Weekly Recs | 2020/10

Sibusile Xaba – NGIWU SHWABADA (Komos, 2020)

Thomas Kӧner – Motus (Mille Plateaux, 2020)

Jan Martin Smørdal – Choosing to Sing (Sofa, 2020)

Nick Storring – My Magic Dreams Have Lost Their Spell (Orange Milk, 2020)

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Jóhann Jóhannsson & Yair Elazar Glotman – Last and First Men

Deutsche Grammophon, 2020
modern classical, dark ambient

(ENGLISH TEXT BELOW)

Un discreto numero di uscite postume ci ha condotto passo passo al progetto finale – forse davvero il più completo e ambizioso – della carriera di Jóhann Jóhannsson, tristemente venuto a mancare nel febbraio del 2018. Un documentario da regista e la relativa colonna sonora, presentati nella loro prima versione l’anno precedente al Manchester International Festival, ente commissionatore assieme al Barbican Centre di Londra e alla Sydney Opera House: successivamente il maestro islandese ne ha voluto ridimensionare, in qualche modo asciugare la ricca partitura orchestrale con l’aiuto del contrabbassista e compositore Yair Elazar Glotman, che in seguito al prematuro decesso ha assunto il ruolo di “archivista” e direttore del progetto musicale, rispettando le linee guida e la visione artistica del suo artefice.
Perciò la pubblicazione discografica ufficiale a marchio Deutsche Grammophon reca necessariamente la firma di entrambi, ma Last and First Men è a tutti gli effetti la chiusura del cerchio – per quanto imperfetta e putativa – sulla produzione di uno tra gli autori più prestigiosi e apprezzati del nostro tempo.

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Vladislav Delay – Rakka

★★★☆☆
Cosmo Rhythmatic, 2020
noise, avant-techno, post-industrial


(ENGLISH TEXT BELOW)

Le recenti performance dal vivo – un ritorno sulla scena a lungo atteso – lasciavano intendere che l’approccio di Sasu Ripatti alla materia elettronica avesse subìto un radicale stravolgimento, per non dire una tabula rasa di ciò che lo pseudonimo Vladislav Delay aveva sinora rappresentato con assoluta coerenza e stoicismo.
È già significativo, a suo modo, il passaggio dal prestigio settoriale della (fu) raster-noton o dell’autoproduzione alla Cosmo Rhythmatic da cui, in progetti collaterali separati, sono passati anche i due comprimari e connazionali Pan Sonic. In questo caso, però, la pubblicazione è in solo formato digitale, elemento che sottolinea la riflessione del sound artist finlandese in merito al cambiamento climatico, tema che in questi suoi anni di parziale stasi artistica si è reso sempre più pressante e palese – a maggior ragione sul territorio scandinavo. Sotto i ghiacci disciolti dal surriscaldamento globale, evidentemente, non rimane che l’aguzza e inospitale nudità delle rocce artiche (Rakka).

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Muhal Richard Abrams – Celestial Birds

Karlrecords, 2020 | compilation
20th century electronic, avantgarde


(ENGLISH TEXT BELOW)

Nell’epoca di maggior recessione dell’industria discografica tradizionale, mantenere in vita un’etichetta è già di per sé un atto di virtuosismo: ma prodigarsi nella riedizione di opere rare destinate a una nicchia ristretta è indice di passione e di nobiltà intellettuale fuori dal comune, sprezzanti del concreto rischio economico che si paventa a ogni passo. Con questo modus operandi la Karlrecords di Thomas Herbst si è guadagnata un prestigio assoluto nel circuito indipendente, in particolare con la serie ‘Perihel’ a cura di Reinhold Friedl, fondatore e direttore artistico dell’ensemble zeitkratzer. 
Se le recenti ristampe definitive dei capolavori elettronici di Iannis Xenakis – “La Légende d’Eer” e “Persepolis” – potevano ancora raggiungere un pubblico relativamente più trasversale, la presente compilation dedicata al pioniere afroamericano Muhal Richard Abrams (1930 – 2017) equivale a una scommessa tanto onerosa quanto necessaria a riequilibrare la storia ufficiale dell’avanguardia musicale statunitense.

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[V.A.] América Invertida

★★★☆☆
Little Butterfly / VampiSoul, 2019
new age, ambient


(ENGLISH TEXT BELOW)

Per modificare radicalmente e istantaneamente la percezione visiva di un dato soggetto basta compiere un semplice gesto: capovolgerlo. Le forme diventano d’un tratto irriconoscibili, la familiarità è compromessa, nuove gerarchie estetiche si instaurano. Quello del pittore uruguayano Joaquín Torres García non era un innocente gioco d’immaginazione artistica, ma un vero e proprio manifesto per la scena creativa nazionale: il disegno del 1943 intitolato “América Invertida”  rispecchiava l’utopico desiderio di spodestare l’egemonia culturale degli Stati Uniti – ma anche del vicino Brasile – e trasformare simbolicamente il Sud in Nord, con tutto il bagaglio valoriale a esso storicamente attribuito. 
Ed è proprio l’orizzonte dell’utopia quello che accomuna la varietà espressiva dell’underground di Montevideo negli anni 80: una scena popolata di figure artistiche adombrate dalla storia ufficiale, eterni outsider e gruppi durati il tempo di un album, emissari inascoltati del verbo new age e dell’ambient music più colorita e trasognata.

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