra conferir loro un carattere più umano, una sorta di respirazione circolare sulla quale Davachi opera ulteriori effetti di spostamento timbrico e di offuscamento modulando le leve dei registri, come già sperimentato anche da Charlemagne Palestine e più di recente da Lawrence English (Lassitude, 2020).

Unico insieme di tracce esplicitamente correlate, la serie “Stations” (un riferimento alla ‘Via Crucis’?) pone le basi per l’intera gamma di soluzioni armoniche adottate nel corso dell’album: sono episodi dal carattere meditativo ed estatico, sviluppati istintivamente secondo il temperamento mesotonico, atto a rendere più consonanti gli intervalli di terza. Ma anche su un versante maggiormente descrittivo la poetica di Davachi si disvela per mezzo di libere digressioni tra atmosfere emotivamente contrastanti.
Ne è uno degli esempi più cristallini lo sviluppo lineare di un brano come “The Pelican”: sorretto sin da principio da una sequenza di tre note ascendenti, tra le quali si dipana una fraseggio melodico luminoso, dopo un minuto e mezzo la mano destra scivola mestamente verso scale minori, scurendo improvvisamente uno scenario altrimenti idilliaco; i placidi riflessi nell’acqua non possono che imitare il plumbeo grigiore del cielo fin quando, a un quadro già pienamente caratterizzato, si aggiungono le orchestre artificiali di un Mellotron; le sfumature gotiche della tastiera vintage portano a compimento una visione epifanica, avvolta dell’insopprimibile malinconia – per l’appunto – di un tempo e di un luogo perduti ancor prima d’essere trovati.
Ancor più incisivo, se possibile, l’effetto combinato di “Play the Ghost”, dove lo stato liquido della voce filtrata dal rotary speaker anticipa un nuovo ingresso di archi e flauti elettronici simulati dal Mellotron, sublime riverbero delle favole surreali di King Crimson e Genesis.

Nonostante la netta prevalenza di brani esclusivamente strumentali, l’intera raccolta sembra ispirarsi a una forma di sorrowful song che fa capo tanto alla celebre Terza Sinfonia di Henryk Górecki e ad Arvo Pärt quanto, di nuovo, alle modeste soundtrack di Mihály Víg per il cinema di Tarr (la toccante melodia “infinita” di “Midlands”): una sintesi tra lirismo neoclassico e popolare, tra povertà ed elevazione, che forse non a caso converge verso l’enfatica essenzialità della scena est-europea, epicentro del riavvicinamento delle nuove generazioni alla dimensione sacrale e trascendente in musica. Con Cantus, Descant Sarah Davachi assorbe definitivamente tali sensibilità e le riversa, con pieno controllo dei propri mezzi espressivi, in una summa intimamente personale, contrappunto alle tribolazioni dell’animo contemporaneo.


I thought back over László Krasznahorkai’s novel, “The Melancholy of Resistance”, on which the Hungarian master Béla Tarr would later base his feature film “Werckmeister Harmonies”: the re-tuning of a piano from the so-called just intonation to the “equal temperament” – as suggested by Andreas Werckmeister in the late 17th century – is concomitant with the onset of a popular uprising that carries within it the seed of madness and irrationality. Then I thought about how each story, roughly speaking, cyclically alternates order and chaos, encountering points of rupture after which a new balance is re-established, however precarious, ephemeral or even illusory.
It is now evident that even the radical upheavals of the historical avant-gardes in music, while constantly evolving and exerting their influence on subsequent generations for a long time, have gradually proceeded in the direction of an inevitable “return to order”, a ‘New Simplicity’ that would bring tonality and simple structures back at the heart of compositional practice.

There’s no doubt that Sarah Davachi currently stands among the most emblematic exponents of this trend: but while fully belonging to the renewed minimalist sensitivity, in her case this doesn’t seem to derive from any judgment of merit or ideological stance, but more probably from an ancestral “spiritual” necessity. Besides, it is no mystery that the human body and mind experience an authentic harmony in relation to consonant melodic figures and to the combination of complementary pitches, and that consequently, even among the formal innovations of the Renaissance and Romantic periods, this constituted an almost unshakable canon up to the threshold of the twentieth century.

Even in the absence of an authentic inner pacification, in Davachi’s work there remains at least a profound sense of order, a clarity of writing and of timid improvisation that naturally satisfies our perceptive mechanisms, filling their empty spaces with an apparently absolute accuracy. Yet, through the already consolidated affinity with the pipe organ and other instruments deriving from it, on the double LP Cantus, Descant the young American composer not only reconciles the stylistic features of contemporary ambient/drone with an intense melodic afflatus, but also finds an effective compromise between refulgent harmonies and slight microtonal inflections, welcoming spontaneous or induced oscillations which become an integral part of the sound fabric.

Along the four sides of the album intertwine parallel narratives related to the various keyboard instruments, the cornerstones of a discourse that, between the sacred and the secular, runs through the entire history of Western music, from the baroque geometries of Bach and Buxtehude to the symphonism of progressive rock epics. Like gentle breezes, echoes of the distant and near past permeate Davachi’s vibrant inner landscapes, adding density to the air columns (real or simulated) of the different organs: sustained tones, and in particular those of the pipe organ, are subject to a natural undulation that seems to confer them a more human character, a sort of circular breathing on which Davachi works further effects of timbral shift and obfuscation by modulating the speaking stops, as already experimented by Charlemagne Palestine and more recently by Lawrence English (Lassitude, 2020).

Being the only set of explicitly related tracks, the “Stations” series (a reference to the ‘Via Crucis’?) lays the foundations for the entire range of harmonic solutions adopted throughout the album: they are episodes of a meditative and ecstatic character, developed instinctively according to the mesotonic temperament, apt to render the intervals of a third more consonant. But even on a more descriptive side, Davachi’s poetics reveals itself by means of free digressions between emotionally contrasting atmospheres.
One of the most crystalline examples is the linear development of a piece like “The Pelican”: supported since the beginning by a sequence of three ascending notes, through which a luminous melodic phrasing unfolds, after a minute and a half the right hand ruefully slips towards minor scales, suddenly darkening an otherwise idyllic setting; the placid reflections on the water cannot but imitate the leaden grayness of the sky until the artificial orchestras of a Mellotron are added to an already fully characterized picture; the gothic nuances of the vintage keyboard bring to fulfillment an epiphanic vision, wrapped in the irrepressible melancholy – precisely – of a place and a time lost even before being found.
Even more incisive, if possible, is the combined effect on “Play the Ghost”, where the liquid state of the voice filtered by a rotary speaker preludes to a new entry of electronic strings and flutes simulated by the Mellotron, sublime reverberation of the surreal fables of King Crimson and Genesis.

Despite the clear prevalence of exclusively instrumental pieces, the entire collection seems to be inspired by a form of ‘sorrowful song’ that refers as much to Henryk Górecki’s famous Third Symphony and to Arvo Pärt as, again, to Mihály Víg’s modest soundtracks for Tarr’s cinema (the touching, “infinite” melody of “Midlands”): a synthesis of neoclassical and popular lyricism, poverty and elevation, which – perhaps not by chance – points to the emphatic essentiality of the Eastern European scene, epicenter of the rapprochement to the sacred and transcendent dimension in music on the part of new generations. With Cantus, Descant Sarah Davachi definitively absorbs these sensitivities and pours them, in full control of her own means of expression, into an intimately personal summa, a counterpoint to the tribulations of the contemporary soul.

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