INSUB: Cyril Bondi & d’incise | Jason Kahn / Antoine Läng

Cyril Bondi & d’incise – La Lavintse (2021)

Jason Kahn / Antoine Läng – Paratopia (2021)



Cyril Bondi & d’incise
La Lavintse

Clara de Asís / Marina Tantanozi / Tassos Tataroglou / Christoph Schiller / Mara Winter
INSUB., 2021
contemporary classical, reductionism


‘La nota dominante’, si dice generalmente per indicare il tratto più evidente di un qualsivoglia testo – inteso nella sua trasversale accezione semiologica –, quasi dovesse inevitabilmente trattarsi di un “pieno”, qualcosa di afferrabile e classificabile che conferisca un’identità al suddetto testo, e che con ciò lo renda essenzialmente finito, se non dispensabile.
In seguito a un radicale sovvertimento di valori, nella cultura odierna il silenzio è giunto a rappresentare un elemento d’incertezza e finanche di inquietudine, poiché lascia un margine interpretativo al quale non si è più abituati: non dà risposte e nemmeno pone domande, eppure la sua è un’assenza presente con la quale è bene confrontarsi, di volta in volta, colmandola col proprio sentire momentaneo oppure lasciandone intatta l’indeterminatezza, come al cospetto di uno spazio sacro.

Nel quintetto composto dagli svizzeri Cyril Bondi e d’incise (Laurent Peter) non vi è forse più d’un secondo di assoluto silenzio, eppure ogni gesto sonoro sembra passarvi a fianco, accarezzarlo per un attimo prima di richiudersi in se stesso. La Lavintse è un canto sospeso evocante l’impalpabile quiete che nega col suo stesso manifestarsi: un’armonia antica che non conosce stili ma solo colori puri, sbiaditi dalla polvere del tempo e sempre più indistinguibili dallo sfondo neutro sul quale poggiano.

I pattern dalle geometrie irregolari intessuti dall’ensemble misto, ma soprattutto il tono sommesso della tromba con sordina, ricordano dolorosamente gli atti finali della parabola musicale di Mark Hollis: una paziente e accurata delimitazione del vuoto, operata mediante linee, punti e micro-motivi acustici i quali sembrano disegnare costellazioni cageane nel loro placido vorticare attorno al non detto.

Affidandosi a strumentisti in prevalenza già familiarizzati con le estetiche dei compositori Wandelweiser e con i cataloghi Another Timbre e Elsewhere, Bondi e d’incise esplorano a fondo le dinamiche di un riduzionismo formale che lentamente conduce alla sublimazione espressiva, dispiegandosi in un rituale d’incorrotta grazia, distillazione del tempo cronologico (chronos) in un ideale ‘tempo eterno’ (aion).


Line-up: Clara de Asís, acoustic guitar; Christoph Schiller, spinet; Marina Tantanozi, flutes; Tassos Tataroglou, trumpet; Mara Winter, medieval flutes


‘The dominant note’, one generally says to indicate the most evident trait of any text – understood in its transversal, semiological meaning – almost as if it had to inevitably be a “full”, something that can be grasped and classified in order to give an identity to the aforementioned text, and thereby render it essentially finished, if not dispensable.
In today’s culture, following a radical subversion of values, silence has come to represent an element of uncertainty, even anxiety, since it leaves a margin of interpretation to which one is no longer accustomed: it doesn’t give answers nor ask questions, yet his is a present absence with which it’s good to confront, from time to time, filling it with one’s own momentary feeling or leaving its indeterminacy intact, as in the presence of a sacred space.

In the quintet composed by Switzerland’s Cyril Bondi and d’incise (Laurent Peter) there’s perhaps no more than a second of absolute silence, yet every sonic gesture seems to pass by it, skimming it for a moment before closing in on itself. La Lavintse is a suspended song evoking the impalpable stillness that it denies with its very manifestation: an ancient harmony that knows no styles but only pure colors, faded by the dust of time and increasingly indistinguishable from the neutral background on which they rest.

The irregular geometric patterns woven by the mixed ensemble, but above all the subdued tone of the muted trumpet, painfully recall the final acts of Mark Hollis’ musical parable: a patient and accurate delimitation of the void, enacted through acoustic lines, dots and micro-motifs which seem to draw Cagean constellations in their placid whirling around the unspoken.

Availing themselves of instrumentalists mostly well acquainted with the aesthetics of Wandelweiser composers and with the Another Timbre and Elsewhere catalogs, Bondi and d’incise thoroughly explore the dynamics of a formal reductionism that slowly leads to expressive sublimation, unfolding in a ritual of uncorrupted grace, the distillation of chronological time (chronos) into an idealized ‘eternal time’ (aion).


Jason Kahn / Antoine Läng
Paratopia

INSUB., 2021
experimental, free impro


Più di ogni altro strumento, la voce umana sfida l’indifferenza, e quando non incanta con un enfatico melodiare può richiamarci alla tragica nudità del grido e dell’intera espressività pre-verbale. Nell’emissione d’aria dalla bocca e nel vibrare delle corde vocali non vi è artificio ma solo cruda presenza sonora: proprio per questo, forse, nessuna musica estrema può raggiungere livelli di angoscia e morboso magnetismo pari alle performance di sperimentatori come Jason Kahn e Antoine Läng, sofferte indagini ancorate alla radice primigenia del respiro umano in tutta la sua fallace povertà.

I due artisti residenti in Svizzera sono profeti il cui idioma non si presta a interpretazioni ma soltanto a un manifestarsi immediato, ossia ‘non mediato’ da concettualismi né griglie di significato condivise: sono, piuttosto, gemiti di un’agonia universale che, specialmente nel quadro en plein air registrato a St-Gingolph, nel Canton Vallese, evocano il lamento affannoso di mammiferi in cerca della loro preda, il muso a contatto con la terra umida per seguirne le tracce.

Ma è nella più asettica astrazione di Ginevra che sembra profilarsi la “paratopia” cui allude il titolo dell’album: un luogo di non-appartenenza ove si consuma una gravosa esistenza sonora, una drammaturgia acusmatica che arriva a trascendere l’origine corporea dei densi soffi, dei gutturali ruggiti e ansiti dei performer, vieppiù annullati nel flusso della loro tragica genitura.

Avventurandosi sullo stesso sentiero battuto da Phil Minton, Seijiro Murayama e Maja S.K. Ratkje, il duo svizzero affonda mani e piedi nella più torbida alterità vocale immaginabile: le sessioni documentate in Paratopia segnano un’inesorabile discesa nel delirio e nel muto orrore di un teatro autenticamente crudele, un beniano “togliere di scena” al quale sopravviva soltanto la mera phoné, essenza sonora liberata dall’ingombrante involucro della fisicità.


More than any other instrument, the human voice defies indifference, and when it doesn’t enchant with an emphatic melody it may remind us of the tragic nakedness of the cry and of the entire pre-verbal expressiveness. In the emission of air from the mouth and in the vibrating of the vocal cords there’s no artifice but just raw sonic presence: for this reason, perhaps, no extreme music can reach levels of anguish and morbid magnetism equal to the performances of experimenters like Jason Kahn and Antoine Läng, pained investigations anchored to the primitive root of the human breath in all its fallacious poverty.

The two Swiss-based artists are prophets whose idiom does not lend itself to interpretation but only to immediate manifestation, as in ‘not mediated’ by conceptualism nor by shared grids of meaning: they are, rather, the groans of a universal agony which, especially in the open-air sequence recorded in St-Gingolph, Canton of Valais, evoke the labored wail of mammals seeking their prey, their snouts close to the damp earth to follow their tracks.

But it’s in the more aseptic abstraction of Geneva that seems to emerge the “paratopia” to which the album title alludes: a place of non-belonging where a burdensome sonic existence is consumed, an acousmatic dramaturgy that transcends the bodily origin of the dense puffs, guttural roars and gasps of the performers, increasingly nullified in the flow of their tragic birthing.

Venturing down the same path trodden by Phil Minton, Seijiro Murayama and Maja S.K. Ratkje, the Swiss duo sinks hands and feet into the murkiest vocal alterity imaginable: the sessions documented on Paratopia mark an inexorable descent into the delirium and mute horror of an authentically cruel theater, a Carmelo Bene-esque “unstaging” to which only the mere phoné survives, a sonic essence liberated from the cumbersome shell of physicality.

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