Weekly Recs | 2020/39

Brendon Randall-Myers / Dither – dynamics of vanishing bodies (New Focus, 2020)

Olivier Alary & Johannes Malfatti – u,i (Fatcat / 130701, 2020)



Brendon Randall-Myers / Dither
dynamics of vanishing bodies

New Focus, 2020 | contemporary classical, totalism


Sin dal primo istante, “dynamics of vanishing bodies” (2017) sembra gridare il nome del padrino spirituale del suo autore Brendon Randall-Myers, membro del Glenn Branca Ensemble dal 2016 e direttore dello stesso a seguito della morte del maestro americano nel 2018. Sinora il nome del giovane chitarrista e compositore di Brooklyn è comparso principalmente in album collaborativi e in raccolte di musica contemporanea per chitarre elettriche: quello presentato dalla lodevole fucina New Focus si può dunque considerare il suo esordio discografico da solista; ed è difficile immaginare un modo migliore per introdurre la sua eccentrica e determinata visione, un motore a lenta combustione che dall’iniziale tratteggio atmosferico procede verso un apice estatico di bruciante intensità.

L’eccezionale artefice di questa esecuzione è il quartetto newyorkese Dither – formato da Taylor Levine, Joshua Lopes, James Moore e Gyan Riley – già interprete di opere a firma di Fred Frith, David Lang, Phill Niblock, Lee Ranaldo, Elliott Sharp e altri, nonché protagonista del primo volume della “John Zorn’s Olympiad” (Tzadik, 2015). Chitarristi di rigorosa preparazione accademica convertiti alla musica sperimentale, che nella suite in cinque movimenti di Randall-Myers hanno l’opportunità di compenetrare le varie tecniche estese legate al suono amplificato e distorto, dissezionato e reso assoluto dalle pionieristiche esperienze della no wave e del totalismo.

“dynamics of vanishing bodies” propone all’orecchio una sorta di cosmogonia in graduale accumulo d’energie: un meccanismo a orologeria i cui rintocchi, nel primo segmento, si presentano in forma di ipertoni e feedback dai contorni netti e affilati, avvolti in seguito da scie e propagazioni ambientali prodotte col volume pedal e l’archetto elettronico. Il riverbero degli amplificatori prolunga il decadimento dei singoli suoni in successione sempre meno cadenzata, con un terzo movimento che le lascia brevemente respirare nelle loro vaghe e isolate traiettorie, deviate da lievi scordature manuali.
Si tratta in realtà del compimento di un anticlimax che conduce all’abrasivo epicentro dell’opera, una scarica di accordi maggiori e impasti cacofonici, una massa aggettante di materia oscura entro cui proliferano ansiogene scale ascendenti e martellanti incastri ritmici di armonici naturali e stoppati. È qui che rivive pienamente l’accecante catarsi delle sinfonie di Branca, una profana sublimazione che si estende in forma di ariosi loop nell’ultimo, malinconico movimento: se non il ristabilirsi di un qualche ordine universale, quantomeno il pacificato smorzamento di una genesi dirompente e travagliata, riscrittura arbitraria delle energie primordiali che ci scagliano dentro e fuori dall’esistenza.

La poderosa compiutezza dell’opera di Brendon Randall-Myers spalanca davanti a sé l’eccitante prospettiva di una musica da “camera elettrificata” che porti l’eredità post-minimalista verso lidi espressivi ancora da esplorare, pur mantenendo intatta la sua vena trascendentale. La performance del quartetto Dither rappresenta indubbiamente un momento decisivo per questo nuovo corso, nonché uno dei vertici emozionali dell’anno.


From the very first moment, “dynamics of vanishing bodies” (2017) seems to shout the name of the spiritual godfather of its author Brendon Randall-Myers, member of the Glenn Branca Ensemble since 2016 and conductor of the same after the American master’s death in 2018. So far the name of the young guitarist and composer from Brooklyn has appeared mainly in collaborative albums and in collections of contemporary music for electric guitars: the one presented by the praiseworthy New Focus forge can therefore be considered his solo debut; and it’s hard to imagine a better way to introduce his eccentric and determined vision, a slow-burning engine that moving from an initially atmospheric trait proceeds towards an ecstatic peak of scorching intensity.

The exceptional architect of this performance is New York’s quartet Dither – formed by Taylor Levine, Joshua Lopes, James Moore and Gyan Riley – which previously performed works by Fred Frith, David Lang, Phill Niblock, Lee Ranaldo, Elliott Sharp and others, as well as being the protagonist of the first volume of “John Zorn’s Olympiad” (Tzadik, 2015). These are guitarists with a rigorous academic background who were then converted to experimental music, and that with Randall-Myers’ five-movement suite have the opportunity to commingle the various extended techniques associated with the amplified and distorted sound, dissected and absolutized by the pioneering experiences of no wave and totalism.

“dynamics of vanishing bodies” offers the ear a sort of cosmogony in gradual accumulation of energy: a clockwork mechanism whose strokes, in the first segment, are presented in the form of overtones and feedbacks with razor-sharp edges, subsequently enveloped by ambient trails and propagations generated by the volume pedal and e-bow. The reverb of the amplifiers prolongs the decay of the single sounds in less and less cadenced succession, with a third movement that briefly allows them to breathe in their vague and isolated trajectories, deviated through slight manual detunings.
It is actually the completion of an anticlimax that leads to the abrasive epicenter of the work, a discharge of major chords and cacophonous compounds, a jutting mass of dark matter within which proliferate anxiety-inducing ascending scales and hammering rhythmic interlocks of natural harmonics and palm muting. Here’s where the dazzling catharsis of Branca’s symphonies fully relives, a profane sublimation that extends in the form of airy loops to the last, melancholy movement: if not the reestablishment of some universal order, at least the pacified dampening of a disruptive and troubled genesis, an arbitrary rewriting of the primordial energies hurling us in and out of existence.

The powerful completeness of Randall-Myers’ work unhinges the exciting prospect of an “electrified chamber” music bringing the post-minimalist legacy to uncharted expressive waters, while maintaining its transcendental vein intact. Dither quartet’s performance undoubtedly represents a defining moment for this new course, as well as one of the emotional high points of the year.


Olivier Alary & Johannes Malfatti
u,i

Fatcat / 130701, 2020 | modern classical, sound art


Disconnessi. Per oltre vent’anni la rete sembrava aver raccolto e stretto intorno a sé il villaggio globale, mentre oggi risulta chiaro come abbia finito per sovvertire lo spazio-tempo reale per produrne uno parallelo, dove tutti sembrano conoscersi ma nessuno si incontra più con l’altro. 
È certamente curioso, ma non del tutto casuale, che un’opera come u,i  [‘you / I’] abbia attraversato un lungo processo di ideazione ed effettiva composizione, cominciato negli anni dell’inarrestabile ascesa dei programmi VoIP e dei social network, per essere finalmente pubblicato mentre l’Occidente tenta ancora di arginare la tremenda avanzata della pandemia da Covid-19.

In un fervido dialogo digitale tra Montreal e Berlino, Olivier Alary e Johannes Malfatti (già insieme nei trio Chlorgeschlecht e Ensemble) hanno gradualmente scoperto la segreta poetica della distorsione e frammentazione di frequenze sonore riversate in fluviali sequenze di 0 e 1: uno specchio deformante della nostra identità ed espressione, un filtro in grado di sintetizzare – letteralmente – la macroscopica condizione di sfilacciamento sociale che, come un organismo virulento, attraversa indistintamente il mondo contemporaneo. 

Linee d’archi nello stile di Jóhann Jóhannsson, fiati sommessi, languidi pianoforti e organi affiorano dal buio a ondate irregolari, eterno miracolo e mistero di un manifestarsi al di là della presenza fisica: la grana sonora si sfalda a ogni istante, talvolta in maniera quasi impercettibile, affrontando l’impervia traversata dell’etere per giungere, nonostante tutto, all’altro capo; canti di solitudine iper-compressi alla Burial, estratti da found videos amatoriali, permeano l’intimità delle nostre stanze e danno un fragile corpo alla distanza che tutti ci separa, echeggiando dal vuoto come scarnificate anime a noi sorelle.

In netto contrasto con l’approccio bidimensionale e parcellizzante di molta elettronica odierna, Alary e Malfatti intendono salvaguardare, per quanto possibile, la profonda radice umana che ancora ci accomuna e che un domani potrebbe farci tornare sui nostri passi, dando nuovamente valore al contatto e al messaggio ‘perso nella traduzione’ del medium digitale. Al crocevia tra Basinski, The Caretaker e il misconosciuto progetto Those Who Walk Away (The Infected Mass, Constellation, 2017), u,i offre un’esperienza d’ascolto quietamente straziante, densa di sottotesti concettuali che in nessun caso prevalgono sul toccante pathos dell’opera nella sua interezza.


Disconnected. For over twenty years the internet seemed to have gathered and tightened the global village around itself, while today it is evident how it ended up subverting the space-time of reality to produce a parallel one, where everybody seems to know each other but no one actually meets, ever.
It is certainly curious, but not entirely by chance, that a work like u,i  [you / I] has gone through a long process of conception and actual composition, which began in the years of the unstoppable rise of VoIP softwares and social networks, to be finally published as the West still attempts to stem the tremendous advance of the Covid-19 pandemic.

In a fervent digital dialogue between Montreal and Berlin, Olivier Alary and Johannes Malfatti (already together in the trios Chlorgeschlecht and Ensemble) have gradually discovered the secret poetics of the distortion and fragmentation of sonic frequencies poured into fluvial sequences of zeros and ones: a distorting mirror of our identity and expression, a filter capable of synthesizing – literally – the macroscopic condition of social fraying which, like a virulent organism, indistinctly crosses the contemporary world.

Trails of strings in Jóhann Jóhannsson’s style, hushed winds, languid pianos and organs emerge from the darkness in irregular waves, the eternal miracle and mystery of a manifestation beyond physical presence: the sound texture crumbles in each moment, sometimes almost imperceptibly, facing the impervious crossing of the ether to reach, despite everything, the other end; hyper-compressed songs of solitude à la Burial, extracted from amateur found videos, permeate the intimacy of our rooms and give a fragile body to the distance that separates us all, echoing from the void like fleshless sister souls of ours.

In stark contrast to the two-dimensional and fragmented approach of much part of today’s electronic music, Alary and Malfatti intend to safeguard, as far as possible, the deep human root that still unites us and that one day could make us retrace our steps, restoring the value of contact and the message ‘lost in translation’ to the digital medium. At the crossroads between Basinski, The Caretaker and the little-known project Those Who Walk Away (The Infected Mass, Constellation, 2017), u,i offers a quietly heartbreaking listening experience, full of conceptual subtexts that in no case prevail over the affecting pathos of the whole work.

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