Bonnie Whiting – Perishable Structures

New Focus, 2020
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Con ogni probabilità è stata la composizione classica occidentale ad “ammutolire” il percussionista, che nelle culture popolari di tutto il mondo è anche presenza vocale e narrativa a lato dell’accompagnamento ritmico. Se già le avanguardie del Novecento, guidate dall’estro visionario di John Cage, avevano riscoperto le segrete proprietà timbriche degli strumenti a percussione (e non solo), con le nuove generazioni si è fatto strada un repertorio solistico aperto a soluzioni inedite e trasformanti, cui l’interprete designato partecipa a ogni livello da co-protagonista.
Trova così una propria dimensione e dignità individuale la figura dello ‘speaking percussionist’, griot e cantastorie del collasso espressivo postmoderno, esploratore di uno spazio-tempo musicale ipertrofico e senza confini.


La statunitense Bonnie Whiting si è già distinta nel settore per il suo costante impegno didattico e performativo, firmando inoltre il quarto capitolo dell’opera cageana per percussioni edita da Mode Records, entro quella che a oggi è di gran lunga la più ampia ricognizione discografica a lui dedicata. Perishable Structures costituisce, di fatto, il primo portrait album di Whiting, con cinque composizioni datate tra il 1973 e il 2014 che lo qualificano come una sorta di “atlante” – in formato tascabile – che ripercorre l’evoluzione del ‘percussionista parlante’ negli ultimi decenni.

Il breve frammento autografo che introduce l’ascolto prende appropriatamente le mosse dal genio rivoluzionario di Edgard Varèse, pioniere di un sinfonismo squassato dalle irruzioni telluriche di imponenti sezioni percussive, ideale legame tra il battito ancestrale delle civiltà primitive e il rombo assordante della metropoli. L’incedere marziale del rullante interrompe o si frappone alla recitazione di estratti da lettere e scritti di Varèse, parole di una coscienza superiore che intravede le potenzialità di una creazione artistica priva di limitazioni formali e concettuali (‘Non abbiamo ancora rivelato alla gente il linguaggio del loro tempo’).

Il viaggio nella storia prosegue con un altro “scapigliato” delle avanguardie del secondo Novecento come Frederic Rzewski: “To the Earth” (1985) riprende un solenne inno omerico del 500 a.C. in onore di Gaia, ‘madre della vita’ di ogni creatura sul pianeta, utilizzando solamente quattro piccoli vasi d’argilla come sua essenziale guida melodica; così, attorno al recitar-cantato a mezza voce di Whiting, i quattro toni si intrecciano in pattern minimali dal cullante e ipnotico tintinnio, con occasionali accelerazioni che avvicinano ulteriormente il brano a un rituale esotico, al crocevia tra le danze dei gamelan indonesiani e l’ermetismo del teatro kabuki.

Tradotto in francese dalla pièce “Vita di Galileo” di Brecht, il monodramma in miniatura “Toucher” (1973) di Vinko Globokar – forse il primo brano composto espressamente per ‘percussionista parlante’ – è rivolto alla diversità materica e timbrica delle superfici, alternamente correlate ai dialoghi fra ben tredici personaggi. All’innalzarsi del virtuosismo richiesto all’interprete corrisponde un grado direttamente proporzionale di autosufficienza espressiva: in questo breve saggio si cela l’anelito a un teatro dell’Io totale, schizoide e straniante nella sua arbitraria negazione della mise en scène collettiva in favore di un proscenio tutto mentale.

Bonnie Whiting

Your Thoughts While Listening” di Richard Logan-Greene sovverte invece, sin dal titolo, la suggestione programmatica dei brani classici: è la stessa Whiting ad aver realizzato una trascrizione della traccia elettronica senza notazione del compositore suo connazionale; in questo caso non vi è alcun elemento propriamente verbale, ma sono le percussioni miste a divenire una ‘talking drum’ dalle imperscrutabili inflessioni idiomatiche, veicolo di un’irregolare e labirintica narrazione astratta che rievoca le invenzioni improvvisate di Lê Quan Ninh – altro erede cageano di primaria rilevanza.

Ultimo affondo in un’eccentrica e stratificata dimensione musical-teatrale, l’unico brano per percussioni composto da Susan Parenti presenta senz’altro la più radicale e impegnativa commistione di registri e soluzioni vocali: “Exercise for Hands Right, Left and Deserted Mouth: Speaking Percussionist and Ditties” (1987) si dipana come uno scherzo vieppiù vorticoso tra accenni di solfeggio, fischi, colpi di tosse ma anche canto d’opera e falsetti fulminei, concomitanti ad acrobazie non meno insidiose in termini di coordinamento fisico. È il degno coronamento di un “recital” tanto inusuale quanto intrigante, forse il primo nel suo genere e perciò un ulteriore motivo d’orgoglio per la rampante etichetta collettiva New Focus, un fervente work in progress nelle retrovie della classica contemporanea.


In all likelihood it was Western classical composition that “silenced” the percussionist, who in popular cultures all over the world is also a vocal and narrative presence alongside the rhythmic accompaniment. If the avant-gardes of the twentieth century, guided by the visionary inspiration of John Cage, had already rediscovered the secret timbral properties of percussion instruments (as well as others), with the new generations a solo repertoire open to new and transforming solutions has made its way, in which the designated interpreter participates at each level as co-protagonist.
Thus finds its own individual dimension and dignity the figure of the ‘speaking percussionist’, griot and storyteller of the postmodern expressive collapse, explorer of a hypertrophic and boundless musical space-time.

American Bonnie Whiting has already distinguished herself in this field for her constant didactic and performative commitment, also putting her signature on the fourth chapter of Cage’s works for percussion published by Mode Records, within what is currently and by far the most extensive discographic recognition dedicated to him. Perishable Structures is, in fact, Whiting’s first portrait album, featuring five compositions dated between 1973 and 2014 that qualify it as a sort of pocket-sized “atlas” tracing the evolution of the ‘speaking percussionist’ over the last decades.

The short self-written fragment introducing the album appropriately takes its cue from the revolutionary genius of Edgard Varèse, pioneer of a symphonism shaken by the telluric irruptions of imposing percussive sections, an ideal link between the ancestral heartbeat of primitive civilizations and the deafening roar of the metropolis. The martial gait of the snare drum interrupts or stands in the way of the recitation of extracts from Varèse’s letters and writings, words of a higher conscience sensing the potential of an artistic creation liberated from formal and conceptual limitations (We have not yet revealed to people the new language of their own day).

The journey through history continues with another “disheveled” protagonist of the late 20th-century avant-garde such as Frederic Rzewski: “To the Earth” (1985) takes up a solemn 500 BCE Homeric Hymn in honor of Gaia, the life-giving mother of every creature on the planet, using only four small clay pots as its basic melodic guide; thus, around Whiting’s recitative-chanting in half voice, the four tones intertwine in minimal patterns with a lulling and hypnotic tinkling, whose occasional accelerations draw the piece even closer to an exotic ritual, at the crossroads between the Indonesian gamelan dances and the hermeticism of kabuki theater.

Translated into French from Brecht’s “Life of Galileo”, Vinko Globokar’s miniature monodrama “Toucher” (1973) – perhaps the first piece specifically scored for a ‘speaking percussionist’ – addresses the material and timbral diversity of the surfaces, alternately related to the dialogue between all of thirteen characters. Corresponding to the increased virtuosity required of the interpreter is a directly proportional degree of expressive self-sufficiency: in this short essay lies the yearning for a total “theater of the Self”, schizoid and alienating in its arbitrary denial of the collective mise en scène in favor of a purely mental proscenium.

Right from its title, Richard Logan-Greene’s “Your Thoughts While Listening” instead subverts the programmatic suggestion of classical works: it is Whiting herself who conceived a transcription of the non-notated electronic piece by her compatriot composer; in this case there isn’t any strictly verbal element, while it’s the mixed percussions that become a ‘talking drum’ of inscrutable idiomatic inflections, the vehicle of an irregular and labyrinthine abstract narrative echoing the improvised inventions of Lê Quan Ninh – another Cagean heir of primary importance.

A last delve into an eccentric and stratified musical/theatrical dimension, the only piece for percussion composed by Susan Parenti undoubtedly presents the most radical and demanding mixture of vocal registers and approaches: “Exercise for Hands Right, Left and Deserted Mouth: Speaking Percussionist and Ditties” (1987) unfolds like a more and more whirling scherzo among hints of solfeggio, whistles, coughs, but also operatic singing and sudden falsettos, concomitant with acrobatics nonetheless insidious in terms of physical coordination. It’s the crowning pinnacle of a “recital” as unusual as it is intriguing, perhaps the first of its kind and therefore a further source of pride for the rampant collective label New Focus, a fervent work in progress in the backlines of contemporary classical music.

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