Jürg Frey – l’air, l’instant – deux pianos

Dante Boon / Reinier van Houdt

Elsewhere, 2020
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Perché quattro mani? In quale momento storico, a quale scopo due musicisti si sono seduti allo stesso pianoforte, o ne hanno affiancati due? Eccezion fatta per i divertissement domestici o teatrali, normalmente un tale assetto soddisfa la necessità di un ampliamento delle soluzioni armoniche, oppure di un’equa suddivisione di architetture ritmiche e melodiche complesse: limitandosi al Novecento inoltrato si spazia dalle “Visions de l’Amen” di Messiaen e le “Structures” di Boulez al moto circolare di suite minimaliste come “Hallelujah Junction” di John Adams, sino al triplice estremo dei “Six Pianos” di Steve Reich.
Nel mezzo, come in molti altri casi, si poneva un’illuminata visione atta a ridefinire l’orizzonte temporale della musica, instaurando una relazione tra suono e silenzio diametralmente opposta persino rispetto alle coeve avanguardie: John Cage e Morton Feldman hanno spontaneamente tracciato le coordinate di una poetica della riduzione che oggi trova in Jürg Frey uno dei suoi più sensibili e raffinati interpreti, anch’egli avvicinatosi di recente alla scrittura per due pianoforti.

Ma mentre Cage sarebbe giunto a una così radicale essenzialità soltanto con i tardi number pieces (“Two2”, 1989), è stato proprio Feldman a porre per primo le basi di quell’estetica oggettivante e rarefatta, come in perpetua sospensione, che tuttora esercita un influsso inesauribile sui compositori del collettivo Wandelweiser. Un repertorio, non a caso, già presentato in album dedicati a marchio Another Timbre, mentre si inscrive nella ‘piano series’ di Elsewhere questa prima incisione a opera degli olandesi Dante Boon e Reinier van Houdt, tra i pianisti di riferimento in rapporto al “virtuosismo verticale” invocato dalle partiture riduzioniste.
Facendo ingresso in questo isolato dominio espressivo, una coppia di musicisti non si trova più a condividere una struttura, uno schema dal preciso carattere narrativo o concettuale, ma più semplicemente uno spazio acustico e mentale, un terreno vergine nel quale posare i semi di una fioritura minuta ed effimera, la forma più trasparente e impersonale del verbo ‘essere’.


È infatti uno sviluppo timidamente incrementale quello disegnato dai sette movimenti di “toucher l’air (deux pianos)” (2019), animati da gesti delicati e sovrapposizioni di esili linee melodiche, complementari nel loro sempre mutevole sfasamento temporale. Dal terzo movimento in avanti il contrappunto incrociato si fa alternatamente più presente e regolare, come una superficie acquatica che si increspa sotto l’influsso di un venticello silenzioso, per poi di nuovo appianarsi in una quiete incolore eppure sommamente malinconica. L’inverno dell’anima ha un respiro incostante, riluce della propria solitudine e in essa si intensifica: l’ultimo movimento – conclusione necessariamente putativa – è il puro distillato di una bellezza fulgida e incorrotta, vertice quanto più prossimo all’anelata trascendenza.

Fondato su uno specifico processo d’interazione esecutiva, e tuttavia aperto all’indeterminazione, “Entre les deux l’instant” (2017/2018) sembra mettere in scena l’intima angoscia di un incontro che fatica a realizzarsi: lievemente meno incorporei rispetto al brano precedente, i due pianoforti si ricercano a tentoni fra rintocchi di singoli tasti e accordi cristallini, come affrontando l’ignoto biancore che separa i segni sul pentagramma pur di raggiungere brevemente l’altro. ‘Tra i due l’istante’: estremi che perpetuamente si attraggono e si sfiorano appena, avanzando al ritmo arbitrario del vissuto interiore nell’irresolutezza di una completa astrazione sentimentale. È la puntiforme enucleazione di un epos romantico al rallentatore, filtrato dalla candida bruma che avvolge tutta l’impalpabile poetica sonora di Jürg Frey, ancora una volta effusa in un saggio di sublime grazia espressiva.


Dante Boon
/
Reinier van Houdt

Why four hands? At what historical moment, for what purpose did two musicians sit at the same piano, or put two of them side by side? Except for domestic or theatrical divertissements, normally such an arrangement satisfies the need for an expansion of harmonic solutions, or an equitable sharing of complex rhythmic and melodic architectures: limiting ourselves to the late twentieth century, the range spans from Messiaen’s “Visions de l’Amen” and Boulez’s “Structures” to the circular motion of minimalist suites such as John Adams’ “Hallelujah Junction”, up to the threefold extreme of Steve Reich’s “Six Pianos”.
In the midst, as in many other cases, lay an enlightened vision capable of redefining the time horizon of music, sealing a relationship between sound and silence diametrically opposite even to its coeval avant-gardes: John Cage and Morton Feldman spontaneously traced the coordinates of a poetics of reduction which in our day finds in Jürg Frey one of its most sensitive and refined interpreters, he himself having recently approached writing for two pianos.

But while Cage would have reached so radical an essentiality only with his late number pieces (“Two2”, 1989), it was actually Feldman who first laid the foundations of that objectifying and rarefied aesthetics – as if perpetually suspended – which still exerts an inexhaustible influence on the composers of the Wandelweiser collective; a repertoire, which, unsurprisingly, has already been presented in dedicated albums via the Another Timbre imprint. Inscribing itself in Elsewhere’s ‘piano series’, instead, is this premiere recording by the Dutch Dante Boon and Reinier van Houdt, among the reference pianists in relation to the “vertical virtuosity” called for by reductionist scores.
Entering this isolated expressive domain, a pair of musicians no longer find themselves sharing a structure, a scheme with a precise narrative or conceptual character, but more simply an acoustic and mental space, a virgin soil in which to plant the seeds of a minute and ephemeral blossoming, the most transparent and impersonal form of the verb ‘to be’.

It is a timidly incremental development, in fact the one drawn by the seven movements of “toucher l’air (deux pianos)” (2019), animated by delicate gestures and overlappings of slender melodic lines, complementary in their ever-changing time lag. From the third movement onwards, the crisscross counterpoint becomes alternately more present and regular, like a water surface that ripples under the influence of a silent breeze, and then again smoothes out in a colorless yet supremely melancholic stillness. The winter of the soul has an inconstant breath, gleams from its own solitude and intensifies in it: the last movement – a necessarily putative conclusion – is the pure distillation of an effulgent and uncorrupted beauty, a pinnacle as close as possible to the yearned transcendence.

Based on a specific process of executional interaction, yet open to indeterminacy, “Entre les deux l’instant” (2017/2018) seems to play out the intimate anguish of an encounter struggling to happen: slightly less incorporeal than in the previous piece, the two pianos seek after each other among the strokes of single keys and crystalline chords, as if braving through the unknown whiteness that separates the signs on the pentagram in order to briefly reach the other. ‘Between the two, the instant’: extremes that perpetually attract and skim each other, moving forward at the arbitrary rhythm of inner life through the irresolution of a complete sentimental abstraction. It’s the pointillistic enucleation of a romantic epos in slow motion, filtered by the white mist that shrouds all of Jürg Frey’s impalpable sound poetics, once again effused in an essay of sublime expressive grace.

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