Weekly Recs | 2020/37

Hübsch / Martel / Zoubek – Ize (INSUB., 2020)

BOW – s/t (Sub Rosa, 2020)



Hübsch / Martel / Zoubek
Ize

INSUB., 2020 | free impro, reductionism


Non la darò mai vinta a chi sostiene che chiunque sia in grado di fare libera improvvisazione e, conseguentemente, di incontrare il gusto di uno stereotipico pubblico radicale e highbrow. Non si ha, in generale, la minima idea degli anni di pratica e della sensibilità necessari a entrare in immediata sintonia con musicisti d’altra cultura e provenienza, al fine di trasformare un dialogo strumentale senza prove preliminari in un atto di ‘composizione istantanea’.
Nemmeno la semplicità di certi gesti musicali o sonori può sminuire la capacità di tre sperimentatori quali Carl Ludwig Hübsch, Pierre-Yves Martel e Philip Zoubek di plasmare una drammaturgia tanto scarna quanto sottilmente incisiva, mantenendo costante il suo senso di gravosa attesa, come l’angoscioso presagio di una Fine senza clamore.

I cinque segmenti di Ize – registrato a Colonia nel novembre del 2018 – sono certamente memori delle esperienze derivanti dalla perpetuazione e dalla riscoperta delle poetiche della New York School nel secondo Novecento: ma come per i maestri del collettivo internazionale Wandelweiser, esse non sono altro che lo spunto concettuale e formale per un ancora più deciso affondo nelle potenzialità timbriche degli strumenti più vari, e sempre in stretto rapporto con l’eventualità della loro stessa assenza. Pianoforte (Zoubek), viola da gamba (Martel) e tuba (Hübsch) si pongono come un’anomala riconfigurazione del classicismo da camera, epurato dall’aura di purezza e nobiltà dei secoli scorsi per rifugiarsi, invece, in uno spazio negativo di perpetua e irrisolta interrogazione.

Toni statici dalle impercettibili oscillazioni disegnano l’inquieto preludio “Any”, porta d’ingresso per la sinistra desolazione del brano esteso “Kolt”: il lamento filiforme dell’arco lega tra loro gli acuti rintocchi di pianoforte – vibrante eco del decano John Tilbury – e di carillon ravvivati a intermittenza, un istante alla volta; su due registri opposti e complementari si collocano i soffi della tuba e della pitch pipe, voci paritarie di un sommesso canto dell’anima fuori dal tempo e dalla realtà tangibile come il recente quintetto greco The Depths Above; solo all’ultimo le esili traiettorie acustiche convergono in un ostinato unisono in tonalità maggiore che di fatto si attesta come una tiepida risoluzione.

A mo’ di intermezzo, in “Lektik” gli strumenti si fanno oggetti e viceversa: un laborioso sottobosco di minute concrezioni rumoriste che traccia brevemente il solco di un’ancor più ermetica estemporaneità. Le armonie drone di “Bard” introducono il grigio controcanto di un sintetizzatore, linea d’orizzonte sulla quale tuba e viola modellano le mutevoli densità della loro insistente monodia. 
Una coda formalmente meno rigorosa ma quantomai sinistra, “Kult” crea vividi contrasti tra luci e ombre dissonanti entro un quadro alfine pienamente feldmaniano: un tesissimo alternarsi di singole pennellate col quale il trio si lascia alle spalle quel punto di domanda che ne ha simbolicamente ispirato l’incontro in studio.


I will never give in to those who claim that anyone is capable of doing free improvisation and, consequently, to meet the taste of a stereotypically radical and highbrow audience. In general, those who claim the above haven’t got the slightest idea of the years of practice and the sensitivity that it takes to create an immediate connection with musicians of other cultures and backgrounds, in order to transform an instrumental dialogue without preliminary rehearsals into an act of ‘instant composition’ .
Not even the simplicity of certain musical or sonic gestures can belittle the ability of three experimenters such as Carl Ludwig Hübsch, Pierre-Yves Martel and Philip Zoubek to shape a dramaturgy as thin as it is subtly incisive, keeping constant its sense of burdensome expectation, like the eerie omen of an End without clamor.

The five segments of Ize – recorded in Cologne back in November 2018 – are certainly reminiscent of the experiences arising from the perpetuation and rediscovery of the poetics of the New York School, from the second half of the 20th century: but as for the masters of the international collective Wandelweiser, they’re nothing more than the conceptual and formal inspiration for an even more decisive lunge into the tonal potential of the most varied instruments, while always maintaining a close relationship with the possibility of their own absence. Piano (Zoubek), viola da gamba (Martel) and tuba (Hübsch) present themselves as an anomalous reconfiguration of chamber classicism, cleansed of the aura of purity and nobility of the past centuries to take refuge, instead, in a negative space of perpetual and unresolved interrogation.

Static tones with imperceptible oscillations hatch the restless prelude “Any”, gateway to the sinister desolation of the extended piece “Kolt”: the filiform lament of the bow binds together the high trebles of the piano – a vibrant echo of the dean John Tilbury – and of carillons intermittently revived, one instant at a time; placed on two opposite and complementary registers are the breaths of the tuba and the pitch pipe, the equal voices of a subdued chant of the soul out of time and tangible reality like the recent Greek quintet The Depths Above; only at the last moment do the slender acoustic trajectories converge in a major-key, ostinato unison which in fact asserts itself as a tepid resolution.

As something of an interlude, in “Lektik” the instruments become objects and vice versa: a laborious underbrush of minute noise concretions that briefly marks the trail of an even more hermetic extemporaneousness. The drone harmonies of “Bard” introduce the gray counterpoint of a synthesizer, a horizon line on which tuba and viola shape the mutable densities of their insistent monody.
A coda formally less rigorous but more sinister than ever, “Kult” creates vivid contrasts between dissonant lights and shades within an ultimately fully Feldman-esque frame: a most tense alternation of single brushstrokes through which the trio leaves behind that same question mark that symbolically inspired their studio meeting in the first place.


BOW
s/t

Sub Rosa, 2020 | modern classical


Qui un blindfold test potrebbe facilmente ingannare persino i più avveduti estimatori della “scuola” ambient targata Kranky. E difatti l’orecchio non inganna, poiché i membri del quintetto d’archi BOW – all’esordio sulla lunga durata con la prestigiosa Sub Rosa – portano con sé il carico di esperienza e sensibilità maturato negli anni a fianco dei precursori dell’odierna corrente modern classical: Stars of the Lid, A Winged Victory for the Sullen e Jóhann Jóhannsson saranno immancabilmente i primi a solcare la vostra memoria uditiva fra le trame struggenti e vellutate di “Bryanbaum”, un puro condensato di quell’aurale malinconia che oramai si può lecitamente individuare come il crepuscolare romanticismo del terzo millennio.

Ma è solo in seguito a questa introduzione così nettamente stilizzata che emergono la vera natura e l’apprezzabile peculiarità del progetto con base a Bruxelles: le influenze radunate nel loro collaudato tratto esecutivo divengono la matrice espressiva per una serie di composizioni spontanee, registrate dopo un giorno di prove in studio delle quali sono rimasti soltanto alcuni essenziali spunti tematici e schemi d’interazione tra violini, viola, violoncello e contrabbasso.
In “Edda” lo spazio sonoro si capovolge e deforma con saliscendi spettralisti prima di allinearsi nella tonalità dominante, basamento sul quale i cinque strumentisti operano autonome digressioni temporali e mutevoli contrasti tra vibrato e staccato, ricalcando fedelmente l’afflato melodico del compianto Jóhannsson. 
Un solitario pizzicato attorno a un singolo accordo prelude all’incedere pulsante del basso in “Cimes”, attorno al quale scie e corolle vibranti si inseguono con un apparente moto circolare, oscillando tra unisoni e armonie complementari nel mezzo delle quali si fa strada l’arpeggiato quasi folk della viola.

Allucinate dissonanze costeggiano il dolente iter melodico di “Egon”, destinato dopo i primi minuti a evolvere in un intreccio di staccati percussivi e fischianti acuti di violino che si smorzano gradualmente sino a rifugiarsi in un inquieto ‘pianissimo’. 
Da ultimo “Silence” sembra richiamarsi alle atmosfere più propriamente cinematiche dei nuovi big di casa Deutsche Grammophon, oggi quantomai impegnati anche nell’ambito delle colonne sonore: tuttavia il quintetto elude abilmente la tuonante solennità dei giovani maestri affastellando strati semi-trasparenti di suono, dal grave all’acuto, in modo tale da lasciar emergere le trame armoniche come bagliori nella nebbia; un efficace esercizio di alterità espressiva che sfiora il dominio della dark ambient con un’impalpabile densità che negli istanti finali si popola di minacciosi scricchiolii lignei, evocazione di un’indicibile presenza che tuttavia permane nell’ombra senza manifestarsi pienamente. Una chiusura dal potente effetto sinestetico per un LP che apre l’orizzonte del neoclassicismo a pratiche d’improvvisazione controllata che ne scongiurano la tendenza al manierismo e l’occasionale senso di bidimensionalità.


Line-up: Margaret Hermant, violin; Benoit Leseure, violin; Jean-François Durdu, viola; Marine Horbazweski, cello; Cyrille de Haes, double bass


A blindfold test on this one could easily fool even the most judicious admirers of Kranky’s ambient “school”. And in fact, the ear does not deceive, since the members of the string quintet BOW – at their full-lenght debut with the prestigious Sub Rosa – carry with them the load of experience and sensitivity gained over the years alongside the precursors of today’s modern classical scene: Stars of the Lid, A Winged Victory for the Sullen and Jóhann Jóhannsson will inevitably be the first ones traversing your auditory memory among the poignant and velvety threads of “Bryanbaum”, a pure condensation of that aural melancholy that by now we can legitimately identify as the crepuscular Romanticism of the third millennium.

But it’s only after this neatly stylized introduction that the true nature and the remarkable peculiarity of the Brussels-based project emerge: the influences gathered in their well-proven execution become the expressive matrix for a series of spontaneous compositions, recorded after one day of studio rehearsals of which persisted only some essential thematic cues and interaction schemes between violins, viola, cello, and double bass.
On “Edda” the sound space is overturned and deformed with ghostly ups-and-downs before aligning itself to the dominant key, the foundation on which the five instrumentalists operate autonomous temporal digressions and mutable contrasts between vibrato and staccato, faithfully tracing the melodic afflatus of the late Jóhannsson.
A solitary pizzicato over a single chord preludes to the pulsating pace of the bass on “Cimes”, around which vibrating trails and corollas chase one another following an apparent circular motion, oscillating between unison and complementary harmonies among which the almost folkish arpeggios of the viola make their way.

Hallucinating dissonances flank the doleful melodic trail of “Egon”, destined to evolve after the first few minutes into an interweaving of percussive staccatos and whistling violin trebles that gradually fade to take refuge in a restless pianissimo.
Lastly, “Silence” seems to draw on the more properly cinematic atmospheres of the new big names from the Deutsche Grammophon roster, now more than ever also involved in soundtracks: and yet, the quintet skilfully evades the thunderous solemnity of the young masters by overlapping semi-transparent layers of sound, from the low to high registers, in such a way as to let harmonic textures emerge like glimmers through the fog; an effective exercise in expressive otherness that skims the dark ambient domain with an impalpable density that, in the final moments, fills up with menacing wooden creaks, evoking an unspeakable presence that nevertheless remains in the shadows without fully manifesting itself. A closure with a strong synaesthetic effect for an LP that opens the horizon of neoclassicism to controlled improvisation practices that elude its tendency to mannerism and its occasional sense of two-dimensionality.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...