Arnold Dreyblatt – Star Trap

Black Truffle, 2020
post-minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Nel fervore avanguardistico della scena newyorkese tra gli anni 60 e 70, Arnold Dreyblatt ha fatto sue le intuizioni e gli insegnamenti dei pionieri che si dimostrarono più sensibili allo studio delle nascoste fenomenologie sonore e all’ampliamento dello spettro armonico contemplato dalla composizione occidentale. L’influenza delle figure incontrate alla Wesleyan University ha aperto Dreyblatt a quel deep listening teorizzato e professato da maestri quali Pauline Oliveros e Alvin Lucier, nondimeno contaminato con l’ingegno strumentale di Harry Partch e La Monte Young, che scardinarono l’intonazione naturale per riscoprire gli intervalli che solo il Medio ed Estremo Oriente sembrano aver contemplato nelle rispettive tradizioni musicali.


La maturità stilistica e creativa di Dreyblatt è strettamente legata alle vicende dell’Orchestra of Excited Strings, ensemble fondato nel 1979 per lo sviluppo e l’esecuzione della sua opera: con esso il compositore americano è giunto a proporre un ideale e necessario compromesso storico tra minimalismo e totalismo, fra le trance modali di Terry Riley e le estasi elettriche di Glenn Branca e Rhys Chatham.
In tempi recenti, il recupero e l’ulteriore diffusione della produzione di Dreyblatt si devono all’etichetta Drag City per la ristampa dell’esordio Nodal Excitation (1982; 2015) e alla Black Truffle di Oren Ambarchi, già responsabile della retrospettiva in doppio Lp Second Selection (2015), cui si aggiunge ora l’archival Star Trap, contenente registrazioni inedite datate agli anni 90.

Gli strumenti modificati da Dreyblatt – che sostituisce le normali corde a quelle in estrema tensione del pianoforte – sono predisposti all’attraversamento dell’intera scala microtonale degli archi e dei fiati, che per mezzo di tecniche estese lasciano affiorare un gamma di ipertoni “potenziali” altrimenti del tutto elusi dall’esecuzione di matrice accademica. Benché solitamente l’autore stesso partecipi attivamente alle performance con il suo ‘Excited Strings Bass’, in questi nastri ritrovati assume soltanto il ruolo di direttore e supervisore tecnico, guidando e calibrando l’interazione fra gli elementi acustici e certi inusuali contrappunti elettronici. 
Nonostante l’alternarsi dei membri dell’ensemble nel corso del tempo, in queste sei tracce risulta sempre riconoscibile l’impronta stilistica di Dreyblatt, quel distintivo “ringing” basato sulla ripetizione differente di cellule tonali attraverso cui i musicisti, nel dispiegarsi del loro cangiante unisono, sembrano accedere a una dimensione rituale dove i ritmi e le note dominanti divengono l’epicentro di un’armonia assoluta, esautorata dalla significazione per rifulgere nell’atto della pura creazione sonora.

Geniale e paradigmatica l’ispirazione per “Escalator”, in seguito riarrangiato anche per i Bang on a Can All-Stars: la registrazione di una scala mobile malfunzionante, effettuata nel 1987 a Bruxelles, diventa l’innesco ritmico di una danza ipnotica e dinoccolata, dove le vivaci percussioni garantiscono stabilità ai pattern leggermente fuori fase degli altri esecutori, ingranaggi umani di un’improbabile jam session meccanica in cui i parametri della dinamica sonora dipendono direttamente da quelli della traccia della scala mobile (‘Dynamic Processing System’).
Un’analoga spinta propulsiva anima “The System”, sebbene alternamente incentrata sulle particelle sub-armoniche e residuali di ciascuno strumento, in grado come sono di generare dei minuti fraseggi – quasi dei cantabili – al di sopra dell’iterazione di una sola nota. E poi ancora la strampalata monodia della title track, simile alla rievocazione di una parata medievale fra trovatori, mangiafuoco e sbandieratori che percorrono le vie cittadine con un beffardo incedere marziale.

Inebriante prototipo dell’odierna ambient/drone elettronica, il breve episodio “Booster Electorate” ha un tratto più disteso e meditativo, con l’unica variabile costituita da ipertoni complementari che creano un effetto simile alle diplofonie del throat singing tuvano. “Lapse”, per contro, è l’unica di queste partiture a implementare la tavola cromatica e “progettuale” di Dreyblatt, con una sequenza di micro-motivi che giocano su intrecci di semitoni irregolari e scansioni temporali in costante mutamento, figure che si ripresentano come in un labirinto della percezione dal quale si potrebbe non uscire affatto. Più graduale e organica, infine, la metamorfosi climatica di “Standing Tonalities”, non lontana in spirito dalle sinfonie del compianto Branca benché più marcatamente gioiosa, idealmente pervasa da una calda luce solare invece che da accecanti fari metropolitani.

Si è facilmente indotti a credere che, in fondo, le qui presenti siano solo alcune tra le inesauribili variazioni sulla stessa idea musicale, e di certo la coerenza estetica è ulteriore conferma della risolutezza con cui Dreyblatt ha condotto la propria ricerca nell’arco di quarant’anni. Ma seppur ciò sia in parte vero occorre sottolineare come, di fatto, la ricchezza timbrica e la corporeità di tali “dispositivi” sonori possa essere a malapena suggerita da qualsiasi supporto audio, e a maggior ragione da una raccolta di registrazioni di media qualità il cui scopo – perlomeno in origine – doveva essere quello di semplice documentazione.
Ma d’altronde sarà anche grazie a iniziative discografiche come quella di Black Truffle se giungerà ad ampliarsi la conoscenza di questo caparbio outsider della scuola di New York il quale, in un certo senso, ha voluto stravolgere il rapporto gerarchico tra il musicista e lo strumento, lasciando che quest’ultimo risuoni liberamente in tutte le sue nascoste proprietà tonali.


In the avant-gardist fervor of the the 60s and 70s New York scene, Arnold Dreyblatt made his own the intuitions and teachings of those pioneers that proved most sensitive towards the study of hidden sound phenomenologies and to the expansion of the harmonic spectrum contemplated by Western composition. The influence of the personalities met at Wesleyan University opened Dreyblatt to that “deep listening” theorized and professed by masters such as Pauline Oliveros and Alvin Lucier, nonetheless contaminated with the instrumental ingenuity of Harry Partch and La Monte Young, who disrupted just intonation in order to rediscover the intervals that only the Middle and Far East seem to have contemplated in their respective musical traditions.

Dreyblatt’s stylistic and creative maturity is closely linked to the vicissitudes of the Orchestra of Excited Strings, an ensemble founded in 1979 for the development and execution of his work: along with it the American composer has come to propose an ideal and necessary historical compromise between minimalism and totalism, between Terry Riley’s modal trances and the electric ecstasies of Glenn Branca and Rhys Chatham.
In recent times, the recovery and further diffusion of Dreyblatt’s production must be credited to the Drag City label for the reissue of his debut Nodal Excitation (1982; 2015) and to Oren Ambarchi’s Black Truffle, already responsible for the double LP retrospective Second Selection (2015), to which is now added the archival Star Trap, featuring unpublished recordings dating back to the 90s.

The instruments modified by Dreyblatt – who replaces normal strings with those in extreme tension of the piano – are predisposed to cross the entire microtonal scale of strings and winds, which by means of extended techniques allow the emergence of a range of “potential” overtones otherwise completely eluded by academically taught execution. Although the author himself, with his ‘Excited Strings Bass’, usually takes an active part in the performances, in these found tapes he only assumes the role of conductor and technical supervisor, guiding and calibrating the interaction between the acoustic elements and some unusual electronic counterpoints.
Despite the alternation of the ensemble’s members over the years, in these six tracks Dreyblatt’s stylistic imprint is always recognizable, that distinctive “ringing” based on the different repetition of tonal cells by which the musicians, in the unfolding of their ever-changing unison, seem to access a ritual dimension where the dominant rhythms and notes become the epicenter of an absolute harmony, deprived of signification to shine through the act of pure sound creation.

Brilliant and paradigmatic is the inspiration for “Escalator”, later rearranged also for the Bang on a Can All-Stars: the recording of a malfunctioning escalator, made in 1987 in Brussels, becomes the rhythmic trigger of a hypnotic and slouchy dance, where the lively percussions offer stability to the slightly out-of-phase patterns of the other performers, the human gears of an improbable mechanical jam session in which the parameters of the sound dynamics directly depend on those of the escalator track (Dynamic Processing System).
A similar propulsive thrust animates “The System”, although alternately focused on the sub-harmonic and residual particles of each instrument, capable of generating minute phrasings – almost cantabili – over the iteration of a single note. And then comes the bizarre monody of the title track, mindful of the re-enactment of a medieval parade led by troubadours, fire eaters and flag-throwers walking through the city streets with a mocking martial gait.

An intoxicating prototype of today’s electronic ambient/drone, the short episode of “Booster Electorate” has a more slow-paced and meditative trait, with the only variable consisting of complementary overtones that create an effect similar to the diplophonies of Tuvan throat singing. “Lapse”, on the other hand, is the only one among these scores to implement Dreyblatt’s chromatic and “planning” table, with a series of micro-motifs that play on intertwining irregular semitones and always different time signatures, figures reappearing as in a labyrinth of perception from which one may never escape at all. Lastly, the climactic metamorphosis of “Standing Tonalities” is more gradual and organic, not far in spirit from the late Branca’s symphonies although more markedly joyful, ideally pervaded by a warm sunlight instead of blinding metropolitan beacons.

One is easily led to believe that, after all, the present ones are only a few of the inexhaustible variations on the same musical idea, and certainly their aesthetic coherence is further confirmation of the resoluteness with which Dreyblatt has conducted his research over the course of forty years. But partially true as it may be, it is necessary to underline how, in fact, the tonal richness and the physicality of these sound “devices” can be barely suggested by any audio support, and even more so by a collection of medium quality recordings whose purpose – at least originally – had to be of mere documentation.
On the other hand, though, it will be also thanks to discographic initiatives such as Black Truffle’s if a wider recognition will come for this obstinate outsider of the New York School who, in a certain sense, meant to subvert the hierarchical relationship between musician and instrument , allowing the latter to resonate freely in all its hidden tonal properties.

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