Eve Risser – Des pas sur la neige

★★★★☆
Clean Feed, 2015


Uno dei passaggi cruciali che hanno portato all’avvento della musica contemporanea è stato sicuramente quello legato all’identità del pianoforte: l’accorgersi che in uno strumento così imponente e risonante non si può tener conto solamente dei tasti d’avorio, bensì è necessario avviare un esame a tutto campo che sfrutti ogni interstizio dell’enorme cassa nera, che è composta anche di legno e metallo.
Da John Cage in poi l’utilizzo di oggettistica tra le corde e il libero utilizzo delle mani sono divenuti quasi una prassi obbligata, ma forse ci voleva proprio l’immaginazione di una “non-pianista” come Eve Risser per trasformare questo strumento in una fonte inesauribile di suoni insoliti, accostati con coscienza e precisione tali da non credere che si tratti di un intervento solista.

Nelle tre sessioni di Des pas sur la neige, registrate nel settembre 2013 in Francia, Risser si avvale di utensili mobili che rendono sempre differente l’interazione con le corde del piano. Nel primo brano c’è la flessibilità temporale delle “Triadic Memories” di Feldman, mentre il secondo parrebbe discendere dai primi lavori per percussione dello stesso Cage, ancor prima della rivelazione che condusse al fondamentale opusSonatas And Interludes. Più d’uno ha giustamente riscontrato l’eco di Horatiu Rădulescu, che con le sue sound icons – sorta di ready-made ottenuti da pianoforti ribaltati – aveva dato forma, tempo addietro, ad affascinanti paesaggi metafisici.

L’ultimo, lunghissimo brano è non soltanto il fulcro della ricerca sonora di Risser, ma anche l’istanza più propriamente descrittiva: un vasto soundscape dove gli input diventano i passi di una lunga camminata sulla neve scricchiolante; un sottile drone ronzante è increspato dagli oggetti che scorrono sulla superficie delle corde e della struttura; campanelle, ventole e stagnole, sfregamenti e sferzate improvvise sfigurano un quadro che subito si ricompone, imperturbabile.
Le note sui tasti, pure e mai dissonanti, sono dapprima leggere e dilatate nel tempo, poi insistenti come la Strumming Music di Charlemagne Palestine. Passati i venti minuti l’avanzata si fa gravosa e disperata: le corde basse vengono pizzicate e martellate con ferina violenza, una tensione irreale domina fino all’ultimo in uno scenario che ha del crudele nell’abuso dello strumento, come per un rito sacrificale che deve necessariamente culminare in una “tragedia dell’ascolto”.

In effetti, l’ispirazione fornita dal senso di assenza nei luoghi desertici è abbastanza secondaria rispetto all’interesse suscitato dal processo stesso con cui la ricerca di Risser si dipana nelle tre sessioni – con una maestria degna del decano AMM John Tilbury – contemplando con pazienza l’affascinante “cardiogramma pianistico” che va formandosi un minuto dopo l’altro.

La recensione è stata originariamente pubblicata su Ondarock.it


One of the crucial steps that led to the advent of contemporary music was certainly one of those related to the identity of the piano: the realization that in such an imposing and resonant instrument one cannot only take into account the ivory keys, but it is necessary to start an all-out examination that exploits every interstice of the huge black case, which is also composed of wood and metal.
From John Cage onwards, the use of objects between the strings and the free use of the hands have become almost a mandatory practice, but perhaps the imagination of a “non-pianist” like Eve Risser truly was needed to transform the instrument into a inexhaustible source of unusual sounds, combined with consciousness and precision such as not to believe to it being a solo intervention.

In the three sessions of Des pas sur la neige, recorded in September 2013 in France, Risser makes use of mobile tools that make the interaction with the piano strings always different. In the first piece there is the temporal flexibility of Feldman’s “Triadic Memories”, while the second seems to descend from Cage’s first percussion works, even before the revelation that led to the fundamental opus Sonatas And Interludes. More than one has rightly noticed the echo of Horatiu Rădulescu, who with his sound icons – sort of a ready-made obtained from overturned pianos – gave form to fascinating metaphysical landscapes many years before.

The last, very long piece is not only the fulcrum of Risser’s sound research, but also its most properly descriptive instance: a vast soundscape where the inputs become the steps of a long walk on the creaking snow; a subtle buzzing drone is rippled by the objects that run on the surface of the strings and the structure of the piano; bells, fans and foils, rubbings and sudden lashes disfigure a picture that immediately recomposes itself, imperturbably.
The notes on the keys, pure and never dissonant, are at first light and dilated over time, then persistent as the Strumming Music of Charlemagne Palestine. After twenty minutes the advance becomes heavy and desperate: the low strings are plucked and hammered with ferocious violence, an unreal tension dominates until the end in a scenario on the verge of cruelty in its abuse of the instrument, as for a sacrificial ritual which must necessarily culminate in a “listening tragedy”.

In fact, the inspiration provided by the sense of absence in desert places is quite secondary to the interest aroused by the process itself with which Risser’s research unfolds in the three sessions – with a skill worthy of the AMM dean John Tilbury – patiently contemplating the fascinating “piano cardiogram” which is forming one minute after another.

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