Weekly Recs | 2020/27

White Boy Scream – Bakunawa (Deathbomb Arc, 2020)

Franck Vigroux – Ballades sur lac gelé (raster, 2020)

Full Blast – Farewell Tonic (Trost, 2020)



White Boy Scream
Bakunawa

Deathbomb Arc, 2020 | experimental, noise


Le voci dell’identità e della coscienza razziale hanno scosso l’attuale scena indipendente ben prima che risorgesse il movimento Black Lives Matter: gli ultimi anni sono stati segnati soprattutto dai canti di dolore e orgoglio di Matana Roberts, nei quali torna in vita lo spirito dei suoi avi sfruttati, e dai veementi versi poetici di Moor Mother, la cui arte è inscindibile dall’attivismo politico che la alimenta.
In questo stesso solco si fa strada la scioccante estetica sperimentale di Micaela Tobin (White Boy Scream), che giunge quest’anno a una potente sintesi della sua eclettica sound art con l’ambizioso Bakunawa, “un omaggio alla mitologia precoloniale della sua terra madre, le Filippine”, anch’essa sede di un trauma intergenerazionale che trova sfogo in un brutale mix di harsh noise e sofferto lirismo popolare e operistico.

La suite principale dell’album è introdotta da un recitato in lingua autoctona, apparentemente l’invocazione rituale del drago-serpente titolare, che secondo la tradizione locale poteva provocare fenomeni atmosferici come piogge, venti, terremoti ed eclissi. Un terreo fruscìo si interpone e apre la strada a un pianoforte leggermente scordato, incerto accompagnamento al canto solenne di Tobin, tra vibrati cristallini e sospensioni tonali che riportano al tardo romanticismo della Seconda Scuola Viennese novecentesca.
Da qui in poi ha inizio il rito vero e proprio, la scomposta trance vocale e percussiva dalla quale affiora la rimozione ancestrale al cuore dell’opera: bordoni di onde corte alla Éliane Radigue sono attraversati dall’eco rifratta ed evanescente dell’artista, che all’intonare le parole “They can’t erase me” spalanca le porte al più rombante e cinereo rumorismo analogico – tra l’Inferno di Kevin Drumm e i microfoni filtrati di Pharmakon e Lingua Ignota. 

La polifonia del sé ritorna in tutta la seconda facciata del disco, a partire dalla luminosa melodia della terza traccia (We are mirrors facing towards the sun), percorsa dalla corposa chitarra distorta di Rhea Fowler, poi di ritorno in clean nel placido quadro naturalistico di “Bituing”, tra effetti di riverbero e flanger che disegnano magnifici cerchi nell’acqua. Per quanto possibile, la traccia finale tenta di conciliare l’animo tormentato dell’opera con l’orgoglio e la fiducia nel domani che l’estremo canto di Micaela lascia trasparire, seppur compresso entro una nube di feedback elettrici e di sfrigolante rumore bianco. 

“Non mi possono cancellare”: ecco l’inno che vuole imporsi in definitiva, e che siamo invitati a fare nostro per rivendicare la dignità e il valore identitario di ogni cultura. Ma anche al netto del suo potente messaggio, Bakunawa è destinato a far parlare di sé per la capacità di rendere concreta l’astrazione, di far convivere atrocità e grazia in un manifesto sonoro che sembra sgorgare spontaneamente dai conflitti – interiori ed esteriori – del nostro turbolento presente.


The voices of racial identity and conscience shook today’s independent scene well before the Black Lives Matter movement resurrected: above all, the last few years have been marked by the chants of pain and pride of Matana Roberts, in which the spirit of her exploited ancestors comes back to life, and by the vehement poetic verses of Moor Mother, whose art is inseparable from the political activism that feeds it. 
In this same furrow comes the shocking experimental aesthetics of Micaela Tobin (White Boy Scream), reaching this year a powerful synthesis of her eclectic sound art with the ambitious Bakunawa, “an homage to the pre-colonial mythology of her motherland, the Philippines”, which is also home to a transgenerational trauma that finds its outlet in a brutal mix of harsh noise and pained lyricism both popular and operatic.

The album’s main suite is introduced by a native recitation, apparently the ritual invocation of the title’s dragon-snake creature, which according to local tradition could provoke atmospheric phenomena such as rains, winds, earthquakes and eclipses. Then an earthy rustling comes in and paves the way to a piano slightly out of tune, a shaky accompaniment to Tobin’s solemn song, between crystalline vibratos and tonal suspensions that evoke the late romanticism of the twentieth-century Second Viennese School.
From here onwards the actual rite begins, the decomposed vocal and percussive trance from which emerges the ancestral removal at the heart of the work: short-wave drones à la Éliane Radigue are crossed by the artist’s refracted and evanescent echo, whose intoning of the words “They can’t erase me” opens the doors to a most thundering and ashen analog noise – somewhere between Kevin Drumm’s Inferno and the filtered microphones of Pharmakon and Lingua Ignota.

The polyphony of the self returns through the entire second side of the disc, starting from the third track’s luminous melody (We are mirrors facing towards the sun), traversed by Rhea Fowler’s full-bodied distorted guitar, then returning in clean mode in the placid naturalistic frame of “Bituing”, where reverb and flanger effects draw magnificent circles in the water. As far as possible, the last track tries to reconcile the tormented soul of the work with the pride and faith in tomorrow that Micaela’s final song reveals, albeit compressed within a cloud of electric feedback and sizzling white noise.

“They can’t erase me”: here’s the hymn that ultimately wants to impose itself, and that we’re invited to make our own to claim each culture’s dignity and identity value. But even net of its powerful message, Bakunawa is destined to be talked about for its ability to make abstraction concrete, to let atrocity and grace coexist into a sound manifesto that seems to spontaneously arise from the conflicts, internal and external, of our turbulent present.


Franck Vigroux
Ballades sur lac gelé

raster, 2020 | minimal-techno, glitch-noise


Non ci sarà un altro Mika Vainio, ma non si può davvero dire che la sua memoria e la sua eredità non siano quantomai vive e pulsanti: dalle pubblicazioni postume ai tributi dei suoi numerosi collaboratori, la visione del guru finlandese si estende oltre la sua permanenza fisica e si estende in maniera pervasiva nelle più intransigenti derive post-techno contemporanee.
Nel corso degli anni ‘10, svariati incontri dal vivo e due meritevoli progetti in studio hanno consolidato il legame artistico tra Vainio e lo sperimentatore francese Franck Vigroux: Peau Froide, Léger Soleil (2015) e Ignis (2018), entrambi editi dall’etichetta tedesca Cosmo Rhythmatic, testimoniano di un’intesa che avrebbe ancora potuto offrire molto e della quale, per l’appunto, il presente album solista è un diretto discendente.

Per la prima volta tra le file della raster (il lato dell’ex raster-noton tuttora gestito da Olaf “Byetone” Bender), Vigroux riversa nelle sue Ballades sur lac gelé la profonda influenza estetica dell’amico Vainio, cui l’album è esplicitamente dedicato. Tra rigore geometrico, freddezza e stratificazione atmosferica, man mano le tracce lasciano affiorare tutti i tratti di marca tipicamente Pan Sonic: pattern ritmici opprimenti, punteggiature glitch – con un inchino a Carsten Nicolai in “Styx” – e masse granulose di rumore digitale sono attraversate da scie di sintetizzatori che se talvolta si soffermano a contornare paesaggi di inerte contemplazione (“Island Shores”, “Acqua alta”, “46”), altrettanto spesso accrescono l’angoscioso dettagliarsi di scenari distopici senza ritorno (“Cygnus X-1”, “Beyond the Black Hole”, “Rome”), sino all’abrasiva carica massimalista di un autodistruttivo gran finale.

Nel pieno controllo dei propri mezzi, Vigroux si avventura risolutamente sul lago ghiacciato del titolo, sprezzante della minaccia costante di una crepa che potrebbe metter fine ai giochi. Un’arte elettronica al limite, espressionista e debordante al fine di inghiottire la strisciante mediocrità del presente.


There won’t be another Mika Vainio, but it really couldn’t be said that his memory and his legacy aren’t still alive and pulsating: from posthumous publications to the tributes of his numerous collaborators, the vision of the Finnish guru extends beyond his physical stay and extends pervasively in the most intransigent tendencies of contemporary post-techno.
During the 2010s, several live encounters and two worthy studio projects consolidated the artistic relationship between Vainio and the French experimentalist Franck Vigroux: Peau Froide, Léger Soleil (2015) and Ignis (2018), both released by the German label Cosmo Rhythmatic, testify to a chemistry that could have still offered a lot and of which this solo album is, in fact, a direct descendant.

For the first time in the ranks of raster (the side of the former raster-noton still managed by Olaf “Byetone” Bender), Vigroux pours into his Ballades sur lac gelé the profound aesthetic influence of his friend Vainio, to whom the album is explicitly dedicated. Between geometric rigor, coldness and atmospheric stratification, gradually the tracks let emerge all the typical Pan Sonic traits: oppressive rhythmic patterns, glitch punctuations – with a quick bow to Carsten Nicolai in “Styx” – and granular masses of digital noise are traversed by trails of synthesizers that, if they sometimes pause to outline landscapes of inert contemplation (“Island Shores”, “Acqua alta”, “46”), just as often they enhance the distressful detailing of dystopian scenarios without return (“Cygnus X-1”, “Beyond the Black Hole”, “Rome”), up until the abrasive maximalist charge of a self-destructive grand finale.

In full control of his means, Vigroux resolutely ventures on the title’s frozen lake, dismissing the constant threat of a crack that could mean the game is over. An electronic art on the fringe, expressionist and overflowing in order to swallow up the creeping mediocrity of the present.


Full Blast
Farewell Tonic

Trost, 2020 | avant-jazz/noise


La chiusura forzata – per ragioni puramente economiche – di un baluardo della sperimentazione non si può che salutare con un pugno alzato e un grido di rabbia, sapendo che la battaglia continuerà (sempre e ovunque) per chi vive sull’onda di un’espressione musicale veramente libera.  Negli ultimi infuocati giorni del club Tonic hanno visto alternarsi sul palco i big e gli habitué della downtown newyorkese, su tutti il maverick John Zorn, infaticabile animatore della scena avant-jazz locale.
In questo clima di sconforto e pacifica resistenza, nell’aprile 2007, si è esibito anche il trio Full Blast di Peter Brötzmann, Marino Pliakas e Michael Wertmüller, in rappresentanza dell’altrettanto fertile humus europeo. Diffuso poco tempo dopo in formato cd non ufficiale, a tredici anni di distanza Trost ristampa in vinile quell’importante concerto, epilogo provvisorio di una stagione creativa formidabile.

I fuoriclasse del trio sax / basso elettrico / batteria non risparmiano un colpo nei quaranta minuti del loro set, con un primo take esteso in cui il loro dispiego di forze fisiche e improvvisative rasenta la totale saturazione acustica. Naturalmente è il decano Brötzmann la figura intorno alla quale si sviluppa questa temibile propulsione: ed è straordinario saggiare come, nella sezione centrale, dal più furibondo impeto il sassofonista si richiuda in un lirismo grezzo e vibrante, canto del cigno che prelude a un ulteriore e immersivo rumorismo collettivo.
Nel secondo e terzo segmento Pliakas e Wertmüller congiurano un bordone ritmico che rende basso e batteria un unico, implacabile meccanismo percussivo: tutto il lato B, in generale, è un crescente coacervo di sudore, dita consumate e apnee allucinanti, come se per i Full Blast non ci fosse un vero limite di sopportazione. 

Dopo gli accorati ringraziamenti di Brötzmann – sin dai primi anni un illustre frequentatore del Tonic – restano solo un paio di minuti nei quali dare l’estremo sfogo all’ira e alla gioia fraterna del momento, assieme a un pubblico parimenti chiassoso e affezionato. La carente qualità audio della registrazione, oltre a essere compensata dall’entusiasmo incontenibile della performance, è ulteriore testimonianza di una cultura sotterranea radicale e ostinatamente viscerale che di certo non soccomberà alle avide leggi del mercato immobiliare, trovando sempre nuovi angoli nei quali trapiantarsi e crescere rigogliosa.


The forced closing – for purely economic reasons – of a bastion of experimentalism can only be saluted with a raised fist and a cry of anger, knowing that the battle will go on (always and everywhere) for those who live on the wave of a truly free musical expression. In the last fiery days of the Tonic club, the big names and regulars of downtown New York alternated on the stage, above all the maverick John Zorn, tireless animator of the local avant-jazz scene.
In this climate of despair and peaceful resistance, in April 2007, the Full Blast trio of Peter Brötzmann, Marino Pliakas and Michael Wertmüller also performing, on behalf of the equally fertile European humus. Unofficially released on CD shortly after, thirteen years later Trost re-presses on vinyl that important concert, the temporary epilogue of a formidable creative season.

The champions of the sax / electric bass / drums trio don’t spare a single shot in the forty minutes of their set, with a first extended take in which their deployment of physical and improvisational forces borders on total acoustic saturation. Of course, the dean Brötzmann is the figure around which this fearsome propulsion develops: and it’s extraordinary to test how, in the middle section, starting from the most furious impetus the saxophonist proceeds to close himself in a raw and vibrant lyricism, a swan song that preludes to a further and immersive collective noise.
In the second and third segments, Pliakas and Wertmüller conspire a rhythmic drone that renders their bass and drums a single, relentless percussive mechanism: the whole B side, in general, is a growing heap of sweat, worn out fingers and hallucinating apneas, as if for Full Blast there was no actual breaking point.

After the heartfelt thanks from Brötzmann – since the early years an illustrious guest of Tonic – only a couple of minutes are left to unleash the utmost anger and fraternal joy of the moment, together with an equally rowdy and affectionate audience. The poor audio quality of the recording, while already compensated by the irrepressible enthusiasm of the performance, is further evidence of a radical and obstinately visceral underground culture that certainly won’t succumb to the greedy laws of the real estate market, finding always new corners in which to transplant and grow vigorous.

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