Matmos – The Consuming Flame: Open Exercises in Group Form

Thrill Jockey, 2020
idm, experimental electronic

Recensione pubblicata anche su Ondarock.it
(ENGLISH TEXT BELOW)

Ho indugiato un po’, dato che scrivere una recensione breve sarebbe equivalso a una specie di insulto, mentre una lunga e doviziosa occuperebbe svariati metri di testo digitale: ma come si fa a tirare le somme di un triplo album dei Matmos – di per sé stessi, all’udito come a parole, una sfida sempre avvincente – che coinvolge novantanove ospiti di ogni genere e nazionalità? Mi ha in parte frenato, da principio, la mancanza di uno dei tipici concept portanti che caratterizzano l’intera produzione dell’eccentrico duo californiano, che limitando scientemente il proprio campo d’azione ha sempre offerto risultati di sorprendente elasticità a partire da elementi e modus operandi quantomai rigorosi. 
Decisamente infondato, quel timore iniziale, dato che a conti fatti l’esito è decisamente meno caotico e tentacolare di quanto potesse sembrare sulla carta, anzi. Se è vero, infatti, che M.C. Schmidt e Drew Daniel sono sempre stati scienziati di laboratorio curiosi e aperti al mondo, ciò non ne ha mai intaccato o compromesso l’intransigenza, finanche la mania del controllo sulla forma finale della loro visione. E per quanto ambizioso e debordante, The Consuming Flame non fa certo eccezione.


Non so chi mai avrebbe potuto pretendere un’ulteriore prova di maestria da parte di questi genietti dell’elettronica, ma in tal caso questa dovrà bastargli per il resto della sua esistenza: anche soltanto condensare in un pastiche sonoro coerente così tante voci, influenze, elementi consonanti ma anche potenziali inciampi creativi, era di per sé un’impresa titanica – e non un mero ‘esercizio’, come vorrebbe il sottotitolo –; elaborarle in un trittico che si mantenesse coinvolgente per tre ore di durata, qualcosa di molto prossimo a un miracolo. 
Come architetti di un’utopia artistica onnicomprensiva, tra il 2019 e il 2010 i Matmos hanno collezionato i contributi in remoto dei loro numerosi (e pre-conteggiati) colleghi, procedendo a edificare pazientemente la loro personale Torre di Babele digitale: tre dischi come suite ininterrotte, frutto di un minuzioso assemblaggio che non ne cancella l’identità bensì la amplifica in un flusso ipertrofico di temi, libere divagazioni e corpi estranei prontamente fagocitati dall’organismo pulsante. 

Uno schema organizzato per istogrammi a barre orizzontali fornisce le indicazioni sulle comparsate degli artisti coinvolti, citati in corrispondenza del minutaggio interessato: il consiglio è di non utilizzarla come una guida all’ascolto o un programma di sala, bensì come una mappa utile a soddisfare determinate curiosità relative ai singoli interventi che si avvicendano senza soluzione di continuità; il brivido di questa traversata, in verità, sta proprio nell’immaginarla come il parto unitario e inscindibile di una mente superiore, allieva dei più disparati maestri al fine di abbracciare una feconda pluralità interiore.

Nell’inaugurare la suite “A Doughnut in the Sky”, il duo acustico/elettronico Moth Cock confeziona una versione gommosa e cartoonesca dei frastagliati reticoli ritmici di Autechre e Pan Sonic, seguìta dalle più asciutte trame minimaliste del frequente collaboratore Max Eilbacher. Il frizzante accompagnamento del batterista Nate Nelson ritorna alternamente nel corso dell’intero primo disco, scivolando tra “Moteswarm” e “Adam’s Apple” in un ipnotico krautrock alla Can, omaggio di Owen Gardner (con il sopracitato Eilbacher negli Horse Lords).
Tra i colleghi più noti si affacciano anche Matthew Herbert e David Grubbs, benché il loro profilo si renda irriconoscibile nella selva di estroflessioni soniche e tribalismi assortiti – incluso un breve interludio di Josh Quillen (So Percussion) alla steel drum. Sul finale si crea un affollamento di impulsi atmosferici sconnessi, accrocchio di ammiccanti movenze darkjazz, arabeschi di flauti traversi e found sound d’annata, da ultimo giustapposti in forme para-ritmiche lievemente grottesche.

Se si volesse attribuire un’identità sommaria al secondo disco, “On the Team”, diremmo che risulta maggiormente incentrato sulla sintesi, deformazione e parcellizzazione della voce, con molti passaggi disseminati di fonemi puri o testi recitati a intermittenza. Non di rado tali sorgenti vengono organizzate in pattern dinamici e schizoidi, con l’aiuto di numerosi dj e producer dal tocco variamente incisivo, tra cui Jason Willett degli ½ Japanese (“Maybeism”, “Garden of Tall Boys”).
I guaiti dei sassofoni di John Dierker e John Berndt danno vita a orgiastiche elevazioni free jazz (“Dancing Your Animal”) poco prima che i Matmos si prendano qualche minuto per adagiarsi in una corsia più rallentata, con rimandi neanche troppo velati all’epopea dei Kraftwerk ed echi di altri futuri più o meno anteriori (“Friendsylum”), preludio a un’ancor più soave e opaca sospensione ambientale in compagnia dei Yo La Tengo. 
Con “Sarabande” si aprono altri venti minuti particolarmente variegati, tra schegge di jam session cosmiche, disorientanti incursioni collagiste e un memorabile segmento ricavato dal jingle di Netflix in varie tonalità, contrappuntato da altri temi della nostra quotidianità digitale (l’ansiogena “Platformalism”, assieme a Mark “Porest” Gergis).

Un glaciale scenario dub-techno introduce “Extraterrestrial Masters”, terzo e ultimo atto di un atlante elettronico che sembrerebbe volersi chiudere su una nota più cupa e seriosa: ritmiche squadrate da dancefloor suburbano incontrano fraseggi blues di chitarra elettrica in clean; poi cantilene a due voci sul fruscio di un vinile dai solchi vuoti (Idm Theftable in “Tworivers Run”); poi finalmente una nuova apertura luminosa in salsa psych-folk cui si aggiungono arpeggiati oscillanti di sintetizzatore, così che per qualche lungo minuto la tavolozza cromatica dei Matmos torna a mescolare tonalità più calde e accoglienti, sublimanti nel banjo del best kept secret australiano Andrew Tuttle (“Boomchicka”).
Ma c’è ancora tempo per alzare la posta su un sound design già dimostratosi di altissimo livello: attraversata dagli acuti in stereofonia del soprano Kate Soper, la mezz’ora conclusiva concilia gli input di oltre venti ospiti diversi, dove se da un lato la partecipazione delle superstar Oneohtrix Point Never (“Warm Opening”) e Mouse On Mars (“It Isn’t Necessarily the Case”) lascia certamente segni ben riconoscibili, dall’altro ciò nulla toglie all’opera di cesellatura e spazializzazione attraverso la quale i dei ex machina tengono le redini dell’ultimo, vorticoso miglio della maratona, con occasionali vedute ariose che guardano con riverenza alla trentennale svolta dei KLF di Chill Out.

Uno, nessuno e centomila, con The Consuming Flame i Matmos firmano il loro magnum opus postmoderno: un’accumulazione polimaterica a breve scadenza, consapevolmente provvisoria e imprendibile ma che, in un’epoca dove i manifesti non sono più scolpiti nella pietra, rappresenta comunque uno stoico autodafé espressivo, ulteriore riflesso di un’integrità artistica che non cessa di incutere rispetto e, soprattutto, provocare meraviglia.


I’ve been hesitating for a while, since writing a short review would be tantamount to an insult, while a long, scrupulous one would occupy several meters of digital text: but how does one sum up a triple Matmos album – always an exciting challenge per se, in listening as in writing – involving ninety-nine guests of all genres and nationalities? At first I was partially halted by the lack of any of the typical supporting concepts that characterize the entire production of the eccentric Californian duo who, consciously limiting their field of action, has always offered surprisingly elastic results while taking their cue from a rigorous array of elements and modus operandi.
My initial concern turned out to be definitely unfounded given that, all things considered, the outcome is much less chaotic and tentacular than it might look on paper – actually quite the contrary. If it is true, in fact, that M.C. Schmidt and Drew Daniel have always been a pair of curious lab scientists, open to the outside world, this has never affected or compromised their intransigence, even a control issue over the final shape of their vision. And as ambitious and overflowing as it is, The Consuming Flame is certainly no exception.

I don’t know who could have demanded a further demonstration of mastery from these electronic geniuses, but even in that case this one will have to suffice for the rest of his existence: even only condensing into a coherent sound pastiche so many voices and influences, consonant elements as well as potential creative stumbling blocks, was in itself a massive undertaking – not just a mere ‘exercise’, as the subtitle would have it –; to mould them into a triptych that keeps itself engaging for three hours straight, something very close to a miracle.
As the architects of an all-encompassing artistic utopia, between 2019 and 2010 Matmos collected the remote contributions of their numerous (and pre-counted) peers, moving on to patiently build their own digital Tower of Babel: three discs as uninterrupted ‘suites’, the result of a meticulous assembling work that does not erase their identity, but instead amplifies it in a hypertrophic flow of themes, free digressions and foreign bodies engulfed in no time by the pulsating organism.

A scheme of horizontal histograms provides information on the appearances of the artists involved, whose names correspond to the playing time of the CDs: my advice would be not to use it as a listening guide or some sort of concert program, but rather as a map useful to satisfy any curiosities with regards to the single contributions alternating seamlessly; indeed, the thrill of this journey lies in imagining it as the unitary and indivisible brainchild of a superior mind, pupil of the most diverse masters in order to embrace a fruitful inner plurality.

Inaugurating the first suite, “A Doughnut in the Sky”, the acoustic/electronic duo Moth Cock tailors a rubbery and cartoonish version of Autechre’s and Pan Sonic’s jagged rhythmic reticula, followed by the drier minimalist textures of frequent collaborator Max Eilbacher. The crisp accompaniment of drummer Nate Nelson returns alternately throughout the entire CD, gliding between “Moteswarm” and “Adam’s Apple” in a hypnotic Can-style krautrock, courtesy of Owen Gardner (a member of Horse Lords as the aforementioned Eilbacher).
Among the best known colleagues are also Matthew Herbert and David Grubbs, although their silhouette can’t be recognized in the wilderness of sonic extroflections and assorted tribalisms – including a short interlude by Josh Quillen (So Percussion) on the steel drum. Lastly, a flock of disjointed atmospheric impulses takes shape, a huddle of alluring darkjazz moves, arabesques of transverse flutes and vintage found sounds, ultimately juxtaposed in slightly grotesque para-rhythmic figures.

If one wanted to attribute a summary identity to the second disk, “On the Team”, one would say that it’s more focused on the synthesis, deformation and fragmentation of the voice, with many passages strewn with pure phonemes or intermittently recited texts. Quite often these sources are organized into dynamic and schizoid patterns with the help of numerous DJs and producers with variously incisive touches, including Jason Willett from ½ Japanese (“Maybeism”, “Garden of Tall Boys”).
The yelps of John Dierker’s and John Berndt’s saxophones give life to orgiastic free jazz elevations (“Dancing Your Animal”) just before Matmos take a few minutes to shift to a slower lane, with not-too-veiled references to the Kraftwerk epic and echoes of other more or less anterior futures (“Friendsylum”), a prelude to an even more suave and opaque ambient suspension in the company of Yo La Tengo.
With “Sarabande” another twenty particularly varied minutes begin, including fragments of cosmic jam sessions, disorienting collagist incursions and a memorable segment originating from the Netflix jingle declined in several tones, counterpointed by other themes of our digital everyday life (the anxiety-inducing “Platformalism” , together with Mark “Porest” Gergis).

An icy dub-techno scenario introduces “Extraterrestrial Masters”, the third and final act of an electronic atlas seemingly keen to end on a darker and more staid note: squared rhythms from suburban dancefloors meet the bluesy phrasing of an electric guitar in clean; then two-part chants skim over the empty grooves of a rustling vinyl (Idm Theftable on “Tworivers Run”); finally comes a new luminous psych-folk aperture to which add oscillating synthesizer arpeggios, so that for a few long minutes Matmos’ color palette is back mixing warmer and more welcoming tones, sublimating with the banjo of Australia’s best kept secret Andrew Tuttle (“Boomchicka”).
But there is still time to raise the bar on a sound design that has already proven itself to be of the highest level: crossed by the stereophonic trebles of soprano Kate Soper, the final half hour reconciles the inputs of over twenty different guests where, if on the one hand the participation of superstars Oneohtrix Point Never (“Warm Opening”) and Mouse On Mars (“It Isn’t Necessarily the Case”) certainly leaves easily recognizable marks, in no way this detracts from the work of chiseling and spatialization through which the dei ex machina hold the reins of the last, swirling mile of the marathon, with occasional airy views reverently nodding at KLF’s 30-year old breakthrough Chill Out.

‘One, no one and one hundred thousand’, with The Consuming Flame Matmos offer their postmodern magnum opus: a short-term, multi-material accumulation, knowingly provisional and impregnable but which, in an era where manifestos are no longer carved in stone, still represents a stoical expressive autodafé, further reflection of an artistic integrity that never ceases to inspire respect and, above all, wonder.

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