Weekly Recs | 2020/40

Moor Mother – Circuit City (Don Giovanni, 2020)

Thurston Moore / John Edwards / Terry Day / John Butcher / Steve Beresford – Stovelit Lines (2020)

Lucio Capece & Werner Dafeldecker – Iteration (Another Timbre, 2020)



Moor Mother
Circuit City

Don Giovanni, 2020 | free jazz, poetry


Ogni opera della sacerdotessa nera Moor Mother è una resa dei conti col passato, un atto di liberazione e riscatto per conto dei propri antenati oltre che se stessa: una voce tuonante che invoca alla lotta e alla resistenza sin da prima che il movimento Black Lives Matter fosse costretto a risorgere con ancor più veemenza contro l’odio razziale nelle strade. Ma se da un lato la comprimaria Matana Roberts procede metodicamente, capitolo dopo capitolo, alla reinterpretazione della tradizione orale delle gens de couleur americane, la prolifica poetessa e attivista Camae Ayewa accumula progetti e collaborazioni come schegge di una guerriglia costante e pervasiva, condotta al fianco di alleati sempre nuovi. 

Dopo il dirompente combo con il duo noise-rock Mental Jewelry (True Opera, 2020), l’etichetta Don Giovanni dà ora alle stampe la registrazione audio della sua prima opera musical-teatrale: realizzata con un ensemble misto di musicisti sperimentali, “Circuit City” è un altro parto dal furioso e ardente lirismo, racconto e profezia di ciò che la rivolta afroamericana rappresenta a livello intimo e universale. “There’s been so much trauma”, ripete a gran voce Moor Mother, risalendo alla primigenia ferita che attraversa le generazioni a lei precedenti, al saccheggio umano e culturale inferto al popolo nero in favore di un progresso e di una colonizzazione – dalla Terra allo spazio – a uso e consumo dei suoi oppressori.
La tromba di Aquiles Navarro e il sassofono di Keir Neuringer echeggiano e si moltiplicano nell’affollato fondale sonoro, viscosa ibridazione tra sorgenti acustiche ed elettroniche (Ada Adhiyatma, alias Madam Data, al sound design) guidate dall’incalzante sezione ritmica di Luke Stewart (contrabbasso) e Tcheser Holmes (batteria e percussioni). Una selva densa e inestricabile che nel corso dei primi due atti non fa che alimentarsi del proprio grido straziato, metaforica somma di voci rimaste troppo a lungo inascoltate.

È invece il canto soul di Elon Battle (:3ION) a contrappuntare il tiptoe più tipicamente jazzato del terzo atto, una sala da ballo lynchana illuminata dai raggi intergalattici di Sun Ra, fino al reingresso in scena di Moor Mother: “Crime after crime, conspiracy of silence […] another day on the battlefield that is our home, we awake to our reality alone”. Il quarto e ultimo atto, “No More Wires”, ritorna all’impeto iniziale con un marasma free-form se possibile ancor più lancinante: Ascension di Coltrane incontra l’irriverente rumorismo della Fire! Orchestra in uno spazio prospettico percorso da energie e vibrazioni squassanti. “Give us back our spaceships, give us back our ugliness, an ugliness of our own design, and then give us back our beauty, a beauty of our own design.” 

Un solo anno dopo il cupo e tormentato manifesto Analog Fluids of Sonic Black Holes, l’opera futuristica di Moor Mother rappresenta un altro cruciale tassello nel suo coerente percorso d’affermazione artistica: una voce imponente e ispirata come la sua non potrà che continuare a scuotere le coscienze dei nostri giorni in forme sempre inedite e inaspettate.


Each work of the black priestess Moor Mother is a reckoning with the past, an act of liberation and redemption on behalf of her ancestors as well as herself: a thunderous voice calling for struggle and resistance since before the Black Lives Matter movement had to rise again, with even more vehemence, against the racial hatred in the streets. But if, on the one hand, her peer Matana Roberts methodically proceeds, chapter after chapter, to the reinterpretation of the American gens de couleur’s oral tradition, the prolific poet and activist Camae Ayewa accumulates projects and collaborations as fragments of a constant and pervasive guerrilla, waged alongside ever-new allies.

After the disruptive combo with noise-rock duo Mental Jewelry (True Opera, 2020), the Don Giovanni label now releases the audio recording of her first musical/theatrical work: carried out with a mixed ensemble of experimental musicians, “Circuit City” is another brainchild of furious and ardent lyricism, tale and prophecy of what the Afro-American revolt represents at an intimate and universal level. “There’s been so much trauma”, loudly repeats Moor Mother, tracing back to the primal wound that passed down through previous generations, to the human and cultural plunder inflicted on the black people in favor of progress and colonization – from Earth to outer space – to the advantage of their oppressors.
Aquiles Navarro’s trumpet and Keir Neuringer’s saxophone echo and multiply in the crowded sonic background, a viscous hybridization of acoustic and electronic sources (Ada Adhiyatma aka Madam Data on sound design) led by the frantic rhythm section of Luke Stewart (double bass) and Tcheser Holmes (drums and percussion). A dense and inextricable wilderness that over the course of the first two acts feeds solely on its tormented cry, a metaphorical sum of voices that have remained unheard for too long.

It’s the soul singing of Elon Battle (:3ION), instead, that counterpoints the more typically jazzy tiptoe of the third act, a Lynch-esque ballroom illuminated by Sun Ra’s intergalactic rays, until Moor Mother comes back on stage: “Crime after crime, conspiracy of silence […] another day on the battlefield that is our home, we awake to our reality alone”. The fourth and final act, “No More Wires”, returns to the initial impetus with a free-form chaos possibly even more searing than before: Coltrane’s Ascension meets the irreverent bruitisme of the Fire! Orchestra in a perspective space crossed by tempestuous energies and vibrations. “Give us back our spaceships, give us back our ugliness, an ugliness of our own design, and then give us back our beauty, a beauty of our own design.”

Just a year after the bleak and tormented manifesto Analog Fluids of Sonic Black Holes, Moor Mother’s futuristic opera marks another crucial step in her coherent path of artistic affirmation: an imposing and inspired voice like hers will only continue to upset the conscience of our days in unprecedented and unexpected forms.


Thurston Moore / John Edwards / Terry Day / John Butcher / Steve Beresford
Stovelit Lines

self-released, 2020 | free impro


Non sempre il top-billing artist è l’elemento chiave di una performance, specialmente se si tratta di uno sperimentatore umile e aperto al dialogo come Thurston Moore, da svariati decenni molto più che il leader dei Sonic Youth. Presso il luogo di culto londinese Iklectik si è tenuto infatti, nel novembre del 2017, un incontro eccezionale con quattro eminenze della scena free impro britannica: Steve Beresford (piano, elettronica), John Butcher (sassofoni), Terry Day (batteria) e John Edwards (contrabbasso), a formare un quintetto di veterani da ‘sold out’ assicurato.

Non che la presenza del chitarrista noise-rock sia ininfluente, ma in Stovelit Lines si respira l’inconfondibile odore di una sessione tipicamente europea, dissociata da qualsiasi canone stilistico e prona a un’alterità espressiva assoluta. L’unico tratto “classico”, in un certo senso, è da individuarsi nella struttura dell’arco drammatico, diviso in tre movimenti che, sia per durata che per carattere, emulano sommariamente quelli di un ‘concerto’ orchestrale: un ingresso vivo e pieno d’entusiasmo collettivo; un ‘largo’ d’inquieto ermetismo, lentamente montante in un nuovo tumulto che si scatena in tutta la sua forza nella terza parte/movimento. 

Nel graduale accumulo d’energie iniziale Moore si addentra in nervose digressioni atonali alla Derek Bailey, giungendo solo al decimo minuto a formare accordi sbilenchi sui quali sèguita ad arpeggiare scompostamente. Il sassofono di Butcher, invece, solo di rado emerge dal suo onomatopeico brulicare per sconfinare nei più solidi fonemi dell’avant-jazz, tra rozzi toni sostenuti sempre al confine con la loro controparte dissonante. I pensosi solipsismi del piano e del basso soccombono un po’ rispetto ai più taglienti contributi della batteria, almeno finché il desolato astrattismo della seconda parte non torna ad appianare tutte le voci, e la suggestiva biodiversità degli elementi si manifesta con chiarezza in un interplay debolmente pulsante.

I quindici minuti conclusivi sono una sovreccitata orgia rumorista che si espande e contrae a fasi alterne, al cui centro si apre una depressione “lirica” – relativamente parlando – dove chitarra pianoforte e basso sembrano intonare sghembi lamenti rivolti a nessuno, prima che i trilli del sassofono diano il segnale per l’ultima allucinata sollevazione generale, trionfo di un summit para-musicale di notevole prestigio e affiatamento creativo. Una release digitale da non perdere e soprattutto da acquistare, essendo i proventi destinati all’associazione Headway, impegnata a “migliorare la vita in seguito a una lesione cerebrale”.


The top-billing artist is not always the key element of a performance, especially if he’s an experimenter as humble and open to dialogue as Thurston Moore, for several decades much more than the leader of Sonic Youth. In November 2017, in fact, an exceptional meeting was held at London’s cult venue Iklectik with four eminences of the British free impro scene: Steve Beresford (piano, electronics), John Butcher (saxophones), Terry Day (drums) and John Edwards (double bass), forming a quintet of veterans guaranteed to sold out.

Not that the presence of the noise-rock guitarist is irrelevant, but on Stovelit Lines one can breathe the unmistakable odor of a typically European session, dissociated from any stylistic canon and prone to absolute expressive otherness. The only “classical” trait, in a certain sense, may be found in the structure of the dramatic arc, divided into three movements which, both in terms of duration and character, roughly emulate those of an orchestral concerto: an entrance lively and full of collective enthusiasm; a largo of unquiet hermeticism slowly rising to a new tumult, unleashed in full force in the third part/movement.

In the initial gradual accumulation of energy, Moore delves into nervous atonal digressions à la Derek Bailey, only at minute ten actually getting to shape lopsided chords on which he continues to arpeggiate sprawlingly. Butcher’s saxophone, on the other hand, only seldom emerges from its onomatopoeic swarming to cross over to the more solid phonemes of avant-jazz, between raw tones always bordering with their dissonant counterpart. The pensive solipsisms of the piano and bass tend to succumb a little if compared to the sharper contributions of the drums, at least until the desolate abstractionism of the second part returns to smooth out all of the voices, and the evocative biodiversity of the elements is clearly manifested through a faintly pulsating interplay.

The final fifteen minutes are an overexcited noise orgy intermittently expanding and contracting, at the heart of which we enter a – relatively speaking – “lyrical” depression where guitar, piano and bass seem to intone crooked laments addressed to no one, before the trills of the saxophone give cue for one last, hallucinated general uprising, the triumph of a para-musical summit of considerable prestige and creative harmony. A digital release not to be missed and, above all, worthy of being purchased, as all the proceeds are destined to the Headway association, committed to “improving life after brain injury”.


Lucio Capece & Werner Dafeldecker
Iteration

Another Timbre, 2020 | reductionism, free impro


Nella mia mente, l’atto di iterare ha una valenza differente e più nobile rispetto a quello di ripetere, riproporre invariabilmente. È un verbo che denota un cosciente stoicismo, il risultato di una convinzione profonda che induce a non deviare dalla giusta traiettoria. E vi è infatti un senso di lucida determinazione nelle due improvvisazioni di Lucio Capece (clarinetto basso, slide sax) e Werner Dafeldecker (contrabbasso), registrate dal vivo a Monaco nel maggio 2019: un approccio similare al suono puro e alle minute inflessioni di una fragile tonalità sono alla base delle loro investigazioni sul filo del silenzio, quasi riluttanti a dare àdito a una qualunque forma d’espressività.

Nel primo segmento il carattere iterativo si esplica con evidenza nel tracciamento di linee acustiche moderate, fantasmatiche, più spesso situate sul versante degli armonici e degli ipertoni che delle note in senso proprio: un conscio riduzionismo che giustifica sin da subito la pubblicazione a marchio Another Timbre, riferimento assoluto per questo peculiare ambito di ricerca. La risoluta permanenza in questo territorio liminale, prossimo all’acromia, sembra produrre una tiepida assuefazione nei due performer, che come corpi uniti da uno stesso respiro riescono a sincronizzare le pause e il graduale decadimento dei loro gesti sonori. 

Il secondo brano ammette alcune eccezioni esecutive, con tratti più brevi e decisi in alternanza con le acute distese microtonali, ulteriormente saturate dai feedback e dal room tone riprodotti attraverso i minispeaker. Rapidi colpetti e strisciate ‘col legno’ sulle corde, come guizzanti scintille di microsuono, parabole discendenti e propagazioni aurali del sassofono popolano lo spazio circostante e il loro doppio amplificato, in un sottile gioco d’ombre irrequiete e fuggevoli, pronte a ricongiungersi entro una più confortevole inesistenza. 

Una sequenza di field recordings naturalistici smorzati, punteggiati dalle ultime stoccate del basso, chiudono su una nota ancor più enigmatica una sessione che, qui dissociata dalla presenza fisica dei performer, appare difficilmente attribuibile all’azione di esseri senzienti quanto piuttosto di discrete forze elementali, prive di volontà alcuna e in balìa di una perpetua indeterminazione.


In my mind, the act of iterating has a different and more noble value than that of repeating, reproposing invariably. It’s a verb that denotes a conscious stoicism, the outcome of a profound conviction inducing us not to deviate from the right trajectory. And indeed, there’s a sense of lucid determination in the two improvisations by Lucio Capece (bass clarinet, slide sax) and Werner Dafeldecker (double bass), recorded live in Munich in May 2019: a common approach to pure sound and to the minute inflections of a fragile tonality are at the core of their investigations on the edge of silence, almost reluctant to give rise to any form of expressiveness whatsoever.

In the first segment the iterative character is clearly expressed in the tracing of moderate, phantasmic acoustic lines, more often located on the side of harmonics and overtones than of notes in the proper sense: a conscious reductionism that right away justifies the publication under the Another Timbre imprint, an absolute reference for this peculiar field of research. The resolute permanence in this liminal territory, close to achromy, seems to produce a mild addiction in the two performers, who, like bodies united by the same breath, manage to synchronize the pauses and the gradual decay of their sonic gestures.

The second piece admits some executional exceptions, with shorter and more decisive strokes alternating with the acute microtonal expanses, further saturated by the feedback and the room tone reproduced through the minispeakers. Quick taps and swipes col legno on the strings, like darting sparks of microsound, descending parabolas and aural propagations of the saxophone populate the surrounding space and its amplified double, in a subtle play of restless and fleeting shadows, ready to be reunited into a more comfortable non-existence.

A sequence of muffled naturalistic field recordings, punctuated by the final thrusts of the bass, conclude on an even more enigmatic note a session which, here dissociated from the physical presence of the performers, would hardly be attributed to the action of sentient beings but rather to discreet elemental forces, devoid of any will and at the mercy of a perpetual indeterminacy.

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