KTL – VII

Editions Mego, 2020
drone, electroacoustic

(ENGLISH TEXT BELOW)

Difficile stabilire in che misura la genesi del settimo capitolo firmato KTL sia da attribuire al lockdown globale: certo, i tempi della sua realizzazione sono strettamente legati a una permanenza forzata nella città di Berlino, quando i capi di Stato europei hanno chiuso le frontiere per limitare il contagio da Covid-19; ma forse questo periodo buio della storia recente ha solo contribuito a cementare definitivamente l’estremismo visionario del duo di Stephen O’Malley e Peter Rehberg, che dopo quasi quindici anni di evoluzione e affinamento stilistico raggiunge verosimilmente il suo esito più compiuto e autonomo.


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Un progetto che nasceva e si sviluppava in un’ottica interdisciplinare – al servizio di performance artistiche e teatrali (la longeva collaborazione con la regista e coreografa Gisèle Vienne) come del cinema (la sonorizzazione originale de “Il carretto fantasma” di Victor Sjöström) – culmina oggi nella soffocante vividezza di VII: un soundscape cumulativo che non si nutre di facili suggestioni atmosferiche, bensì le irradia in modo spontaneo concentrandosi unicamente sul processo di metamorfosi, saturazione e riconfigurazione spaziale delle sorgenti acustiche. 

Non è da sottostimare, in tal senso, l’intersezione dei due musicisti con l’ambito più “colto” della ricerca elettronica: con impegno crescente, infatti, negli ultimi anni O’Malley e Rehberg hanno preso parte alle iniziative dell’INA-GRM di Parigi, sotto la direzione artistica di Christian Zanési (dal 2006 al 2015) e di François Bonnet (2016–). Di riflesso, Editions Mego e Ideologic Organ sono divenute le etichette designate per l’output discografico della prestigiosa istituzione francese, dalla riedizione di opere storiche della musique concrète ed elettroacustica alle nuove commissioni rivolte ad artisti contemporanei (‘Portraits GRM’).
Nell’approccio strumentale di O’Malley, in particolare, persiste inoltre l’impronta della drone music “oggettivante” di Alvin Lucier: l’apporto concettuale e l’inesauribile curiosità fenomenologica del pioniere americano rivive oggi nelle sperimentazioni di una nuova generazione di compositori e sound artist, alcuni dei quali (compreso O’Malley) sono anche i devoti componenti della Ever Present Orchestra, ensemble di riferimento per la recente produzione cameristica di Lucier.

Peter Rehberg / Stephen O’Malley

Sulla scorta di tali influenze, l’ingresso mozzafiato di “The Director” racchiude in sé tutta la potenza soverchiante dell’album: i feedback in espansione della chitarra – eco spettrale delle suite di Cylene (eMego, 2019) – e il gelido contrappunto monodico dei synth simulano un lento e vertiginoso moto ascendente, con solennità pari al coro del “Lux Aeterna” di Ligeti al cospetto del monolite kubrickiano. L’effetto vagamente allucinatorio dei microtoni in elevazione è controbilanciato da frequenze basse altrettanto pervasive, in un’iterazione opacizzata e impalpabile del totalismo dei Sunn O))).
Decisamente più nitida e abrasiva, invece, la ronzante distorsione di “Silver Lining”, che per un’inversione di ruoli fa stavolta da corposo basamento alle oscillazioni dell’elettronica, onde multidirezionali che disegnano ulteriori traiettorie del delirio, non lontano dagli scenari distopici plasmati da die ANGEL con Oren Ambarchi. Folate di detriti granulari, assordanti feedback e clangori industriali attraversano l’ultima traccia del lato A (“Lee’s Garlic”), un effimero intermezzo che rinvivisce brevemente lo scurismo dei primi lavori in studio, perlopiù ancora ascrivibili all’immaginario doom attinto da O’Malley per progetti come i temibili Khanate.

Dapprima lineiforme e interstiziale come i suoi sine tones paralleli, “Tea With Kali” procede dalle armonie primarie dei compositori Wandelweiser verso un crescendo di densità (psico)acustiche che solca le imperturbabili derive di Éliane Radigue, visione sovrumana e ipertrofica di energie che ammantano l’intera superficie del reale. Benché increspato da informi concrezioni sintetiche, anche il finale di “Frostless” si colloca nel medesimo dominio di manifestazioni sonore al di là del bene e del male, destinate a un ascolto profondo che nondimeno può dischiudere ricche trame immaginifiche a esse complementari.
È questo il duplice risvolto di una ricerca espressiva giunta ormai a completa maturazione: un ideale ponte tra i maestri del Novecento e i più radicali protagonisti dell’odierna scena indipendente, solido a tal punto da lasciare intravedere all’orizzonte – forse per la prima volta – un’autentica e fertile perpetuazione di quelle seminali esperienze d’avanguardia.


It’s hard to establish to what extent the genesis of the seventh chapter signed KTL should be attributed to the global lockdown: sure, the timing of its creation is closely linked to a forced stay in the city of Berlin, when Europe’s heads of state closed the borders to reduce the risk of Covid-19 contagion; but perhaps this dark period in recent history has only contributed to definitively cement the visionary extremism of Stephen O’Malley and Peter Rehberg’s duo, which after almost fifteen years of evolution and stylistic refinement has probably reached its most accomplished and self-contained outcome.
A project that was born and developed on an interdisciplinary basis – at the service of artistic and theatrical performances (the long-standing collaboration with director and choreographer Gisèle Vienne) as well as cinema (the original soundtrack to Victor Sjöström’s “The Phantom Carriage”) – culminates today in the suffocating vividness of VII: a cumulative soundscape that doesn’t feed on cheap atmospheric suggestions but rather radiates them spontaneously, focusing solely on the process of metamorphosis, saturation and spatial reconfiguration of the acoustic sources.

In this sense, the intersection of the two musicians with the more “cultured” field of electronic research should not be underestimated: with an increasing commitment, in fact, in recent years O’Malley and Rehberg have taken part in the initiatives of the INA-GRM in Paris, under the artistic direction of Christian Zanési (from 2006 to 2015) and François Bonnet (2016–). Consequently, Editions Mego and Ideologic Organ have become the designated labels for the discographic output of the prestigious French institution, from the reissue of historical musique concrète and electroacoustic works to the new commissions for contemporary artists (‘Portraits GRM’).
In O’Malley’s instrumental approach, specifically, persists the imprint of Alvin Lucier’s “objectifying” drone music: the conceptual contribution and the inexhaustible phenomenological curiosity of the American pioneer lives on in the experiments of a new generation of composers and sound artists, some of whom (including O’Malley) are also devout members of the Ever Present Orchestra, the ensemble of reference for Lucier’s recent chamber works.

Based on these influences, the breathtaking entrance of “The Director” encapsulates all the overwhelming power of the album: the expanding guitar feedbacks – ghostly echoes of the suites from Cylene (eMego, 2019) – and the glacial monodic counterpoint of the synths simulate a slow and vertiginous ascending motion, with solemnity equal to the choir of Ligeti’s “Lux Aeterna” in the presence of Kubrick’s monolith. The vaguely hallucinatory effect of the elevating microtones is counterbalanced by equally pervasive low frequencies, in an opaque and impalpable iteration of Sunn O)))’s totalism.
Decidedly sharper and more abrasive, on the other hand, is the buzzing distortion of “Silver Lining”, which a reversal of roles sees now as a full-bodied base for the oscillations of the electronics, multidirectional waves drawing further trajectories of delirium, not far from the dystopian scenery molded by die ANGEL together with Oren Ambarchi. Gusts of granular debris, deafening feedbacks and industrial clangours traverse the last track on side A (“Lee’s Garlic”), an ephemeral interlude that briefly revives the bleakness of KTL’s first studio works, mostly still ascribable to the ‘doom’ imagery O’Malley had been drawing on for projects like the fearsome Khanate.

At first as lineiform and interstitial as its parallel sine tones, “Tea With Kali” proceeds from the primary harmonies of the Wandelweiser composers towards a crescendo of (psycho)acoustic density that plies Éliane Radigue’s imperturbable waters, a superhuman and hypertrophic vision of energies enveloping the entire surface of the real. Although rippled by formless synthetic concretions, also the final track “Frostless” fits in the same domain of sonic manifestations beyond good and evil, intended for a deep listening that nevertheless can unfold into richly imagistic plots complementary to them.
This is the twofold aspect of an expressive research which has now reached full maturity: an ideal bridge between the masters of the twentieth century and the most radical protagonists of today’s independent scene, solid to the point of letting us glimpse on the horizon – perhaps for the first time – an authentic and fertile perpetuation of the avant-garde’s seminal experiences.

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