Weekly Recs | 2020/36

Riccardo La Foresta – Drummophone (Kohlhaas, 2020)

Eventless Plot – Parallel Words (Another Timbre, 2020)

TRUSS – Todos los animales se reúnen en un gran gemido (Inexhaustible Editions, 2020)



Riccardo La Foresta
Drummophone

Kohlhaas, 2020 | free impro, dark ambient/drone


È ormai chiaro come la musica solista sia uno dei terreni di gioco determinanti della sperimentazione contemporanea: e benché la sua storia non proceda per compartimenti stagni, alcuni strumenti sono man mano interessati da approfondite riscoperte del loro ampio potenziale; nella mia esperienza di ascoltatore, dopo un periodo fitto di sassofonisti (e altri fiatisti) dall’approccio fortemente revisionista, si è ora intensificata la ricerca attorno alle percussioni come strumento-mondo, foriero di inesauribili modulazioni non soltanto ritmiche ma anche timbriche e tonali. 
In questo ambito l’Italia vanta figure d’eccellenza assoluta, in grado di colmare spontaneamente il divario tra l’improvvisazione musicale e le arti performative: Marcello Magliocchi, Andrea Belfi, Carlo Costa, Roberto Dani, assieme ai rampanti Francesco Cigana e il duo Giacomo Salis / Paolo Sanna, hanno contribuito a far evolvere il panorama della ‘composizione spontanea’ per drum kit e apparati percussivi, con protesi elettroniche, tecniche estese ed eclettismi vieppiù trasformanti.

Nel medesimo solco si inscrive e si impone con forza la voce del giovane Riccardo La Foresta, importante animatore culturale nel modenese oltre che eccellente “inventore” e performer. Intensi anni di specializzazione accademica e live set ne hanno forgiato e consolidato il range di soluzioni espressive, prima di giungere al suo personale manifesto con il debutto su Kohlhaas, il cui catalogo si arricchisce oggi di un LP memorabile e di portata internazionale. 
Drummophone fa tesoro delle risonanze naturali di un ex hangar industriale nel dipanare una drammaturgia astratta rivolta all’intero spettro acustico offerto dai tamburi, quasi più spesso percorsi dall’archetto che da colpi di bacchette e mazzuoli. Il gesto improvvisato si mimetizza così tra le più cineree derive dell’ambient/drone, con tremori e sprofondamenti timbrici che rievocano il davul di Cevdet Erek e più in generale l’estetica perturbante della Subtext di James Ginzburg. Gli acuti stridori emanati dai cerchi di metallo – talvolta scambiabili per autentiche fanfare di ottoni e gemiti di sax baritono – sovrastano l’ossessivo dissezionamento temporale, piani paralleli di un soundscape assai stratificato e in costante riconfigurazione.

Con uno spirito che sembra attingere alla stessa primigenia curiosità del rumorista Luigi Russolo, le esplorazioni acustiche di La Foresta avvicinano con piena cognizione un nuovo totalismo percussivo che potrebbe verosimilmente fare scuola presso la nuova generazione sperimentale. Nell’intanto, Drummophone si pone senza dubbio come uno degli ascolti più sconvolgenti e rivelatori dell’anno, attirandoci nel suo scurissimo gorgo con una forza magnetica inesorabile.


It is clear by now that solo music is one of the decisive playing fields of contemporary experimentation: and although its history does not progress in a compartmentalized fashion, some instruments are being gradually affected by an in-depth rediscovery of their vast potential; in my experience as a listener, after a period replete with saxophonists (and other wind players) with a strongly revisionist approach, the research has now intensified around percussion as a ‘world-like instrument’, a harbinger of inexhaustible modulations not only rhythmic but also timbral and tonal.
In this context, Italy boasts a number of outstanding figures, capable of spontaneously fill the gap between musical improvisation and performing arts: Marcello Magliocchi, Andrea Belfi, Carlo Costa, Roberto Dani, together with the rampant Francesco Cigana and the Giacomo Salis / Paolo Sanna duo, have contributed to evolve the scene of ‘spontaneous composition’ for drum kits and percussive apparatuses through electronic prostheses, extended techniques and increasingly transforming eclecticisms.

The young voice of Riccardo La Foresta – an important cultural animator in the Modena area as well as an excellent “inventor” and performer – is inscribed and strongly imposes itself in the same line. Intense years of academic specialization and live sets have forged and consolidated his range of expressive solutions, before getting to a personal manifesto with his debut on Kohlhaas, whose catalog is now enriched with a memorable LP of international importance.
Drummophone takes advantage of a former industrial hangar’s natural resonance in the unraveling of an abstract dramaturgy aimed at the entire acoustic spectrum offered by the drums, crossed by the bow nearly more often than by the strokes of sticks and mallets. Thus the improvised gesture blends in among the most ashen ambient/drone drifts, with tremors and timbral sinkings that evoke Cevdet Erek’s davul and, more generally, the perturbing aesthetics of James Ginzburg’s Subtext. The high-pitched screeching emanating from the metal hoops – at times mistakable for authentic brass fanfares and baritone sax groans – overwhelm the obsessive temporal dissection, as the parallel planes of a deeply layered and constantly reconfiguring soundscape.

With a spirit that seems to draw on the same primeval curiosity of the noise-maker Luigi Russolo, La Foresta’s acoustic explorations wittingly tap into of a new percussive totalism that very well could pave the way for the new experimental generation. In the meantime, Drummophone undoubtedly stands out as one of the most earth-shattering and revelatory listens of the year, dragging us with an inexorable magnetic force into a most bleak whirlpool.


Eventless Plot
Parallel Words

Another Timbre, 2020 | contemporary classical


Se è vero che quasi tutti i lavori pubblicati da Another Timbre intrattengono un rapporto privilegiato con il silenzio – materia prima che per contrasto accresce la valenza dei suoni –, nel nuovo album in studio dell’ensemble greco Eventless Plot sembra prevalga la tendenza a lasciare meno spazi vuoti possibili nella partitura, come se anche il più mesto ed esile intreccio armonico potesse scongiurare l’angoscioso gravare dell’oscurità.
Per questo motivo si potrebbe facilmente identificare Parallel Words come un trittico le cui recenti composizioni, datate tra il 2018 e il 2019, si offrono come variazioni complementari di un dolente contrappunto alla desolazione circostante, la memoria sbiadita di una musica che fu, sopravvissuta unicamente nelle sue particelle elementari.

Riuniti sotto lo stesso eloquente moniker, i tre compositori Vasilis Liolios, Aris Giatas e Yiannis Tsirikoglou condividono le fasi di scrittura ed estendono alcune decisioni esecutive agli strumentisti coinvolti, sempre sensibili alla predominante atmosfera di “mutevole stasi”.
Nella quasi totale assenza di vibrato – una sorta di policy, nel catalogo di Simon Reynell – l’ensemble misto intride di ineffabile malinconia il tiepido understatement del riduzionista Jürg Frey: l’eco del maestro Wandelweiser svizzero si riverbera specialmente nell’incedere lacrimoso della quadripartita “Cosmographia” ove il clarinetto, nel secondo segmento, si mimetizza tra gli archi per poi elevarsi solitario in nitide e toccanti progressioni.
Deviazioni sempre garbate ma decisive costituiscono i picchi drammatici di ciascuna composizione, che nella titolare “Parallel Words” si collocano in corrispondenza dei taglienti ostinati di violoncello, cardini portanti di una lunga e inquieta sospensione temporale alla Morton Feldman che solo ai suoi estremi raggiunge il punto di saturazione con l’accumulo di tutte le energie a disposizione, per poi smorzarsi nel bianco assoluto di una coda lineiforme a due voci.

Da una strumentazione ancora prevalentemente classica – a eccezione dei discreti inserti elettronici –, la meditazione conclusiva “Conversion” si sposta verso il dominio dell’avanguardia acustica contemporanea: un trio di percussioni e microfoni a contatto (in mano agli autori stessi) stabilisce un dialogo “alla pari” con la viola, ricavando da piatti e campane la stessa specie di toni puri che l’arco sottrae brevemente alle corde; un paesaggio cageano di riflessi acquei e risonanze lontane, attraversati soltanto qua e là da venature più concrete e stridenti. Un finale dal tratto più etereo ma coerente con la poetica di Eventless Plot, sommessa e pregnante come solo le migliori edizioni del catalogo inglese sanno essere.


Line-up:
‘Cosmographia’ (2018)
Vasilis Liolios, psaltery; Stefanos Papadimitiou, viola; Yiorgos Petropoulos, viola; Dimitris Stefanou, viola & violin; Margarita Kapagiannidou, clarinet; Yiannis Tsirikoglou, Max/MSP

‘Parallel Words’ (2019)
Vasilis Liolios, electronics; Aris Giatas, piano; Eva Matsigou, flute; Jan Willem Troost, cello; Stefanos Papadimitiou, viola; Yiannis Tsirikoglou, Max/MSP

‘Conversion’ (2019)
Vasilis Liolios, Aris Giatas, Yiannis Tsirikoglou, percussion & contact mics; Stefanos Papadimitriou, viola


If it’s true that almost all of the works published by Another Timbre have a privileged relationship with silence – a raw material which by contrast increases the value of sounds –, in the new studio album by the Greek ensemble Eventless Plot, the prevailing tendency is to leave the least possible empty spaces in the score, as if even the most rueful and slender harmonic weaving could avert the anguishing burden of darkness.
For this reason one could easily identify Parallel Words as a triptych whose recent compositions, dated between 2018 and 2019, offer themselves as complementary variations on a doleful counterpoint to the surrounding desolation, the faded memory of a music that was, surviving only in its elementary particles.

Gathered under the same eloquent moniker, the three composers Vasilis Liolios, Aris Giatas and Yiannis Tsirikoglou share the writing process and extend some executional decisions to the players involved, always sensitive to the predominant atmosphere of “mutable stasis”.
In the almost total absence of vibrato – a sort of policy in Simon Reynell’s catalog – the mixed ensemble imbues with an ineffable melancholy the tepid understatement of the reductionist Jürg Frey: the echo of the Swiss Wandelweiser master reverberates especially in the lachrymose pace of the four-parted “Cosmographia” where the clarinet, in the second segment, seamlessly merges with the strings to then rise solitary in stark and touching progressions.
Always genteel but decisive deviations mark the dramatic peaks of each composition, which in the titular “Parallel Words” are found in correspondence with the sharp ostinatos of the cello, the supporting pillars of a long and unquiet temporal suspension à la Morton Feldman that only at its extremes reaches the saturation point through the accumulation of all available energies, to then fade into the absolute whiteness of a linear two-voice coda.

From a still predominantly classical instrumentation – with the exception of some discreet electronic inserts –, the concluding meditation “Conversion” shifts towards the domain of contemporary acoustic avant-garde: a trio of percussions and contact microphones (in the hands of the authors themselves) establishes a dialogue “on par” with the viola, deriving from cymbals and bells the same kind of pure tones that the bow briefly subtracts from the strings; a Cagean landscape of water reflections and distant resonancies, only here and there traversed by more concrete and strident venations. A finale with a more ethereal flair, though still consistent with Eventless Plot’s poetics, subdued and pregnant as only the English catalog’s best editions can be.


TRUSS
Todos los animales se reúnen en un gran gemido

Inexhaustible Editions, 2020 | free impro


Se ascoltate musica underground vi collocate ancora qualche metro più vicino alla superficie, rispetto a qui. La differenza non è per niente sottile: questa è infatti la musica del sottosuolo, la caotica agitazione di creature che lottano senza sosta per la loro sopravvivenza tra le asperità della nuda terra.
Il trio spagnolo TRUSS si avventura in questi bui e stretti cunicoli con una strumentazione quantomeno improbabile: chitarra acustica (Ferran Fages), clavicordo (Alejandro Rojas-Marcos) e flauti dolci (Bárbara Sela), utilizzati però in maniera tale da dischiudere fonemi allo stato grezzo, disordinati e svuotati di senso, accedendo così a un dominio para-espressivo che rimpiazza la coscienza con l’istinto, la tonalità con il più elementare gesto sonoro.

Sebbene il titolo di ogni traccia evochi un’immagine a colori, Todos los animales se reúnen en un gran gemido origina anzitutto dalla collisione di nervose e imperscrutabili dinamiche uditive che non fanno capo ad alcun canone armonico, e a partire dalle quali l’immaginazione può dunque rifugiarsi nella completa astrazione. Si mantiene persistente, tuttavia, l’eco di una ‘ecologia sonora’ ibrida e ancestrale, con rimandi più o meno diretti alla sfera entomologica od ornitologica: i richiami dissonanti e le stridenti diplofonie dei fiati, il raschiare metallico dell’archetto sulle corde, un’indistinta varietà di microscopici interventi percussivi, sono gli elementi che si mescolano e avvicendano nel libero tratteggio di uno scenario faunesco in continua metamorfosi. 

Prima delle “belle arti”, dell’epica e dei soavi poemi dell’antichità, probabilmente, si consumava un mitologico bruitisme simile a quello dei TRUSS, sintonizzati sul respiro affannoso di un’esistenza allo stadio primordiale, ancora totalmente estranea a qualsiasi visione edenica o romantica del mondo naturale.


If you listen to underground music you are still a few meters closer to the surface than here. The difference is by no means subtle: this here is, in fact, the music of the underground, the chaotic agitation of creatures relentlessly struggling for their survival among the roughness of bare earth.
Spanish trio TRUSS ventures through these dark and narrow tunnels with an instrumentation, to say the least, improbable: acoustic guitar (Ferran Fages), clavichord (Alejandro Rojas-Marcos) and recorders (Bárbara Sela) are being used, moreover, in such a way as to reveal phonemes in their rawest form, disorderly and emptied of meaning, thus accessing a para-expressive domain that replaces consciousness with instinct, tonality with the most elementary sound gestures.

Although the title of each track evokes a colour image, Todos los animales se reúnen en un gran gemido originates above all from the collision of nervous and inscrutable auditory dynamics that disregard any harmonic canon, and from which one’s imagination can therefore take refuge in complete abstraction. There remains, however, the persistent echo of a hybrid and ancestral ‘sound ecology’, with more or less direct references to the entomological and ornithological spheres: the dissonant calls and the strident diplophony of the winds, the metallic scraping of the bow on the strings, an indistinct variety of microscopic percussive interventions, are the elements that mingle and alternate in the free hatching of a faunal scenery in continuous metamorphosis.

Before the “fine arts”, the epics and the suave poems of ancient times, a mythological bruitisme similar to that of TRUSS had probably manifested itself, attuned to the labored breathing of primordial beings, still completely foreign to any Edenic or Romantic view of the natural world.

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