Jürg Frey – Collection Gustave Roud

Another Timbre, 2017


Ed entrambi vedremo finalmente quello che ho visto: il momento di estasi indescrivibile dove il tempo si ferma, dove il sentiero, gli alberi, il fiume, tutto è colto dall’eternità […] Le voci dentro un silenzio più popolato del nostro cuore, una musica solenne che ruggisce nelle vene del mondo come sangue.

(Gustave Roud, Air de la solitude, 1945)

Il foglio, la tela, la pellicola, il pentagramma: si comincia sempre da uno spazio idealmente vuoto e potenziale, entro il quale trattenere l’immagine, il suono, il senso apparente della realtà. Gustave Roud (1897-1976) fu poeta del paesaggio, o paesaggista della poesia, trasferì nella parola il sentimento della regione del Jorat, contemplando con la penna alla pari degli occhi.
La quieta estetica musicale del compositore svizzero Jürg Frey aveva già sposato il silenzio delle nature morte di Giorgio Morandi (Grizzana And Other Pieces 2009-2014, sempre su Another Timbre) e celebra ora il legame con lo scrittore suo connazionale in una raccolta di brani a lui ispirati. Frey ne paragona l’uso della parola alla pratica del field recording, “non con un microfono rivolto ai suoni, ma con l’anima e il corpo, registrando il suo ambiente in senso più ampio”.

Le composizioni di Frey non hanno origine nel paesaggio reale cui attinse Roud, ma sembrano piuttosto sorgere tra gli spazi bianchi della pagina scritta dal poeta, operando così su un piano successivo alla rappresentazione verbale e dunque a un livello d’astrazione, se possibile, ancor maggiore. Con questa suggestione ci si può accostare alla sospensione feldmaniana del primo, intenso “Paysage” (2007/2008, per clarinetto, violoncello e pianoforte) e dei sei frammenti titolati “Haut-Jorat”, paragonabili a “sei fotografie: sensazioni d’aria, luce e paesaggio”: simmetrie perfette tra gli unisoni di clarinetto e violino, filiformi e senza vibrato, e le punteggiature ancor più solitarie e sporadiche del pianoforte, che diviene protagonista nel brano seguente.
I quaranta minuti del solo “La présence, les silences” (2013-2016) sono dichiaratamente una variazione sul tratto che accomuna molte composizioni del collettivo Wandelweiser, del quale Frey è membro storico: un atto di esistenza corporea e musicale, un riflesso del “sentimento di essere in vita”, nel quale la pienezza dei singoli toni e dei bicordi eseguiti da Dante Boon equivale a quella di un respiro d’aria pura che si dissolve nel corso di una rigenerante meditazione. Diversamente dai piano solo di Michael Pisaro (the earth and the sky), qui la presenza del suono non è assolutizzata bensì fa parte di un’esperienza profondamente umana e, al confronto, d’intensità quasi romantica.

La voce è un elemento raro nell’opera di Frey ed è riservato al brano più lungo della raccolta: l’insolita formazione di “Farblose Wolken, Glück, Wind” (2009-2011) comprende, oltre al soprano (Regula Konrad), tromba (Stephen Altoft), violoncello (Stefan Thut) e percussioni (Lee Ferguson); una concezione inedita di quartetto da camera che ben si presta a un’ipotetica summa espressiva della sua figura di riferimento, un “ritratto di Gustave Roud e del suo paesaggio interiore ed esteriore”. Dal silenzio affiorano acutissimi armonici, quasi indistinguibili da onde corte elettroniche, come se per prima cosa una matita delimitasse i confini dello spazio acustico, la cornice entro cui si manifestano le figure e le voci rarefatte di un’allegoria cristallizzata, oltre il tempo e la storia del paesaggio idealizzato del poeta. Le sillabe intonate e sostenute dal soprano fanno parte di alcune parole chiave che ricorrono nel diario di Roud, una relazione più diretta e spontanea di ciò che animava la sua ispirazione. Poco prima del minuto 33, lo squillo della tromba e il rullo del tamburo spezzano nettamente l’apparente immobilità dello scenario, conducendo il brano verso una fase più lirica – benché sempre intervallata da brevi pause – dove per qualche istante il canto di Regula Konrad si eleva fin quasi all’intensità delle Sorrowful Songs di Górecki.

È un non-finale, una frase senza maiuscola né punto il trio classico per piano, violino e violoncello “Ombre si fragile” (2007 / 2008 / 2010): ancora presenza e assenza, chiaroscuro sfuggente e malinconico che assieme alla caducità evoca anche la sostanziale incompiutezza di ogni esistenza, sia umana che artistica, nella ricerca di una minima e parziale perfezione. In questo il poeta e il compositore divengono anime indissolubili, umilmente al servizio di un’espressione mai fine a se stessa e per vocazione rivolta, con sguardo docile e benevolo, all’essenza del vivere.


La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


“And finally we will both see what I have seen: the moment of indescribable ecstasy where time stops, where the path, the trees, the river, everything is caught by eternity […] The voices within a silence more populated than our heart, a solemn music that roars in the veins of the world like blood.”
(Gustave Roud, Air de la solitude, 1945)

The sheet, the canvas, the film, the pentagram: it always starts, ideally, from an empty and potential space, within which we can retain the image, the sound, the apparent sense of reality. Gustave Roud (1897-1976) was a poet of the landscape, or landscape artist of poetry, he transferred the feeling of the Jorat region in words, contemplating with his pen like with his eyes.
The quiet musical aesthetic of Swiss composer Jürg Frey had already married the silence of Giorgio Morandi’s still lives (Grizzana and Other Pieces 2009-2014, again on Another Timbre) and now celebrates the bond with his compatriot in a collection of songs inspired by him. Frey compares Roud’s use of the word to the practice of field recording, “not like a microphone with sounds, but with the soul and the body, registering its environment in a wider sense”.

Frey’s compositions do not originate in the actual landscape which Roud drew from, rather they seem to arise from between the white spaces of the page written by the poet, thus operating on a plan subsequent to the verbal representation and therefore, if possible, on a further level of abstraction. With this suggestion we can approach the Feldman-like suspension of the first, intense ‘Paysage’ (2007/2008, for clarinet, cello and piano) and the six fragments titled “Haut-Jorat”, comparable to “six photographs: sensations of air, light and landscape”: perfect symmetries between clarinet and violin unisoni, filiform and without vibrato, with the even more solitary and sporadic punctuations of the piano, which becomes the protagonist of the following work.

The forty minutes of the solo “La présence, les silences” (2013-2016) admittedly represent a variation on the trait that crosses many compositions of the Wandelweiser collective, of which Frey is a historical member: an act of bodily and musical existence, a reflection on “the feeling of being alive”, in which the fullness of the single tones and bichords performed by Dante Boon is equivalent to that of a breath of the purest air that dissolves during a regenerating meditation. Unlike Michael Pisaro‘s piano solos (the earth and the sky) , here the presence of sound is not absolutized, rather it’s part of a profoundly human experience and retains, in comparison, an almost Romantic intensity.

The voice is a rare element in Frey’s oeuvre and is reserved for the longest passage of the collection: the unusual formation of “Farblose Wolken, Glück, Wind” (2009-2011) includes, in addition to the soprano (Regula Konrad), trumpet (Stephen Altoft), cello (Stefan Thut) and percussion (Lee Ferguson); a new conception of the chamber quartet which very well lends itself to a hypothetical expressive summa of his reference figure, a “portrait of Gustave Roud and his interior and exterior landscape”. From the silence emerge acute harmonics, almost indistinguishable from electronic sine tones, as if first of all a pencil was delimiting the boundaries of the acoustic space, the frame within which the rarefied figures and voices of a crystallized allegory manifest themselves, beyond the time and history of the poet’s idealized landscape. The syllables intonated and sustained by the soprano are part of key words that recur in Roud’s diary, a more direct and spontaneous account of what vivified his inspiration. Shortly before the 33rd minute, the blare of the trumpet and a drum roll abruptly break the apparent immobility of the scenery, carrying the piece towards a more lyrical phase – nonetheless interspersed with brief pauses – where, for a few moments, Konrad’s singing rises almost to the intensity of Górecki’s Sorrowful Songs.

It is a non-ending, a sentence without capital letter nor closing point – the classic trio for piano, violin and cello titled “Ombre si fragile” (2007 / 2008 / 2010): again presence and absence, an elusive and melancholic chiaroscuro evoking, together with caducity, the substantial incompleteness of every existence, both human and artistic, in search of a small if partial perfection. In this matter the poet and the composer become indissoluble souls, humbly at the service of an expression which is never an end in itself and whose vocation is directed, with a docile and benevolent gaze, to the essence of life.

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