Weekly Recs | 2020/28

Fabio Perletta + Luigi Turra – Ma  (901 Editions, 2020)

Giannis Arapis – Ηλεκτρική κατάρα [Ilektrikí katára] (2020)

Sofía Salvo, Gustavo Obligado, Marcelo von Schultz – MOTOR (NendoDango, 2020)



Fabio Perletta + Luigi Turra
Ma 

901 Editions, 2020 | sound art, field recordings


Se si potessero tradurre in una sola parola le fessure recise da Lucio Fontana nella tela, i pregnanti silenzi nelle partiture del collettivo Wandelweiser, le ampie interlinee che danno respiro a una poesia, questa sarebbe ma (間), termine giapponese che riunisce le diverse accezioni di uno “spazio negativo”, l’assenza che completa la forma e la funzione di un oggetto, un luogo, un’idea.
L’omonimo progetto di Fabio Perletta e Luigi Turra, come gran parte della produzione a marchio 901 Editions, guarda alla filosofia e alle arti giapponesi per ristabilire un dialogo creativo tra il fisico e l’intangibile, tra l’essenzialità estetica e il limpido orizzonte del pensiero.

Qui entra in gioco un altro nume tutelare come l’architetto Tadao Ando, emblema di una logica sottrattiva che rivendica il valore della semplicità formale senza alcuna rinuncia in termini di eleganza (ben prima che lo stile minimalista diventasse un ennesimo status symbol): “Mi piace sondare fino a che punto l’architettura può ricercare la funzione e poi, quando la ricerca è compiuta, fino a che punto può essere separata dalla funzione. La significanza dell’architettura risiede nella distanza tra essa e la funzione”. (*)

Sono spunti necessari, questi, per fare esperienza consapevole della discreta sound art del duo italiano, che pur nell’approccio riduzionista si mantengono sempre prossimi alla dimensione tattile e uditiva del mondo reale. 
Un’esplorazione che ha inizio dai field recordings effettuati da Turra presso alcuni edifici progettati da Ando, e già alla base del suo progetto solista Texture.Vitra (Koyuki, 2008): placidi rivoli d’acqua, terrecotte e metalli grezzi risonanti, fruscii e folate di vento tra spoglie navate di cemento; una fenomenologia elementale che, nel randomico avvicendarsi di sorgenti acusmatiche, ci restituisce gli echi di un luogo immaginario abbandonato ma non privo di identità, un santuario di cui è la natura, in apparenza, a riprendere tacitamente il controllo, e nel quale il gesto fisico accetta di annullarsi per mezzo di una radicale e devota mimesi sonora.
Solo nel terzo movimento si fanno strada dei passi lenti e rispettosi della quiete circostante – un room tone che sembra aver trattenuto l’ombra di anime e riti secolari, imprigionati nell’inapparenza di un eterno presente.

Ideale complemento al recente Jisei di Vittorio Guindani, ma accresce ulteriormente il senso di una poetica sonora che a ragione può definirsi essenziale in senso etimologico: il tempo infinito del verbo ‘essere’ come spazio ipotetico di una costante indeterminazione, una forma di vita unitaria e insieme massimamente plurale, ignara e indipendente dall’azione e dalla finitezza umana.

(*) Tadao Ando, “The Emotionally Made Architectural Spaces of Tadao Ando”, The Japan Architect, no. 276, aprile 1980, pp. 45-46 [trad. mia]


If we could translate in just one word the fissures cut by Lucio Fontana in the canvas, the pregnant silences in the scores of the Wandelweiser collective, the wide line spacing that gives breath to a poem, that would be ma (間), a Japanese term that brings together the different meanings of a “negative space”, the absence that completes the form and function of an object, a place, an idea.
The homonymous project by Fabio Perletta and Luigi Turra, like much of the production under the 901 Editions imprint, looks at Japanese arts and philosophy to re-establish a creative dialogue between the physical and the intangible, between aesthetic essentiality and the limpid horizon of thought.

Here comes into play another tutelary deity such as architect Tadao Ando, emblem of a subtractive logic that asserts the value of formal simplicity without any renunciation in terms of elegance (well before the minimalist style became yet another status symbol): “I like to see how far architecture can pursue function and then, after the pursuit has been made, to see how far architecture can be removed from function. The significance of architecture is found in the distance between it and function”. (*)

These are a few necessary insights in order to experience consciously the discreet sound art of the Italian duo, that despite their reductionist approach always remain close to the tactile and auditory dimension of the real world.
An exploration that takes its cue from field recordings made by Turra inside some buildings designed by Ando, ​​and already at the core of his solo project Texture.Vitra (Koyuki, 2008): placid streams of water, resonant pottery and rough metals, hissing gusts of wind among bare concrete aisles; an elemental phenomenology which, in the random alternation of acousmatic sources, brings us the echoes of an imaginary place abandoned but not devoid of identity, a sanctuary of which nature appears to tacitly regain control, and in which the physical gesture agrees to erase itself by means of a radical and devoted sound mimesis.
Only in the third movement do slow and respectful footsteps make their way – a room tone that seemimgly retained the shadows of centuries-old souls and rites, imprisoned in the unappearance of an eternal present.

An ideal complement to Vittorio Guindani’s recent Jisei, ma further increases the meaning of a sound poetics that can rightly be defined as essential in an etymological sense: the infinitive form of the verb ‘to be’ as a hypothetical space for constant indeterminacy, a life form both unitary and plural, unaware and independent of human action and finitude.

(*) Tadao Ando, “The Emotionally Made Architectural Spaces of Tadao Ando”, The Japan Architect, no. 276, April 1980, pp. 45-46


Giannis Arapis
Ηλεκτρική κατάρα [Ilektrikí katára]

self-released, 2020 | free impro


Per imparare i rudimenti della chitarra sono sufficienti pochi giorni di pratica; per evolvere tecnicamente, almeno un paio d’anni; per consolidare uno stile proprio, sulla scorta dei vari idoli musicali, qualche altro anno di esercizio costante; ma per dimenticare tutto questo e tentare di ripartire da zero?
La risposta, almeno per Giannis Arapis, è quattordici anni. Non si è certo trattato di un oblio tecnico quanto formale: è la riduzione all’osso di tutti i caratteri assunti dalla chitarra nella musica popolare e underground nel secolo scorso, e in seguito la ricucitura dei rimanenti brandelli in un patchwork instabile e transitorio, evocativo di tutto e di nulla al tempo stesso.

Con il fluviale album in solo Ηλεκτρική κατάρα – intraducibile gioco di parole tra kithára (‘chitarra’) e katára (‘maledizione’) – Arapis è riuscito a fare virtù del suo nervosismo espressivo e convogliarlo in una scrittura istantanea che sembra proseguire fino al suo naturale esaurirsi, nell’arco di lunghi take che non sacrificano mai il rigoroso controllo manuale al flusso di coscienza.
C’è senz’altro la frenesia ma non la totale astrattezza di un Derek Bailey, ipotetico trait d’union dell’eclettica improvvisazione di Arapis: un volo d’uccello, il suo, che dagli sghembi blues del Mississippi si spinge nelle terre del flamenco e del choro, per poi sedimentarsi negli scuri e pensosi intrecci armonici di Loren Connors, David Grubbs e gli Slint (è un caso che sia anche membro di una band chiamata Bread Crumb Trio?). Ma altro non sono che fuochi fatui della mente, il segreto richiamo di vite mai vissute, tutte quante accomunate dal dolente vibrare di sei corde attraverso un amplificatore.

Nel resoconto delle notti insonni del chitarrista greco convivono tormento ed estasi, solide fondamenta performative e fragile abbandono a certe recondite sacche creative delle quali, forse, non è del tutto consapevole. Comunque sia, l’esito di tali ricognizioni è disorientante e sorprendente, un’ebbrezza meta-musicale cui un analogo stato di dormiveglia potrebbe sovrapporre visioni surreali a non finire.


A few days of practice are enough to learn the rudiments of guitar playing; to evolve technically, then, at least a couple of years; to consolidate one’s own style, looking up to various musical idols, it takes a few more years of constant exercise; but to forget all this and try to start from scratch?
The answer, at least for Giannis Arapis, is fourteen years. It was certainly not a technical oblivion but rather a formal one: a reduction to the bone of all the features that the guitar assumed in popular and underground music over the last century, and then a mending of the remaining shreds into an unstable and transient patchwork, evocative of everything and nothing at the same time.

With his fluvial solo album Ηλεκτρική κατάρα – untranslatable wordplay between kithára (‘guitar’) and katára (‘curse’) – Arapis has managed to make virtue of his expressive nervousness and channel it in an instant writing practice that seems to go on until it naturally runs out, over long takes that never sacrifice the rigorous hand control to the stream of consciousness.
There’s certainly the frenzy but not the complete abstractness of a Derek Bailey, hypothetical trait d’union of Arapis’ eclectic improvisation: a bird’s-flight that from the Mississippi blues moves on towards the lands of flamenco and choro, to then settle in the dark and pensive harmonic textures of Loren Connors, David Grubbs, and Slint (is it a coincidence that he also takes part in a band called Bread Crumb Trio?). Yet, those are nothing but will-o’-the-wisps of the mind, the secret call of lives never lived, all of which are united by the sorrowful vibration of six strings through an amplifier.

In the account of the Greek guitarist’s sleepless nights coexist torment and ecstasy, a solid performative foundation and a fragile abandonment to certain hidden creative pockets of which, perhaps, he’s not entirely aware. Be that as it may, the outcome of these reconnaissance is disorienting and uncanny, a meta-musical thrill to which a similar state of half-sleep could superimpose surreal visions to no end.


Sofía Salvo, Gustavo Obligado, Marcelo von Schultz
MOTOR

NendoDango, 2020 | free jazz


Può ben darsi che l’attuale scena free-jazz argentina sia molto più vivace e sviluppata di quanto immaginiamo: sta di fatto che la virtuosa etichetta indipendente NendoDango continua a mettere in luce il lavoro di eccellenti talenti creativi dei quali sinora non si aveva notizia alle nostre latitudini. Una costellazione di audaci improvvisatori gravita attorno alle figure cardinali di Miguel Crozzoli, Paula Shocron e Pablo Díaz – già incontrati quest’anno nel trio di Unboundedness –, i quali presentano oggi l’inedita line-up di MOTOR, composta da Sofía Salvo (sax baritono), Gustavo Obligado (sax alto) e Marcelo von Schultz (batteria).

“Il motore che ascoltiamo in questo album non è niente più e niente meno del gerundio di movimento, trasformazione, processo, creazione, è ciò che sta bollendo in pentola ora”. Guardando all’arte dell’improvvisazione ho sempre tracciato un diretto parallelo con la chimica (o meglio, l’alchimia), ma bisogna ammettere che anche la metafora culinaria ben si addice al processo d’invenzione collettiva in tempo reale. Ci sono solo tre ingredienti principali e invariabili, ma nella loro mescolanza tutto è concesso senza limitazioni. 
MOTOR non opta di certo per un piatto classico, ma sottotraccia si avvertono distintamente il pathos e la spinta innovativa dei padri fondatori dell’avant-jazz: dai fraseggi atonali dei sax talvolta si fanno brevemente strada accenni melodici e marcette sincopate che rievocano gli spirituals sacri/profani di Albert Ayler, anello di congiunzione tra il lamento dei campi di cotone e il primo grido di libertà di una nuova generazione ancora discriminata.
Più lineare ma altrettanto curioso lo sviluppo di “Tofu”, sorta di grottesco stomp alla Zu che va sfaldandosi in barriti vieppiù sgraziati finché, dopo una pausa piuttosto lunga, la sessione riprende nel completo scompiglio delle parti, risolutamente divise in soliloqui dal vario grado di inortodossia linguistica.

A differenza di altre storiche compagini, sia americane che europee, nell’interplay del trio di Buenos Aires c’è relativamente poco spazio per parentesi sommesse: il borbottìo a due voci di “Granada” è attraversato dall’inarrestabile frenesia percussiva di Von Schultz (da un punto di vista puramente tecnico, il vero asso della formazione), fin quando anche i sax si decidono ad alzare il tono per l’ultima volta, come predicatori che da un confidenziale sussurro ricercano l’effetto perturbante all’apice del loro sermone. Ma in questa religione non servono parole, e chiunque sappia prestare attenzione vi riconoscerà i più sinceri sentimenti di fraternità e inclusione: ecco con quale straordinaria passione l’underground argentino si offre al mondo.


It may well be that the current Argentine free-jazz scene is much more lively and evolved than we imagine: the fact remains that the virtuous independent label NendoDango continues to highlight the work of excellent creative talents of whom, until now, there was no news at our latitudes. A constellation of audacious improvisers gravitates around the cardinal figures of Miguel Crozzoli, Paula Shocron and Pablo Díaz – already heard this year in their trio release Unboundedness –, who now present a new line-up called MOTOR, formed by Sofía Salvo (baritone sax), Gustavo Obligado (alto sax) and Marcelo von Schultz (drums).

“The engine [‘motor’] that we hear on this album is no more, no less, than the gerund of movement, transformation, process, creation, it’s what’s currently cooking”. Looking at the art of improvisation I’ve always drawn a direct parallel with chemistry (or rather, alchemy), but I must admit that the culinary metaphor, too, is well suited to the process of collective invention in real time. There are only three main and invariable ingredients, but in their mixing everything is allowed without limitations.
MOTOR certainly doesn’t opt ​​for a classic dish, but undercurrent one can distinctly perceive the pathos and the innovative drive of the founding fathers of avant-jazz: at times, from the atonal phrasing of the saxophones, melodic hints and syncopated marches briefly emerge that evoke Albert Ayler’s sacred/profane spirituals, the joining link between the lament of the cotton fields and the first cry of freedom of a new generation still discriminated against.
More linear but just as curious is the development of “Tofu”, a sort of grotesque stomp à la Zu that goes on to unravel into increasingly graceless bellows until, after quite a long pause, the session resumes in a complete disarray of the parts, resolutely divided into soliloquies with varying degrees of linguistic unorthodoxy.

Unlike other historic peers, both American and European, in the Buenos Aires trio’s interplay there’s relatively little room for subdued parentheses: the two-part mutter of “Granada” is crossed by the unstoppable percussive frenzy of Von Schultz (from a purely technical point of view, the real ace of the group) until even the saxophones decide to raise their tone for the last time, like preachers who from a confidential whisper seek the perturbing effect at the peak of their sermon. Except in this religion there’s no need for words, and anyone who pays enough attention will recognize the most sincere feelings of fraternity and inclusion: here’s the extraordinary passion through which the Argentine underground offers itself to the world.

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