Weekly Recs | 2020/33-34

Senyawa & Stephen O’MalleyBima Sakti (iDEAL, 2020)

Lawrence English – Field Recordings from the Zone (Boomkat, 2020)

Sheriffs of Nothingness – An Autumn Night at the Crooked Forest – Four fireplaces (in reality only one) (Sofa Music, 2020)



Senyawa & Stephen O’Malley
Bima Sakti

iDEAL, 2020 | ritual/tribal ambient

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Le vie del nuovo ritualismo musicale tra Occidente e Oriente si incrociano nel segno delle arti teatrali: ed è ancora una volta il guru del drone-doom Stephen O’Malley a sancire questo incontro senza precedenti con il temibile combo indonesiano Senyawa, anch’esso l’emblema di un radicalismo espressivo che attinge a tradizioni secolari per congiurare spiriti ed energie cosmiche inconoscibili.
Bima Sakti (‘Via Lattea’) nasce da un ulteriore progetto collaborativo tra O’Malley e la regista e coreografa Gisèle Vienne, per la quale aveva composto l’accompagnamento sonoro alla performance su ghiaccio Éternelle Idole. Un viaggio a Giava e Bali nel 2017, in vista del festival internazionale Europalia, li ha portati a conoscere di persona la figura sciamanica di Wukir Suryadi – per molti versi paragonabile al comprimario giapponese Keiji Haino –; si ponevano le basi per la sessione in duo tenutasi nel gennaio 2018 al Kaaitheater di Bruxelles, parte della commissione ‘carta bianca’ affidata a Vienne.

Tramite l’etichetta iDEAL del noiser Joachim Nordwall vede oggi la luce l’incisione di questo evento forse irripetibile: una perturbante séance che tramuta lo spazio acustico in un tempio pagano pervaso da vibrazioni e presenze ancestrali senza requie. I corposi accordi di basso di O’Malley segnano il principio e la conclusione della performance (“Dewi Hera”), come un cerimoniale dalla struttura circolare e palindroma che il fade out finale lascia sospeso e irrisolto. Ma nel corso dei 43 minuti di LP sono gli archi e flauti autocostruiti e i vocalizzi di Suryadi a farla da padrone, con tonalità gutturali che sostituiscono alla perfezione le trance di Attila Csihar con i Sunn O))) (“Bintang Gemintang”). 

L’interplay teso e minaccioso del duo sembra dar forma a masse nubiformi e tuoni che non conducono mai al deflagrare della tempesta ma si limitano a manifestarne la possibilità, ottenendo così un effetto persino più sinistro e misterico. Allora tali invocazioni potrebbero anche essere l’ultimo tormentato sospiro che precede il crepuscolo degli dèi, numi tutelari obliati da un mondo che ha volontariamente rinunciato alla guida dei poteri sovrannaturali. Alla supremazia della ragione O’Malley e Suryadi replicano con l’estasi mistica della non-conoscenza e dell’abbandono di sé, propiziando un ritorno ciclico ai culti del passato.


The paths of the new musical ritualism between Occident and Orient intersect under the sign of theatrical arts: once again it is the drone-doom guru Stephen O’Malley who sanctions this unprecedented encounter with the fearsome Indonesian combo Senyawa, also the emblem of an expressive radicalism that draws on secular traditions to conjure unknowable spirits and cosmic energies.
Bima Sakti (‘Milky Way’) came to be in the context of a further collaborative project between O’Malley and director and choreographer Gisèle Vienne, for whom he had already composed the sound accompaniment to the performance on ice Éternelle Idole. A trip to Java and Bali in 2017, in view of the international arts festival Europalia, led them to personally meet the shamanic figure of Wukir Suryadi – in many ways comparable to the Japanese peer Keiji Haino –; thus were laid the foundations for the duo session held in January 2018 at the Kaaitheater in Brussels, as part of the ‘carte blanche’ commission entrusted to Vienne.

Through the iDEAL label run by noiser Joachim Nordwall, today is finally revealed the recording of this perhaps unrepeatable event: a disturbing séance that transforms the acoustic space into a pagan temple pervaded by vibrations and ancestral presences without rest. O’Malley’s full-bodied bass chords mark the beginning and conclusion of the performance (“Dewi Hera”), like a ceremonial with a circular and palindrome structure that the final fade-out leaves suspended and unresolved. But dominating the 43 minutes of the LP are the self-built string instruments and flutes as well as the vocalizations of Suryadi, with guttural tones that perfectly replace Attila Csihar’s trances with Sunn O))) (“Bintang Gemintang”).

The duo’s tense and threatening interplay seemingly gives shape to cloud-like masses and thunderings that never lead to a full storm but merely manifest its possibility, thus obtaining an even more sinister and mysteric effect. Such invocations, then, could also be the last tormented sigh that precedes the twilight of the gods, tutelary deities forgotten by a world that has voluntarily renounced the guide of supernatural powers. O’Malley and Suryadi respond to the supremacy of reason with the mystical ecstasy of unknowing and self-abandonment, propitiating a cyclical return to the cults of the past.


Lawrence English
Field Recordings from the Zone

Boomkat / Room40, 2020 | field recordings


Saper ascoltare “in prospettiva”, raccogliendo i dettagli circostanti e armonizzandoli attraverso la propria percezione, è di per sé l’anticamera del sound design: per questo motivo, come sottolinea Jez riley French, “l’atto di premere ‘Registra’ è un atto di composizione”, e ciò che i microfoni filtrano può racchiudere l’identità già pienamente conformata di un luogo che da fisico diviene mentale. La maestria di Lawrence English – tra i compositori ambient/drone di riferimento della scena contemporanea – risiede nella sua capacità di mantenere anche in questo ambito di ricerca un’impronta stilistica inconfondibile: quella di un paziente scrutare tra le pieghe del tangibile, laddove l’orecchio poco allenato confonde gli spostamenti minimi (e cruciali) del quadro acustico con la stasi, e invece English trova la sua essenziale materia prima.

“A volte dobbiamo fermare (tutto) se intendiamo cominciare a considerare nuovi modi di stare al mondo.” La crisi climatica e l’azione devastatrice dell’uomo sono alcune tra le preoccupazioni che pervadono da lungo tempo l’opera dello sperimentatore australiano, che ha realizzato le presenti registrazioni poco prima del lockdown globale a causa del Covid-19. Ecco dunque come “la Zona”, lo spazio liminale che l’umanità sta attraversando, arriva a rappresentare l’opportunità per un seppur tardivo cambio di marcia, una parentesi entro cui reimmaginare la nostra comune esistenza su questo pianeta. 

Di certo i cinque brani raccolti in questa cassetta edita da Boomkat (e in digitale da Room40) documentano una realtà altamente instabile, un’inquieta crasi tra sfera naturale e antropica i cui scenari ricalcano tanto il Tarkovskij di “Stalker” (implicitamente evocato nel titolo) quanto la decadenza industriale osservata con sguardo greve dal discepolo ungherese Béla Tarr (“Perdizione”). Il panorama ibrido del Queensland, un tableaux vivant dove il tempo sembra ristagnare anziché scorrere, vede l’automazione delle macchine e il rombo degli aerei di linea frapporsi al canto degli uccelli e alla stratificata sinfonia della vita arborea, in una spontanea drammaturgia sonora che ci interpella con ferma discrezione, sebbene più concreta di qualsiasi proclama di piazza. 

Colmare i vuoti espressivi di questa sommessa – ma non imparziale – contemplazione è il compito esclusivo dell’ascoltatore sensibile: farsi destinatari di questi scorci di sound art scuramente atmosferica implicano una presa di coscienza dalla quale dipendono molte delle nostre scelte future, affinché possiamo non essere più i complici silenziosi della nostra stessa rovina.


Knowing how to listen “in perspective”, collecting the surrounding details and harmonizing them through one’s perception, is in itself the antechamber of sound design: for this reason, as pointed out by Jez riley French, “the act of pressing ‘Record’ is an act of composition”, and what the microphones filter can enclose the already fully conformed identity of a place that shifts from physical to mental. The mastery of Lawrence English – among the reference ambient/drone composers on the contemporary scene – lies in his ability to maintain an unmistakable stylistic imprint in this area of research as well: that of a patient scrutinization into the folds of the tangible, where the untrained ear confuses the minimal (and crucial) movements of the acoustic picture with stasis, and instead English finds his essential raw materials.

“Sometimes, we need to stop (everything) if we are going to start to realise new ways of being in this world.” The climate crisis and the devastating acts of man are some of the concerns that have long pervaded the work of the Australian experimenter, who made the present recordings shortly before the global lockdown due to Covid-19. Then here’s how “the Zone”, the liminal space that humanity is passing through, ends up representing the opportunity for a belated change of gear, a parenthesis within which to reimagine our common existence on this planet.

Sure enough, the five pieces collected on this cassette published by Boomkat (and digitally by Room40) document a highly unstable reality, an unquiet crasis between natural and anthropic spheres whose scenarios trace back to Tarkovskij’s “Stalker” (implicitly evoked in the title) as much as the industrial decadence observed through a bleak lens by the Hungarian disciple Béla Tarr (“Damnation”). The hybrid landscape of Queensland, a tableaux vivant where time seems to stagnate rather than flow, sees the automation of machines and the roar of airliners interposing the birdsongs and the stratified symphony of the arboreal life, in a spontaneous sonic dramaturgy that questions us with firm discretion, although more concrete than any proclamation in the streets.

Filling the expressive gaps of this subdued – but not impartial – contemplation is the exclusive task of the sensitive listener: becoming the recipients of these glimpses of darkly atmospheric sound art imply an awareness on which many of our future choices depend, so that we may no longer be the silent accomplices of our own doom.


Sheriffs of Nothingness
An Autumn Night at the Crooked Forest – Four fireplaces (in reality only one)

Sofa Music, 2020 | experimental, avantgarde


La spinta innovativa e la fervida creatività delle correnti sperimentali scandinave rischiano di rendere obsoleto persino un dispositivo potenzialmente inesauribile come la partitura grafica, sia essa cartacea o generata digitalmente. Ma il ritorno all’ispirazione diretta della natura non è nemmeno (ovviamente) un nostalgico abbandono a effluvi romantici, bensì la risposta istintiva e immediata alle energie elementali che si offrono ai nostri occhi senza ulteriori condizionamenti. 
Così, nel solco della continuità tematica e di un approccio strumentale stoicamente “altro”, Kari Rønnekleiv e Ole-Henrik Moe (Sheriffs of Nothingness) portano avanti la loro ricerca para-musicale con la serie delle ‘Notti nella foresta storta’, sotto l’egida della Sofa Music di Ingar Zach, il cui catalogo selezionatissimo presenta da ben vent’anni le più coraggiose proposte d’area norvegese.

Dopo i capitoli a tema estivo e invernale – con un ulteriore corollario registrato nella notte di Natale del 2014 –, attraverso il lento bruciare di un falò il presente album incarna per sineddoche le sensorialità autunnali: violino e viola diventano l’estensione timbrica delle lingue di fuoco, dei crepitii e del fumo che si sprigionano dalla legna accesa. Registrati dal vivo in una capanna nell’area forestale di Krokskogen, a ovest di Oslo, i quattro lunghi take non rispondono ad alcun impulso descrittivo e sembrano anzi rifuggire la significazione stessa, facendosi di volta in volta materia viva tra le corde vibranti di Rønnekleiv e Moe. 

Si va dal completo understatement microtonale, con fragili traiettorie lineiformi che si intersecano occasionalmente sulla dominante, per poi passare al tocco nervoso e irrefrenabile della seconda traccia, uno sciamare di suoni residuali che rimpiazzano qualsiasi tonalità netta con l’indeterminazione data dallo sfregamento accelerato degli archetti – un tour de force esecutivo simile alla recente suite “Melting With Butterflies” di Katariin Raska e Christian Meaas Svendsen, dal tratto più marcato e d’ascendenza entomologica.
Ancor più subdoli e impalpabili gli stridori in accumulo di “Great Spruce-Log”: diciotto minuti di ermetico rumorismo nel registro alto, a ridosso del ponticello, con furiosi bariolage tra corde adiacenti che evocano una varietà di reazioni chimiche ormai in pieno fermento. Sono poi gli ultimi ansiti della cenere in spegnimento a suggerire la strisciante coda atonale, con la mano sinistra a smorzare la tastiera, il piano d’appoggio di un gesto che si fa ombra effimera sull’orlo di armonici naturali che non riescono a trapelare, premuti sino alla fine contro la soglia di un silenzio punteggiato dallo scoppiettare di deboli scintille che lentamente svaniscono dal quadro.

Ascolto d’interesse principalmente “fenomenico”, il quarto lavoro degli Sheriffs of Nothingness è quanto di più neutralmente esoterico abbia da offrire la scena nord-europea: la chiarezza d’intenti del duo norvegese, unita a un radicale patto anti-espressivo, riapre la strada a un’arte esperienziale del tutto svincolata da ogni sorta di canone esecutivo e narrativo, lieta anche solo di trovare un’autentica simbiosi con il canto ipnotico e indecifrabile del fuoco che arde.


The innovative drive and the fervent creativity of Scandinavian experimental currents may well render obsolete even a potentially inexhaustible device such as the graphic score, be it on paper or digitally generated. But the return to the direct inspiration of nature, obviously, is neither a nostalgic surrender to romantic effluvia, but the instinctive and immediate response to the elemental energies offered before our eyes without further conditioning.
Thus, in a sign of thematic continuity and a stoically “otherful” instrumental approach, Kari Rønnekleiv and Ole-Henrik Moe (Sheriffs of Nothingness) carry on their para-musical research through their series of ‘Nights at the Crooked Forest’, under the aegis of Ingar Zach’s Sofa Music, whose highly selected catalog has been presenting the most courageous Norwegian proposals over the last twenty years.

After the summer and winter-themed chapters – with a further corollary recorded on the nights after Christmas of 2014 –, through the slow burning of a bonfire this new album embodies the sensorial qualities of Autumn by synecdoche: violin and viola become the timbral extension of the tongues of fire, crackles and smoke emanating from burning wood. Recorded live inside a small hut in the forest area of Krokskogen, west of Oslo, these four long takes do not respond to any descriptive impulse and, rather, seem to shy away from signification itself, each time becoming a living matter between Rønnekleiv and Moe’s vibrating strings.

Starting from a complete microtonal understatement, with fragile lineiform trajectories that occasionally intersect on the dominant note, the duo then moves on to the nervous and uncontrollable touch of the second track, a swarm of residual sounds that replace any clear tonality with the indeterminacy springing from the accelerated rubbing of the bows – an executional tour de force similar to the recent suite “Melting With Butterflies” by Katariin Raska and Christian Meaas Svendsen, the latter having a more marked trait of entomological ancestry.
Even more subtle and impalpable are the accumulating screeches of “Great Spruce-Log”: eighteen minutes of hermetic noises in the high register, close to the bridge, with furious bariolages between adjacent strings evoking a variety of chemical reactions now in a state of full ferment. Then it’s the last gasps of the extinguishing ashes that inspire the creeping atonal coda, with the left hand muffling the fingerboard, the support surface of gestures that become an ephemeral shadow on the edge of natural harmonics that fail to arise, pressed until the end against the threshold of a silence punctuated by the crackling of weak sparks that slowly vanish from the frame.

A listen of a mainly “phenomenic” interest, Sheriffs of Nothingness’ fourth work is the most neutrally esoteric thing the North-European scene has to offer: the clarity of purpose of the Norwegian duo, combined with a radical anti-expressive agreement, again paves the way to an experiential art completely free from any sort of executional and narrative canon, happy to even just find an authentic symbiosis with the hypnotic and indecipherable song of the burning fire.

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