Weekly Recs | 2020/35

Camila Nebbia – Aura (ears&eyes, 2020)

IST – At the Club Room
♢ [V.A.] Pièce Commémorative : Pour Simon
(Confront Recordings, 2020)



Camila Nebbia
Aura

ears&eyes, 2020 | chamber avant-jazz


Negli ultimi mesi ho a malapena grattato la superficie di quel microcosmo ramificato e iperattivo che è la nuova scena avant-jazz argentina. Il primo impulso è arrivato con la scoperta dell’etichetta NendoDango, centro di gravità attorno al quale si stanno radunando alcuni tra i più talentuosi giovani strumentisti di Buenos Aires; con la compositrice e sassofonista Camila Nebbia, tuttavia, ci è rivelata senza alcun dubbio una figura di caratura internazionale, precoce e poliedrica come poche altre nel panorama attuale. Il suo terzo album, Aura, è un ascolto tanto impegnativo quanto ricco di inventiva e obliquo sentimento, genuinamente originale nella sua multiforme e inafferrabile identità.

Dopo un ingresso giocosamente grottesco alla Frank Zappa, “Las manos” si richiude subito in un codice di gesti sonori autonomi senza referenti stilistici stringenti: free jazz, atonalismo e destrutturazioni avant-rock collassano in un primo eloquente manifesto di totale emancipazione espressiva. Con un drastico cambio d’atmosfera, poi, entriamo subito nel brano più esteso e complesso dell’opera: “Algunos rastros de la memoria” è un caotico patchwork di brandelli melodici, macchie di colore puro e flebili ombre sonore, un groviglio di pianoforte, archi e fiati che si disperdono e raggrumano alternatamente nel corso dei primi dieci minuti; per un breve intermezzo gli strumenti tacciono e la viva voce dei musicisti si assomma in un brusio indistinto, risorgendo da ultimo in una roboante fanfara di ostinati e micro-temi vivaci – l’incertezza che si fa coscienza?
Come la comprimaria afroamericana Matana Roberts, Nebbia fa scorrere sottotraccia l’orgoglio e il legame con le proprie radici genealogiche, cui alcune tracce si ispirano: su tutte spicca la fiera poesia de “La quietud del viento”, ancora una volta divisa fra tumulto e afflato nostalgico nel ricordo della prozia defunta, sigillato da progressioni tardo-romantiche che rievocano la “Suite lirica” di Alban Berg. 

Con lo stesso mirabile controllo dei propri mezzi, ne “La desintegración” Nebbia ricorre all’uso della partitura grafica per dirigere una parentesi di policroma e sovraeccitata indeterminazione, al cui cuore la sassofonista si ritaglia lo spazio per un bruciante assolo di stampo braxtoniano. A confronto con l’estro dei precedenti episodi, la conclusiva “Al costado del río” si qualifica quasi come una “regolare” sessione free jazz, benché sia anch’essa caratterizzata da continui cambi di tempo, elevazioni improvvise e un pre-finale di vacua sospensione ispirato a Morton Feldman. Sono, questi, solo alcuni degli indizi che rendono ancor più evidente il grado di eclettismo e consapevolezza tecnica di una musicista colta e appassionata, nuovo ideale trait d’union fra il mondo della composizione e quello dell’improvvisazione.


In the last few months I have barely scratched the surface of that ramified, hyperactive microcosm that is Argentina’s new avant-jazz scene. The first impulse came with the discovery of the NendoDango imprint, the center of gravity around which some of the most talented young musicians in Buenos Aires are gathering; with composer and saxophonist Camila Nebbia, however, we get to know what is undoubtedly a figure of international standing, precocious and multifaceted like few others in the current scenario. Her third album, Aura, is a listening as demanding as it is rich in inventiveness and oblique sentiment, genuinely original in its multifaceted and elusive identity.

After a playfully grotesque entrance à la Frank Zappa, “Las manos” immediately shuts itself in a code of autonomous sound gestures without any stringent stylistic references: free jazz, atonalism and avant-rock deconstructions collapse into a first eloquent manifesto of absolute expressive emancipation. With a drastic change of atmosphere, then, we immediately enter the most extended and complex piece of the lot: “Algunos rastros de la memoria” is a chaotic patchwork of melodic shreds, spots of pure color and faint sonic shadows, a tangle of piano, strings, and winds that alternately disperse and coagulate along the first ten minutes; for a brief interlude the instruments are silenced and the live voices of the musicians add up in an indistinct hum, ultimately rising in a thunderous fanfare of ostinatos and lively micro-themes – uncertainty turning into consciousness?
Like the African-American peer Matana Roberts, Nebbia lets run as an undercurrent the pride and the close bond with her genealogical roots, which some of the tracks are inspired by: above all stands out the fierce poetry of “La quietud del viento”, once again divided between turmoil and nostalgic afflatus in memory of the deceased great-aunt, sealed by late-romantic progressions evoking Alban Berg’s “Lyrical Suite”.

With the same admirable control of her means, in “La desintegración” Nebbia resorts to a graphic score to conduct a parenthesis of polychrome and over-excited indeterminacy, at the heart of which the saxophonist carves out the space for a scorching Braxton-like solo. Compared to the flair of the previous episodes, the conclusive “Al costado del río” almost qualifies as a “regular” free jazz session, albeit characterized by continuous tempo changes, sudden elevations and a pre-finale of vacuous suspension inspired by Morton Feldman. These are just some of the clues that make even more evident the degree of eclecticism and technical awareness of a cultured and passionate musician, a new ideal link between the world of composition and that of improvisation.


IST – At the Club Room
Pièce Commémorative : Pour Simon

Confront Recordings, 2020 | free impro

Suonato senza limitazioni di natura accademica, il contrabbasso sembra essere in grado di accentrare tutte le contrastanti sfaccettature dell’animo umano. Pochi gli straordinari e innovativi interpreti che hanno saputo abbracciarne il vastissimo potenziale espressivo, da Barre Phillips e Joëlle Léandre ai nostrani Fernando Grillo e Stefano Scodanibbio.
Oggi l’etichetta collettiva Confront – punto d’incontro per una comunità internazionale di artisti afferenti al macro-insieme della “musica spontanea” – omaggia con due pubblicazioni inedite (i cui proventi avranno scopo benefico) il talento generoso di Simon H. Fell, bassista e compositore d’origine inglese prematuramente scomparso lo scorso 28 giugno, all’età di 61 anni, in seguito a una breve malattia.


Sperimentatore curioso e infaticabile, nonché fondatore dell’etichetta indipendente Bruce’s Fingers nel 1983, nell’arco di trentacinque anni Fell ha dialogato coi maggiori protagonisti dell’avanguardia britannica ed europea. Tra i progetti più longevi si ricordano il trio con Alan Wilkinson e Paul Hession e IST (Improvising String Trio), al fianco dell’arpista Rhodri Davies e del violoncellista Mark Wastell: quest’ultima formazione, attiva sin dalla metà degli anni novanta, è oggetto della prima release commemorativa, incisione del secondo concerto pubblico tenutosi presso la Club Room di Islington, Londra, nel luglio del 1996.
Oltre ad aggiungere un importante tassello alla discografia dell’anomalo trio acustico, questo live di circa un’ora ne rimarca l’esperienza pionieristica rispetto a certe successive evoluzioni nell’ambito della libera improvvisazione: l’interplay perlopiù discreto, a tratti quasi puntillista, è lo step intermedio verso quell’estetica della riduzione che caratterizza l’odierna EAI e il radicalismo di certa musica da camera eseguita in luoghi di culto come il Cafe Oto.
Persino alla luce dell’allora già consumata epopea AMM, le inusitate modulazioni sonore del gruppo – tra fragili lamenti atonali e subitanee concrezioni rumoriste alla Lachenmann – dovevano rappresentare un eccentrico diversivo rispetto alle coeve propaggini sperimentali: un tale utilizzo della strumentazione d’ascendenza classica, approcciata quasi esclusivamente con ruvide e sgraziate tecniche estese, avrebbe di lì a poco informato anche la nuova generazione scandinava, tuttora foriera di strabilianti e inclassificabili sessioni para-musicali.


Pièce Commémorative : Pour Simon è il secondo tributo al contrabbassista, questa volta da parte di dieci musicisti a lui vicini per amicizia e similare visione artistica, meritevoli di essere menzionati uno a uno: oltre ai suddetti Mark Wastell (stavolta al pianoforte) e Rhodri Davies troviamo Pascal Battus (superfici rotanti), David Chiesa (contrabbasso), Bertrand Gauguet (sax alto), Anouck Genthon (violino), Lê Quan Ninh (percussioni), Lionel Marchetti (elettronica), Jérôme Noetinger (elettronica) e Jean-Luc Petit (clarinetto contrabbasso). 
Una breve opera collettiva realizzata “per accumulazione”, ottenuta con sovraincisioni dilazionate e prodotte in sedi distinte, e che sin dal primo ascolto assume una valenza tutt’altro che meramente simbolica. I venti minuti della traccia singola risentono soprattutto del mood funereo imposto dal pianoforte, che rimbomba dall’abisso del registro grave: attorno a esso il terreo strisciare degli strumenti acustici, attraversato dai pervasivi inserti elettronici di Marchetti e Noetinger, disegna screziature e solchi vieppiù profondi sulla superficie del quadro sonoro, rispettando con grande sensibilità i contributi altrui e gli spazi sospesi su cui talvolta si assesta la drammaturgia complessiva.
Così prende forma e si ramifica organicamente un requiem intransigente e senza concessioni patetiche di sorta, forgiato nella stessa solenne alterità dei duetti di Keith Rowe e John Tilbury, ma in un’ottica d’ibrida coralità entro cui ciascun elemento consegna un pezzo di sé, accuratamente giustapposto in ricordo del compianto dedicatario. È la testimonianza più sincera e appropriata di una vita trascorsa ai confini estremi dell’espressione musicale, che sempre continuerà a trarre beneficio da figure artistiche così coraggiose e indomite.


Played without limitations of an academic nature, the double bass seems to be able to gather all the contrasting facets of the human soul. Few are the extraordinary and innovative performers who have been able to embrace its vast expressive potential, from Barre Phillips and Joëlle Léandre to Italy’s Fernando Grillo and Stefano Scodanibbio. With two unpublished recordings (the proceeds of which will go to charity), today the collective label Confront – the meeting point for an international community of artists belonging to the wide sphere of “spontaneous music” – pays homage to the generous talent of Simon H. Fell, English bassist and composer who died prematurely last June, at the age of 61, following a short illness.

A curious and indefatigable experimenter, as well as founder of the independent label Bruce’s Fingers in 1983, over the course of thirty-five years Fell played together with the main protagonists of the British and European avant-garde. Among the longest-running projects are the trio with Alan Wilkinson and Paul Hession and IST (Improvising String Trio), alongside harpist Rhodri Davies and cellist Mark Wastell: the latter group, active since the mid-nineties, is the subject of the first commemorative release, documenting the second public concert held at the Club Room in Islington, London, back in July 1996.
Besides adding an important piece to the anomalous acoustic trio’s discography, this hour-long live album highlights a pioneering experience with regard to certain subsequent evolutions in the field of free improvisation: their mostly discreet interplay, at times almost pointillist, is the intermediate step towards the aesthetics of reduction that characterize today’s EAI and the radicalism of certain chamber music performed at cult venues such as Cafe Oto.
Even in light of the then already consumed AMM epic, the group’s bizarre sound modulations – between fragile atonal laments and sudden Lachenmann-esque noise concretions – had to represent an eccentric diversion from coeval experimental offshoots: such a use of classically-derived instrumentation, approached almost exclusively with rough and ungainly extended techniques, would soon inform the new Scandinavian generation, still the harbinger of amazing and unclassifiable para-musical sessions.

Pièce Commémorative : Pour Simon is the second tribute to the double bass player, this time conceived by ten musicians tied to him by friendship and similar artistic visions, worthy of being listed one by one: in addition to the aforementioned Mark Wastell (this time at the piano) and Rhodri Davies we find Pascal Battus (rotating surfaces), David Chiesa (double bass), Bertrand Gauguet (alto sax), Anouck Genthon (violin), Lê Quan Ninh (percussion), Lionel Marchetti (electronics), Jérôme Noetinger (electronics) and Jean-Luc Petit (contrabass clarinet).
Theirs is a short collective work created “by accumulation”, obtained through deferred overdubs produced in separate locations, and which from the very first listening takes on a value that is anything but merely symbolic. The single twenty-minute track is especially affected by the funereal mood imposed by the piano, echoing from the abyss of the low register: around it the earthy crawling of acoustic instruments, crossed by Marchetti’s and Noetinger’s pervasive electronic inserts, draws increasingly deep mottlings and furrows on the surface of the sonic frame, respecting with great sensitivity each other’s contributions and the suspended spaces on which the overall dramaturgy sometimes settles.
Thus takes shape and organically branches out an intransigent requiem devoid of pathetic concessions whatsoever, forged in the same solemn otherness of Keith Rowe and John Tilbury’s duos, but in a perspective of hybrid chorality where each element commends a piece of himself, carefully juxtaposed in memory of the late dedicatee. It is the most sincere and appropriate testimony of a life spent at the outermost limits of musical expression, which will always continue to benefit from such courageous and indomitable artistic figures.

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