Alvin Curran – Inner Cities

Gabriella Smart
Room40, 2020
contemporary classical, minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

La storia del tour de force pianistico, almeno a livello ufficiale, ebbe probabilmente inizio con i virtuosismi estremi di Franz Liszt, ovvero la trascendenza per mezzo del talento e dell’estro esecutivo, esibiti nell’assoluta padronanza di temi e variazioni esposti in rapida sequenza, riversati sullo spartito e sullo strumento come un fiume in piena. Venne poi la somma provocazione: con la boutade proto-dadaista delle “Vexations” di Erik Satie ci si spostava dalla difficoltà tecnica alla pura resistenza fisica, condannando il musicista e il suo (presunto) ascoltatore all’assurdità di una melodia ripetuta ossessivamente per un lasso di tempo inconcepibile.
I due estremi arriveranno a sfiorarsi nell’America del minimalismo: il ‘Well-Tuned Piano’ di La Monte Young e il magnum opus ritrovato di Dennis Johnson, “November”, pongono le basi per la nascita di quello che potremmo definire, in mancanza di termini migliori, un virtuosismo “verticale”; soppesare ogni singola nota e il suo spazio negativo come elementi paritari, nella suggestione immaginifica come nella totale astrazione di un’imperscrutabile interiorità.

Un ultimo passaggio-chiave prelude al ciclo “Inner Cities” di Alvin Curran: l’opera pianistica di Morton Feldman e del tardo John Cage, paradigmi di un nuovo corso espressivo che si estende e continua a evolvere nell’odierna composizione e improvvisazione riduzionista, dal collettivo internazionale Wandelweiser all’onkyo giapponese.
Ma se da un lato abbiamo un’estetica della “cristallizzazione” temporale – la fugacità dell’attimo eternamente sospesa nel pentagramma –, nel ciclo inaugurato da Curran nel 1993 incontriamo un avvicendarsi di accenti stilistici, e dunque di sentimenti, che sembrano andare di pari passo con le stagioni della vita, in egual sintonia con la fervida ispirazione e l’occasionale blocco creativo, la banalità del quotidiano e l’accadimento inaspettato, le vecchie conoscenze e i nuovi incontri, elementi che confluiscono indistintamente nelle molteplici identità e sfumature di ciascun brano.

Dopo una prima registrazione integrale a opera del belga Daan Vandewalle (Long Distance Records, 2005) è ora l’australiana Gabriella Smart a cimentarsi in questo ambizioso progetto, edito stavolta dalla Room40 del connazionale Lawrence English, benché soltanto in formato digitale. Nemmeno nella presente tracklist, tuttavia, sono stati inclusi i tre brani successivamente aggiunti al ciclo – #12 (2005), #13 (2006), #14 (2010-13) –, così che le due registrazioni risultano sostanzialmente speculari, per una durata complessiva di quattro ore e venti minuti.


Nelle parole dell’interprete: “[Curran] ha il dono di trascendere l’umanità rimanendovi saldamente radicato, di comunicare vasti orizzonti architettonici meditando al contempo su una singola foglia”. In quelle del compositore, invece, “i brani sono una serie di contraddittori études – studi di liberazione e attaccamento, criptici itinerari verso la vecchia fontana nella piazza cittadina da cui sgorga l’intera divinazione artistica e la ricerca di senso nell’oscurità”.
E difatti, si tratta per certi versi di una scrittura umorale, non programmatica, che a seconda dei casi può risolversi in tre minuti scarsi (#5, #7,5) o nel corso di quasi un’ora (#8), con ampie sezioni a carattere improvvisativo. Non facendo capo in alcun modo agli schemi e alle regole che governano il mondo reale, queste ‘città interiori’ si sviluppano come modelli convoluti e metamorfici dell’umano sentire, talvolta assorto in rigogliose divagazioni baroccheggianti, talaltra smarrito nell’iterazione di motivi enigmatici e autoriferiti che non di rado conducono nei più inquieti recessi dell’anima (su tutte la turbolenta #9, appropriatamente dedicata a Reinier Van Houdt, e l’incubo irrisolto e senza uscita della #10).

Al pianoforte è dunque affidato – questo sì, molto classicamente – un vero e proprio diario intimo che raccoglie il pluridecennale sedimento di esperienze creative tra le più variegate, dai pionieristici Musica Elettronica Viva alle tante altre collaborazioni in ambito free impro. Ritornano inevitabilmente anche gli echi dei summenzionati maestri americani, dalla perpetua interrogazione dei pattern e delle ‘simmetrie storpie’ di Feldman (#2) al tintinnante toy piano di Cage (#3), arrivando all’accumulo massivo di risonanze esplorato da Charlemagne Palestine (#6+7).

Gabriella Smart

Ma le “Inner Cities” non mancano di fare i conti e di rappacificarsi con la tradizione, e in particolare con quel Romanticismo – e il suo epilogo decadentista – che elesse il pianoforte a emblema dell’ardore e degli struggimenti ottocenteschi: e neanche a dirlo, più che Schubert e Beethoven, è proprio Liszt ad affacciarsi tra le pieghe di certi intensi flussi melodici; non si tratta però, tendenzialmente, dell’istrionico architetto di suite a rotta di collo, quanto semmai dell’ascetico vedutista degli “Années de Pèlerinage”, intento a far risuonare tra le note lo stupore e l’estasi del viandante.
A perfetta chiusura del cerchio, infine, affiorano copiose le cellule embrionali della musique d’ameublement di Satie, l’effimera levità di un’espressione rivolta unicamente a se stessa, rifiutando di lasciarsi inquadrare in un unico solco per attraversare senza limitazioni le moltitudini che affollano l’Io.

È in tal senso, pertanto, che il ciclo di Curran può inserirsi di diritto tra le file del tour de force pianistico contemporaneo: alla coraggiosa e impeccabile Gabriella Smart è richiesta una completa simbiosi con l’intrinseca variabilità di ciascun brano, cartografia interiore soggetta a intemperie che soltanto l’atto della trascrizione, forse, ha potuto placare. Dal particolare all’universale, ogni ordine di grandezza trova spazio in questi densi excursus emozionali, entro i quali è auspicabile perdersi rimanendo ancorati a una modalità d’ascolto attivo, foriera di visioni tanto vivide quanto liberamente interpretabili.


Alvin Curran / Gabriella Smart

The history of the pianistic tour de force, at least on an official level, probably began with the extreme virtuosity of Franz Liszt, meaning transcendence through talent and executive flair, exhibited in the absolute mastery of themes and variations displayed in rapid sequence, poured onto the score and the instrument like a raging river. Then came the ultimate provocation: the proto-Dadaist boutade of Erik Satie’s “Vexations” shifted from technical difficulty to pure physical resistance, condemning the musician and his (alleged) listener to the absurdity of a melody repeated obsessively over an inconceivable period of time.
The two extremes would then collide in the American minimalism: La Monte Young’s ‘Well-Tuned Piano’ and Dennis Johnson’s rediscovered magnum opus, “November”, lay the foundations for the birth of what could be defined, for lack of better terms, as a “vertical” virtuosity; the weighing of every single note and its negative space as equal elements, in the imaginative suggestion as in the total abstraction of an inscrutable interiority.

A final key passage preludes to Alvin Curran‘s “Inner Cities” cycle: the piano works of Morton Feldman and the later John Cage, paradigms of a new expressive course that extends and constantly evolves in today’s reductionist composition and improvisation, from international collective Wandelweiser to Japan’s onkyo.
But if on the one hand we have an aesthetic of temporal “crystallization” – the fleetingness of the moment eternally suspended on the pentagram –, in the cycle inaugurated by Curran in 1993 we encounter a succession of stylistic accents, and therefore of feelings, which seemingly proceeds in parallel with the seasons of life, in equal harmony with a fervent inspiration and the occasional creative block, the banality of everyday life and the unexpected event, old acquaintances and new encounters, elements that flow indiscriminately in the manifold identities and hues of each piece.

After a first complete recording by the Belgian Daan Vandewalle (Long Distance Records, 2005), it is now the turn of the Australian Gabriella Smart to try her hand at this ambitious project,  this time published via the Room40 imprint of her compatriot Lawrence English, albeit only in digital format. Neither in this tracklist, however, the three pieces subsequently added to the cycle – #12 (2005), #13 (2006), #14 (2010-13) – have been included, so that the two recordings are basically symmetrical, for a total duration of four hours and twenty minutes.

In the interpreter’s words: “[Curran] has the gift of transcending humanity while remaining firmly embedded in it, of communicating vast architectural horizons while meditating on a single leaf”. In those of the composer, instead, “the pieces are a set of contradictory etudes – studies in liberation and attachment, cryptic itineraries to the old fountain on the town square whence flows all artistic divination and groping for meaning in the dark”.
And in fact, it is in some ways a humoral, non-programmatic writing, which depending on each case can be resolved within three minutes (#5, #7.5) or over the course of nearly an hour (#8), with large sections of an improvisational nature. Not referring in any way to the schemes and rules that govern the real world, these ‘inner cities’ unfold as convoluted and metamorphic models of human feeling, sometimes absorbed in luxuriant baroque digressions, other times lost in the iteration of enigmatic and inward-looking motifs that not infrequently lead to the most unquiet recesses of the soul (above all the turbulent #9, appropriately dedicated to Reinier Van Houdt, and the unresolved, dead-end nightmare of #10).

To the piano is therefore entrusted – indeed very classically – a veritable intimate diary gathering the decades-long sediment of the most disparate creative experiences, from the pioneering Musica Elettronica Viva group to the many other collaborations in the sphere of free improvisation. Inevitably the echoes of the aforementioned American masters also return, from the perpetual interrogation of Feldman’s patterns and ‘crippled symmetries’ (#2) to Cage’s tinkling toy piano (#3), arriving at the massive accumulation of resonances explored by Charlemagne Palestine (#6+7).
But the “Inner Cities” don’t fail to reckon and make peace with tradition, too, and particularly with that Romanticism – and its decadent epilogue – which chose the piano as an emblem of nineteenth-century ardor and yearnings: and needless to say, more than Schubert and Beethoven, it is Liszt himself who surfaces between the folds of certain intense melodic flows; however, it tends not to be the histrionic architect of breakneck-speed suites, but rather the ascetic vedutist of the “Années de Pèlerinage”, intent on letting the traveler’s amazement and ecstasy resound among the notes.
Finally, as a perfect closing of the circle, the embryonic cells of Satie’s musique d’ameublement copiously emerge, the ephemeral levity of an expression addressed solely to itself, refusing to be pigeonholed in a single groove to cross without limitation the multitudes that crowd the self.

It is in this sense, therefore, that Curran’s cycle can be rightfully included among the ranks of the contemporary pianistic tour de force: the courageous and impeccable Gabriella Smart is required to establish a complete symbiosis with the intrinsic variability of each piece, an interior cartography exposed to the elements which only the act of transcription, perhaps, could placate. From the particular to the universal, every order of magnitude finds room in these dense emotional digressions, within which it’s auspicious to get lost while remaining anchored to an active listening mode, a harbinger of visions as vivid as they are freely interpretable.

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