Weekly Recs | 2020/14

Nicolas Jaar – Cenizas (Other People, 2020)

Alex Zhang Hungtai – Young Gods Run Free (self-released, 2020)

Rob Clouth – Zero Point (Mesh, 2020)

Miguel Crozzoli, Paula Shocron, Pablo Díaz – Unboundedness (NendoDango, 2020)



Nicolas Jaar – Cenizas

Other People, 2020 | experimental electronic

Con una certa regolarità l’output di Nicolas Jaar ha oscillato tra un’audace ridefinizione della IDM – portata avanti specialmente col side-project Against All Logic – e le sempre più pervasive fascinazioni della sound art, emerse a partire dal lungo excursus astratto di Pomegranates (2015). Se il fortunato Sirens riusciva a compendiare in maniera pregnante le due tendenze, Cenizas si annuncia sin dai primi minuti come un’oscura immersione nell’inconscio artistico, lasciando nuovamente da parte l’urgenza ritmica delle sale da ballo. 

Quest’ultimo parto è per stessa ammissione di Jaar un tentativo (vano) di lasciarsi alle spalle le “negatività” di un certo stile di vita contemporaneo, di quegli aspetti etici ed economici che a volte rendono l’esistenza quasi insostenibile. L’espressione artistica non può nemmeno fingere di spazzare via queste correnti avverse con un solo gesto, e perciò deve necessariamente farsi medium, il tramite per esorcizzare queste angosce rendendole manifeste e così facendo “liberandole” dalla mente. In Cenizas ciò si traduce in una meta-narrazione fortemente introspettiva, quasi funerea, dove le presenze vocali e strumentali affiorano dal buio profondo come allucinazioni evanescenti, simulacri di una realtà già irrimediabilmente distorta all’origine.

Riverberi interrotti di cori sacri (“Vanish”, “Hello, Chain”), il gravoso incedere ritualistico di una “Venus in Furs” (“Mud”), il canto deforme e sofferto di un sassofono (“Rubble”) – Jaar cita direttamente l’influenza dell’album Crescent di John Coltrane -, un refrain di pianoforte che si estende idealmente all’infinito (“Garden”). Nel flusso subcosciente di Jaar echeggiano le innumerevoli forme del dolore, dell’oblio, ma anche di uno splendore perduto al cui ricordo ci si aggrappa disperatamente, come fosse l’ultimo viatico per una tardiva redenzione. 

L’apparente concessione di un finale in upbeat (“Faith Made of Silk”) – un electro-pop degno dei migliori Radiohead – custodisce l’amara sintesi testuale dell’opera: “Look around not ahead/ A peak is just the way towards/ A descent”. Ma l’intensità dello sfogo creativo dipanatosi lungo il percorso, assieme alla sua risoluzione, lascia credere che la panacea abbia sortito il suo effetto.


With a certain regularity, Nicolas Jaar‘s output has been oscillating between a bold redefinition of IDM – carried out especially with the side-project Against All Logic – and the increasingly pervasive fascinations of sound art, which first emerged in the long abstract excursus of Pomegranates (2015). If the successful Sirens managed to meaningfully epitomize the two trends, since the first minutes Cenizas announces itself as a dark immersion in the artistic unconscious, once again leaving aside the rhythmic urgency of the dancehalls. 
This latter work is by Jaar’s own admission a (vain) attempt to leave behind the “negativities” of a certain contemporary lifestyle, of those ethical and economical aspects that sometimes make existence almost unbearable. The artistic expression cannot even pretend to sweep away these adverse currents with a single gesture, and therefore must necessarily become a medium to exorcise these anxieties by making them manifest, and in doing so “freeing” them from the mind. In Cenizas this translates into a highly introspective, almost funereal meta-narration, where vocal and instrumental presences emerge from a deep obscurity like evanescent hallucinations, simulacra of a reality which has already been irreparably distorted at the origin. 
Interrupted reverberations of sacred choirs (“Vanish”, “Hello, Chain”), the heavy ritualistic gait of a “Venus in Furs” (“Mud”), the deformed and pained song of a saxophone (“Rubble”) – Jaar mentions the direct influence of John Coltrane’s album Crescent -, a piano refrain ideally extending to infinity (“Garden”). In Jaar’s subconscious flow seem to echo countless forms of pain, of oblivion, but also of a lost splendor to whose memory we cling desperately, as if it were the last viaticum for a late redemption. 
The apparent concession of an upbeat ending (“Faith Made of Silk”) – an electro-pop worthy of the best Radiohead – contains the bitter textual synthesis of the work: “Look around not ahead/ A peak is just the way towards/ A descent “. But the intensity of the creative outburst unraveled along the way, together with its resolution, suggests that the panacea may have had its effect.


Alex Zhang Hungtai – Young Gods Run Free

self-released, 2020 | free impro, drone, sound collage

Può produrre un effetto straniante, allontanarsi dalle proprie creazioni e lasciarle in un angolo: mantenere una certa distanza, però, aiuta a essere meno coscienti di sé e a riconsiderare il proprio operato da una prospettiva differente. Lo sa bene Alex Zhang Hungtai – californiano d’adozione meglio noto col precedente moniker Dirty Beaches -, che sembra prediligere una pratica compositiva “differita”, quasi di seconda mano, registrando sessioni che solo in seguito diverranno parte di una rielaborazione e di un montaggio sonoro inizialmente imprevedibili.

Nella recente pubblicazione in digitale Young Gods Run Free, mantenendosi fedele alla sua indole lo-fi, l’artista combina lunghe tracce di libera improvvisazione catturate con lo smartphone tra il 2015 e il 2020: un roboante quartetto di percussioni formato da Hungtai assieme a Ryan Garbes, Leonard King e Shawn Reed, assoli di tromba da parte di Nick Yeck-Stauffer, mentre l’autore si cimenta anche con sassofono, microfoni a contatto e altre percussioni.

Interventi che corrispondono a linee temporali differenti, ma che nelle due suite dell’album convergono in un rituale atonale dalle ritmiche esagitate, dove i densi feedback e la sommatoria dei rumori di fondo vanno a costituire un bordone indistinto dal quale gli strumenti si affacciano alternatamente a ondate. Una coltre di fumo lynchiana investe così il caos divorante delle parti in collisione indiretta, una parata di clangori e squillanti fraseggi a metà via tra i primi AMM e il Gruppo Nuova Consonanza.

Tracce che prese singolarmente potevano rimanere fini a sé stesse ottengono una seconda gloriosa vita in Young Gods Run Free, celebrazione sfuggente ma inequivocabilmente euforica di un suono totale, elevato a potenza per mezzo di un procedimento tanto elementare quanto azzeccato, tale da sprigionare la nascosta vena spirituale (o “spiritica”) di una performance congiurata a posteriori, e dunque essenzialmente immaginaria.


It can produce an alienating effect, moving away from one’s own creations and leaving them in a corner: keeping a certain distance, however, helps being less self-aware and reconsidering one’s work from a different perspective. Alex Zhang Hungtai – Californian by adoption, of previous fame as Dirty Beaches – knows it well, seemingly favouring a “deferred”, almost second-hand compositional practice, in recording sessions that only later will become part of an initially unpredictable process of sound reworking and editing. 
In his recent digital release Young Gods Run Free, keeping true to his lo-fi character, the artist combines long tracks of free improvisation captured with his smartphone between 2015 and 2020: a bombastic percussion quartet formed by Hungtai together with Ryan Garbes, Leonard King and Shawn Reed, trumpet solos by Nick Yeck-Stauffer, the author also engaging with saxophone, contact microphones and other percussions.
Interventions that correspond to different timelines, but which in the two suites of the album converge into an atonal ritual of agitated rhythms, where the dense feedbacks and the summation of background noises form an indistinct drone from which the instruments alternately surface in waves. A blanket of Lynchian smoke thus invests the devouring chaos of the parties indirectly colliding, a parade of clangours and ringing phrasings halfway between early AMM and Gruppo Nuova Consonanza. 
Taken individually, these tracks could have been ends in themselves, while they obtain instead a second glorious life in Young Gods Run Free, an elusive but unequivocally euphoric celebration of total sound, raised to power by means of a process as elementary as it is spot on, such as to release the hidden spiritual (almost séance-like) vein of a performance conjured a posteriori, and therefore essentially imaginary.


Rob Clouth – Zero Point

Mesh, 2020 | experimental electronic 

Benché già attivo da un decennio come sound designer e artista audiovisivo, da diversi anni lo spagnolo Rob Clouth non pubblicava un full-lenght a suo nome: e in effetti dietro Zero Point sembra celarsi il lavoro di un’intera vita, riconoscibile nella densità di elementi stilistici tanto vari quanto calibrati al millesimo, in un potente amalgama che incarna lo zeitgeist dell’elettronica post-clubbing. 

L’esito sorprende ancora di più sapendo che le tracce rispondono a una delle innumerevoli conformazioni che Clouth avrebbe potuto ottenere attraverso l’utilizzo di software che agiscono sulla base di sequenze numeriche casuali, fornite in tempo reale dal Quantum Random Number Server dell’Australian National University.
I soverchianti fasci di energia proiettati nei canali stereofonici sono dunque frammenti di corpi sonori disgregati e ricomposti entro una griglia meticolosamente predisposta dall’artista; dati grezzi che nelle mani di uno sperimentatore inesperto si tradurrebbero in un caos irrazionale, e che in Zero Point divengono invece le cellule pulsanti di un ampio e avvincente affresco elettronico. 

È l’opera di un producer raffinato e sensibile, quella opportunamente pubblicata dall’etichetta Mesh di Max Cooper, in cui Clouth coniuga ritmiche opprimenti alla Emptyset a sottili e pervasive venature melodiche – talvolta sino a prorompere enfaticamente in veri e propri squarci nel complesso tessuto sonoro. Un equilibrio sempre mutevole che a tratti parrebbe portare alle estreme conseguenze tanto il cinematico pianismo neoclassico del duo Reznor/Ross quanto il multiforme spleen urbano di Burial, scorrendo fluidamente dalla violenza dei beat digitali alla sofferta umanità degli strumenti classici. Il tumulto della macchina si tramuta in un volto compassionevole, il tormento interiore in bellezza.


Although already active for a decade as a sound designer and audiovisual artist, for several years the Spanish Rob Clouth hadn’t published a full length in his name: and in fact, behind Zero Point seems to be hiding the work of a lifetime, recognizable in the density of stylistic elements as varied as they are perfectly calibrated, in a powerful amalgam which embodies the zeitgeist of post-clubbing electronics. 
The outcome is even more surprising knowing that the tracks respond to one of the countless conformations that Clouth could have obtained, using a software that acts on the basis of random numerical sequences provided in real time by the Quantum Random Number Server of the Australian National University.
The overwhelming beams of energy projected into the stereo channels are therefore fragments of sound bodies broken up and recomposed within a grid meticulously predisposed by the artist; raw data that in the hands of an unskilled experimenter would translate into an irrational chaos, and which in Zero Point instead become the pulsating cells of a wide and compelling electronic fresco.
It is the work of a refined and sensitive producer, the one suitably published by Max Cooper’s label Mesh, in which Clouth combines oppressive rhythms à la Emptyset with subtle and pervasive melodic veins – sometimes emphatically bursting like true gashes in the complex sound fabric. An ever-changing balance which at times seems to bring to extreme consequences both the cinematic neoclassical pianism of the Reznor/Ross duo as well as Burial’s multifaceted urban spleen, fluidly coursing from the violence of digital beats to the pained humanity of classical instruments. The tumult of the machine turns into a compassionate face, the inner torment into beauty.


Miguel Crozzoli, Paula Shocron, Pablo Díaz – Unboundedness

NendoDango, 2020 | free impro

L’avanguardia nasce per toccare nuovi estremi, per scoprire cosa si cela oltre lo spartito e la tradizione – scritta o “orale” – della musica. Ma anche l’estremo, in certi casi, può diventare a suo modo un confine, una soglia che si sceglie deliberatamente di non varcare per rifugiarsi nell’incomunicabilità col resto del mondo.
Occorre quindi creare delle “superstrade” tra le varie e ugualmente degne espressioni della musica spontanea: una mission che sembra ispirare gli infaticabili musicisti fondatori della NendoDango Records, ossia gli argentini Miguel Crozzoli, Pablo Díaz e Paula Shocron. Avendo preso parte – singolarmente o due a due – a quasi tutte le pubblicazioni dell’etichetta, i tre si ritrovano finalmente insieme in un album collaborativo che è anche una sorta di manifesto: Unboundedness, inequivocabile dichiarazione d’intenti in relazione all’approccio di ciascuno con il proprio strumento e con gli altri.

Sax tenore (Crozzoli), pianoforte e voce (Shocron), batteria (Díaz): quelli del trio di Buenos Aires sono autentici veicoli per scivolare dentro e fuori dalle forme riconoscibili della sintassi jazz, “sgrammaticando” il suono eppure riuscendo in qualche modo a conservare il senso compiuto del discorso, perlomeno dal lato emotivo.
L’interplay trasuda passione e nel corso di sette take non si assesta mai su modalità calcolate e collaudate di dialogo, confluendo istintivamente sia nel più agitato rumorismo che in angoli di lirica quiete, picchi e depressioni di un fitto cardiogramma della transitorietà espressiva.

Unboundedness vi consente di entrare per mezz’ora in un teatro para-musicale rutilante ed eccentrico, dove l’assenza di regole stringenti non diventa mai la giustificazione per una perdita del controllo sul quadro d’insieme. I giovani Crozzoli, Díaz e Shocron sono pronti per confrontarsi con i giganti statunitensi, ma dimostrano una volta di più che il Sud America è un terreno già di per sé fertilissimo per chi vuole davvero suonare fuori dagli schemi.


The avant-garde arises in order to reach new extremes, to discover what lies beyond the score and the tradition – be it written or “oral” – of music. But even the extreme, in certain cases, can in its own way become a border, a threshold that one deliberately chooses not to cross in order to take refuge in an incommunicability with the rest of the world.
It is therefore necessary to create “freeways” among the various and equally worthy expressions of spontaneous music: a mission that seems to inspire the indefatigable founding musicians of NendoDango Records, namely the Argentinian Miguel Crozzoli, Pablo Díaz and Paula Shocron. Having taken part – individually or two by two – in almost all of the label’s publications, the three finally find themselves together in a collaborative album which is also a sort of manifesto: Unboundedness, an unequivocal declaration of intent in relation to each one’s approach with his own instrument and with others.
Tenor sax (Crozzoli), piano and voice (Shocron), drums (Díaz): those of the trio from Buenos Aires are authentic vehicles for sliding in and out of the recognizable forms of jazz syntax, “ungrammaticalizing” the sound and yet somehow managing to preserve the full meaning of the discourse, at least on the emotional side.
Their interplay exudes passion and, over the course of seven takes, never settles on calculated and tested methods of dialogue, instinctively flowing both in the most agitated noise and in quiet lyrical corners, peaks and depressions of a dense cardiogram of expressive transience.
Unboundedness allows you to enter for half an hour in a sparkling and eccentric para-musical theater, where the absence of stringent rules never becomes the justification for losing control over the whole picture. The young Crozzoli, Díaz and Shocron could already confront the U.S. giants, but they also prove once more that South America is already a very fertile ground for those who really want to play outside the box.

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