Roger Reynolds at 85, Vol. 1 – String Quartets: FLiGHT; not forgotten

JACK Quartet

Mode Records, 2020
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Possiamo ancora contare su Brian Brandt e la sua Mode Records per ricorrenze come questa: il compositore americano Roger Reynolds (*1934) compie 85 anni e perciò gli saranno dedicati due album monografici, il primo dei quali riprende le fila della sua produzione per quartetto d’archi – organico che ha rappresentato il “barometro” del passaggio dal classico al moderno e infine al contemporaneo.
Ma benché si tratti ancora oggi di un autore relativamente poco documentato a livello discografico, anni addietro non era mancato un doppio volume a suo nome nella comprensiva e imprescindibile serie a marchio Naïve/Montaigne dedicata al vasto repertorio del quartetto Arditti, committente e/o dedicatario di diversi brani inclusi nella raccolta. In questa nuova pubblicazione celebrativa, invece, viene ceduto il passo all’ugualmente prestigioso JACK Quartet per l’interpretazione di due opere più recenti, registrate sotto la supervisione dello stesso Reynolds.


Già in quartetti come “Coconino” (1985, rev. 1993) e “Ariadne’s Thread” (1994) emergevano i tratti distintivi di una scrittura brillante ma nervosa, frammentaria e fittamente frastagliata il cui sòstrato, in molti casi, fa pensare a un’ulteriore cristallizzazione dei principi introdotti dalla seconda scuola di Vienna. Così anche le quattro fasi narrative di “FLiGHT” (2012-16) – commissionato dal JACK Quartet – sono densamente attraversate dall’afflato tardo-romantico della “Suite lirica” di Alban Berg, pietra miliare del repertorio novecentesco: una tormentata drammaturgia astratta che alterna motivi dimessi e quasi lamentosi a un ipercinetico flusso di pensieri che sembrano preludere a un agire risoluto e combattivo, arrestato a ogni passo da una nuova richiusura nel dubbio e nell’interrogazione di sé; temperie sentimentali mirabilmente condensate già nel lungo primo movimento, e che nei tre seguenti si esplicano in contrasti ancor più netti e brutali tra ascese vertiginose e filiformi ermetismi dell’animo.

Roger Reynolds

Se questo più recente quartetto mette da subito alla prova l’indubitato talento dei JACK, “not forgotten” (2007-10) è una programmatica sfida d’eclettismo, strutturata come un excursus ininterrotto tra memento di colleghi scomparsi (Iannis Xenakis, Toru Takemitsu, Elliott Carter) e di luoghi cari alla composizione contemporanea (Giverny, non soltanto il “giardino” di Monet ma anche una tra le capitali europee della nuova musica da camera, e Ryoanji, tempio di Kyoto che ispirò l’immaginario cageano).
Chiaramente non si tratta di uno sterile esercizio d’immedesimazione stilistica, bensì di una libera trasposizione delle intime sensazioni legate a ciascun soggetto, in un impeto creativo che da un vivace florilegio melodico si spinge sino alla bruciante ruvidezza delle più radicali tecniche estese – quel Lachenmann di cui, non a caso, il JACK Quartet è stato un devoto interprete anche per la stessa Mode Records, con l’integrale edita nel 2014.
I corposi unisoni e i fruscianti pianissimo del movimento finale, “Now”, potrebbero alludere a un clima decisamente meno entusiasmante rispetto alla stagione in cui Reynolds ha forgiato la propria identità musicale, quando la rivoluzione si professava giorno dopo giorno e il graduale delinearsi del futuro – artistico e sociale – provocava ancora una sublime ebbrezza.

La consueta nitidezza di registrazione e l’appassionato dinamismo esecutivo del JACK Quartet offrono un ritratto aggiornato del maestro americano senza quasi lasciarci accorgere della sua intrinseca parzialità. Nei suoi recenti quartetti d’archi Roger Reynolds coglie infinite occasioni per sperimentare con i linguaggi dell’ultimo secolo, facendo sì che in definitiva sia il suo estro creativo a prevalere sulle molteplici influenze raccolte nel corso dei suoi 85 anni, assolutamente degni di questo e di altri tributi, seppur tardivi.


JACK Quartet: Christopher Otto, violin; Austin Wulliman, violin; John Pickford Richards, viola; Jay Campbell, cello

JACK Quartet | © Beowulf Sheehan

We can still count on Brian Brandt and his Mode Records for anniversaries like this: the American composer Roger Reynolds (*1934) turns 85 and thus two monographic albums will be tributed to him, the first of which picks up the thread of his works for string quartet – a formation that represented the “barometer” of the passage from classic to modern and, ultimately, to the contemporary era.
But despite his being to this day, from a discographic standpoint, a scarcely documented author, a number of years ago a double volume in his name appeared in the comprehensive and essential Naïve/Montaigne series dedicated to the vast repertoire of the Arditti Quartet, commissioner and/or dedicatee of several pieces included in the collection. In this new celebratory publication, however, the equally prestigious JACK Quartet takes the lead in the interpretation of two more recent works, recorded under the supervision of Reynolds himself.

Already in quartets such as “Coconino” (1985, rev. 1993) and “Ariadne’s Thread” (1994) the distinctive features of a brilliant but nervous, fragmentary and densely jagged writing emerged, whose substrate oftentimes suggested a further crystallization of the principles introduced by the Second Viennese School. Likewise, the four narrative phases of “FLiGHT” (2012-16) – commissioned by the JACK Quartet – are thickly crossed by the late-romantic afflatus of Alban Berg’s “Lyric Suite”, a milestone in the 20th-century repertoire: a tormented abstract dramaturgy that alternates subdued and almost plaintive motives with a hyperkinetic flow of thoughts that seem to prelude to a resolute and combative action, arrested at every step by a new closure in self-doubt and questioning; sentimental climates admirably condensed already in the long first movement, and which in the following three are expressed in even sharper and more brutal contrasts between vertiginous ascents and filiform hermeticisms of the soul.

While this more recent quartet immediately puts JACK’s undoubted talent to the test, “not forgotten” (2007-10) is a programmatic challenge of eclecticism, structured as an uninterrupted excursus among the mementoes of late colleagues (Iannis Xenakis, Toru Takemitsu, Elliott Carter) and places dear to contemporary composition (Giverny, not only Monet’s “garden” but also one of the European capitals of new chamber music, and Ryoanji, the Kyoto temple which inspired Cage’s imagination).
Clearly this is not a sterile exercise in stylistic identification, but rather a free transposition of the intimate feelings associated with each subject, in a creative impetus that from a lively melodic florilege leads to the abrasive roughness of the most radical extended techniques – that Lachenmann of which, not by chance, the JACK Quartet has been a devoted interpreter for the same Mode Records, with the Complete String Quartets album published in 2014.
The full-bodied unisons and the rustling ‘pianissimos’ of the final movement, “Now”, might allude to a decidedly less exciting atmosphere than that of the season in which Reynolds forged his musical identity, when the revolution was professed day by day and the gradual delineation of the future – both artistic and social – still caused a sublime intoxication.

The usual clearness of the recording and the passionate executional dynamism of the JACK Quartet offer an up-to-date portrait of the American master without almost letting us notice its inherent partiality. In his recent string quartets Roger Reynolds takes countless opportunities to experiment with the languages of the last century, but ultimately it’s his creative flair that prevails over the many influences gathered over the course of his 85 years, indeed worthy of this and further homages, albeit belated.

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