Spyros Polychronopoulos / Thanos Polymeneas-Liontiris / Iakovos Pavlopoulos – Widdershins

Room40, 2021
free improvisation, experimental

(ENGLISH TEXT BELOW)

La Grecia continua ad affermarsi, tra le altre discipline, come nuovo avamposto della musica spontanea e di certe radicali sperimentazioni “morfologiche”: un anno fa era il quintetto misto di The Depths Above a coniare l’ermetico idioma di un ritualismo biomorfo, aprendo le porte all’eterotopia di un viaggio “alle latitudini dell’impossibile”. Un’indagine ipoteticamente rivolta a un orizzonte atavico o post-apocalittico, ma che a ben vedere anelava già a un’espressività fuori dal tempo e dalla storia, esito di una tabula rasa senza ritorno.
È su questo stesso terreno che potrebbero giocarsi le avanguardie del terzo millennio: una volta che le strutture tonali, la complessità della fenomenologia timbrica e la spazialità sono state fronteggiate e travalicate, rimane ancora molto (o persino tutto) da fare sul fronte temporale, mettendo in discussione l’intrinseca “orizzontalità” dell’esecuzione e della riproduzione sonora; l’utopia musicale definitiva, in sostanza, sarebbe quella di un’autentica compresenza “verticale” di piani temporali, scissa dalla consequenzialità della percezione uditiva.

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Jim O’Rourke – Best that you do this for me

Apartment House

Another Timbre, 2021
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

«Non penso alla “creatività” o all’“espressione” perché credo che accadano spontaneamente, che tu lo voglia o no. Semmai, credo che tentare di essere creativi sia una trappola. Probabilmente sono più motivato dai problemi che da qualunque desiderio di creare.»

Nelle recenti pubblicazioni a firma di Jim O’Rourke torna a porsi insistentemente l’enigma della “sparizione autoriale”, della volontaria fuoriuscita dal quadro espressivo in favore di un’estetica residuale, ormai del tutto svuotata di concettualismi e marcate stilizzazioni. Significa immaginare il fare artistico come un serbatoio esausto, prosciugato dal furore anarchico delle avanguardie storiche e dall’ansia polisemica e decentrante della postmodernità, e di conseguenza lavorare con ciò che rimane, sulla nuda superficie dell’involucro mediale, ove l’interprete agisce come proiettando un’ombra esile ed effimera del suo strumento.

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Disquiet

Christof Kurzmann / Sofia Jernberg / Martin Brandlmayr / Joe Williamson

Trost, 2021
experimental, free impro

(ENGLISH TEXT BELOW)

Non ho mai nutrito particolare interesse per le espressioni artistiche di chiara impronta politica: e specialmente in rapporto alla forma musicale, poiché molto spesso l’ansia di trasmettere un determinato pensiero impone alcuni paletti che finiscono per compromettere l’ispirazione originaria, lo sviluppo drammaturgico e, di fatto, la qualità complessiva dell’esito. Ciò è valevole sia nel caso di un approccio “cronachistico”, apparentemente imparziale, che in quello della lotta e della denuncia esplicita, due facce di uno stesso equivoco sintetizzabile con la leggendaria massima del produttore cinematografico Samuel Goldwyn (e in seguito parafrasata da David Lynch): “Se vuoi mandare un messaggio, spedisci un telegramma”. Anche nell’affrontare questioni d’interesse pubblico, insomma, non si deve aver paura di scegliere la strada dell’astrazione, del riferimento obliquo e del paradosso: l’arte non manca di trasmettere, nelle forme più inattese ed efficaci, il senso delle cose del mondo.

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Claudio Ambrosini – Chamber Music

Sonia Visentin, Ex Novo Ensemble

Kairos, 2020
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

“Sento la musica come energia. […] E ‘energia’, naturalmente, non è solo la forza; c’è energia nelle cose più dolci, nelle carezze, nei silenzi.”

Parole che pronunciate da un autore qualsiasi potrebbero suonare affettate o patetiche, nel caso del maestro italiano Claudio Ambrosini (*1948) rappresentano la sintesi più pertinente ed efficace immaginabile per la sua arte. Leone d’Oro alla Biennale Musica nel 2007 e fondatore dell’Ex Novo Ensemble – nome che racchiude in sé il colpo di spugna operato dalla sua scrittura musicale – è egli stesso a definirsi un fauve, richiamandosi non soltanto alla vividezza cromatica e alle innovative soluzioni formali della corrente pittorica francese, ma più in generale a un eccentrico universo espressivo che sembra capovolgere la superficie del visibile al fine di rivelare, giust’appunto, il sòstrato di energie che pervade e alimenta l’esistenza stessa.

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Phill Niblock, Franck Vigroux & Kasper T. Toeplitz – BestiaIRE

Matière Mémoire, 2021
drone, noise

(ENGLISH TEXT BELOW)

I meno avvezzi al genere tendono a considerare la pura drone music come un paradigma immutabile, paragonabile allo sviluppo potenzialmente infinito di una linea orizzontale: forme sonore mutevoli per densità e per ampiezza di spettro ma, almeno in apparenza, perlopiù statiche e ridondanti. Occorre infatti un sforzo ulteriore per accedere alle proprietà meno evidenti di questa estetica, alla “verticalità” entro cui si cela una gamma inesauribile di inflessioni microtonali e subarmoniche, obliate cellule primarie dell’intera fenomenologia acustica.
Ed è proprio questo aspetto rivelatorio ad animare la riscoperta di decani della sperimentazione come Alvin Lucier, Éliane Radigue e Phill Niblock da parte di giovani strumentisti contemporanei: essi negli ultimi anni si sono visti sempre più spesso coinvolti nell’esecuzione di opere che divengono, in un certo senso, il tramite per un passaggio di consegne vòlto a perpetuare tali pratiche e sensibilità verso la materia sonora in tutta la sua sfuggente complessità.

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