Sarah Hennies – Spectral Malsconcities

New World, 2020
contemporary classical, post-minimalism

(ENGLISH TEXT BELOW)

A meno di un mese dal rilascio dalla prima registrazione di “The Reinvention of Romance”, è l’etichetta newyorkese New World Records a rimarcare il sempre più eminente profilo artistico della compositrice americana Sarah Hennies: altri due recenti brani estesi, commissionati dai loro stessi interpreti, mettono in luce i tratti salienti di una poetica distintiva, fondata su sempre nuove declinazioni di una disagevole asimmetria, foriera di istanze performative inconsuete dalle quali i musicisti vengono assorbiti totalmente, sino a sviluppare una coscienza condivisa che sembra esistere unicamente entro i limiti e le stringenti logiche della partitura.


Il brano titolare “Spectral Malsconcities” (2018) nasce su impulso dei Bearthoven – Karl Larson al pianoforte, Pat Swoboda al contrabbasso, Matt Evans alle percussioni (piatti e tamburi) –, un ‘piano trio’ che in questo contesto ricorda, per molti versi, la trentennale formazione minimal-jazz The Necks: ma se nell’alchimia di questi ultimi il fondamento tonale non viene mai davvero meno, e anzi costituisce il faro illuminante delle loro suite trascendentali, nell’opera di Hennies l’organico si trova man mano a reiterare brevi motivi esonerati dalla significazione, valevoli solo nella mutevole asincronia che continuamente divide e riunisce i singoli esecutori.

L’interplay prende avvio in maniera grumosa e concitata, un dialogo tanto dinamico quanto ermetico nella stretta fusione delle sorgenti acustiche: il pianoforte oscilla tra singoli toni puri o smorzati, mentre il basso rimugina rapidi fraseggi in pizzicato assieme a stoccate sotto il ponticello a mezzo di un manico di pennello. Nel segmento successivo i ruoli si confondono: il percussionista agisce con l’archetto su un piatto appoggiato al tamburo, producendo stridenti punteggiature che si pongono a un livello perfettamente paritario con gli sfasamenti ritmici del piano e del basso, ancora impegnati in ottusi ostinati.
Con la terza ripresa il piano alterna scuri e vibranti rintocchi nel registro basso ad altri più acuti su una corda stoppata; il basso si assesta su una figura scomposta tracciata dall’archetto, simile a un grugnito animale, affiancato da sfregamenti vieppiù nervosi sul bordo del tamburo, di modo che la matassa sonora torni a comprimersi in un’imperscrutabile agitazione endogena. Infine, tutt’a un tratto, il trio approda in una landa di parimenti enigmatica astrazione, dove gli ampi e gutturali bordoni del basso e lo strisciare di un mazzuolo sulle pelli circondano le minute risonanze del pianoforte, stimolato sui piroli della cassa armonica appena al di là della tastiera, con un effetto simile a uno scomposto acciottolio, per poi tornare su un singolo tasto smorzato che scandisce metronomicamente i passi conclusivi del brano.

Bearthoven
/
Bent Duo

Eseguito dal Bent Duo – il pianista David Friend e il percussionista Bill Solomon –, “Unsettle” (2017) tradisce col suo titolo il graduale e ineludibile effetto esercitato sull’ascoltatore, pur derivando anche da un precedente brano, “Settle” (2014), giocato su accumulazioni di risonanze d’ispirazione minimalista. Con questo duo si rende ancor più evidente l’interesse di Hennies per la costruzione di un processo performativo disposto su una traiettoria di evoluzione e devoluzione non lineare, soggetta a improvvisi balzi e sconvolgimenti nello scenario acustico.
Una singola nota di Mi al pianoforte, riverberata da uno speculare e leggerissimo martellamento sul vibrafono, evoca dapprima un senso di completa stasi Zen, finché il pedale sinistro non interviene a turbarne l’apparenza con un sensibile sommovimento della struttura in legno. Il conseguente spostamento nel registro acuto, a parità di gesti, segna il passaggio a uno stato di attesa sempre più snervante, attutita solo in parte dalle morbide risonanze del vibrafono, e poi invece sottolineata dal raddoppio di una campanella all’unisono.

Si compie così una sorta di antefatto che presagisce l’intensa accelerazione della sezione centrale, svolta drammatica di palese e claustrofobica urgenza: un quadro entro cui la crescente saturazione di frequenze acute giunge quasi ad annullare la rilevanza del pur vivido carattere tonale, laddove il suono sembra farsi materia tangibile a un livello primigenio e infine debordare nel dominio della più sottile allucinazione sensoriale.
Solo negli ultimi dieci minuti la pressione si allenta in un’atmosfera di sinistro ritualismo, con uno sgraziato agitamento di campanelle che avvia il duo a una chiusura circolare atta a ristabilire l’equilibrio perduto: il tintinnio dell’ottone si addolcisce e si dirada finché il pianoforte non ritorna alla nota di Mi sull’ottava inferiore, stoppata manualmente dall’interno.

Figli di una sensibilità e di un rigore estetico inequivocabilmente contemporanei, i brani da camera di Sarah Hennies soddisfano la sempre più trasversale necessità di ascolti radicalmente trasformativi, dimensioni autonome d’espressione sonora – e non più strettamente “musicale” – nelle quali si rifletta l’inquieta e obliqua ricerca di senso che anima l’arte del nostro tempo.


Sarah Hennies

Less than a month after the release of the premiere recording of “The Reinvention of Romance”, the New York label New World Records remarks the increasingly eminent artistic profile of American composer Sarah Hennies: another couple of recent extended pieces, commissioned by their own interpreters, highlight the salient features of a distinctive poetics, founded on ever new declinations of an uncomfortable asymmetry, harbinger of unusual performative instances from which the musicians get totally absorbed, to the point of developing a shared consciousness that seems to exist only within the limits and the stringent logic of the score.

The titular piece, “Spectral Malsconcities” (2018), was born by impulse of Bearthoven – Karl Larson on piano, Pat Swoboda on double bass, Matt Evans on percussion (cymbals and drums) –, a ‘piano trio’ which in this context recalls, in many respects, the thirty-year minimal-jazz group The Necks: but if in the alchemy of the latter the tonal foundation never really fails, and indeed constitutes the guiding light of their transcendental suites, in Hennies’ work the players gradually find themselves reiterating brief motifs exempted from signification, valid only in the changing asynchrony that continually divides and brings together the individual performers.

The interplay starts in a lumpy and excited way, a dialogue as dynamic as it is hermetic in the tight fusion of the acoustic sources: the piano oscillates between single pure or muffled tones, while the bass mulls over rapid pizzicato phrasings together with thrusts beneath the bridge by means of a brush handle. In the next segment, the roles get mixed up: the percussionist works the bow on a cymbal resting on the drum, producing strident punctuation placed on a perfectly equal level with the rhythmic shifts of the piano and bass, still engaged in obtuse ostinatos.
With the third reprise the piano alternates dark and vibrant strokes in the low register with more acute ones on a muted string; the bass settles on a dishevelled figure traced by the bow, similar to an animal grunt, flanked by an increasingly nervous rubbing on the edge of the drum, so that the sonic tangle is once again compressed in an inscrutable endogenous agitation. Lastly, all of a sudden, the trio reaches a plateau of equally enigmatic abstraction, where the wide and guttural bass drones and the crawling of a mallet on the drum skins surround the minute resonances of the piano, stimulated on the pegs of the sounding board, just beyond the keyboard, with an effect similar to a broken clatter, to then return to a single damped key that metronomically marks the final steps of the piece.

Performed by the Bent Duo – pianist David Friend and percussionist Bill Solomon –, “Unsettle” (2017) discloses with its title the gradual and unavoidable effect exerted on the listener, while also deriving from a previous piece, “Settle” (2014) , based on accumulations of resonances of Minimalist lineage. This duo renders even more evident Hennies’ interest in the construction of a performative process placed along a trajectory of non-linear evolution and devolution, subject to sudden leaps and disruptions in the acoustic scenario.
A single key of E on the piano, reverberated by a specular and very slight hammering on the vibraphone, first evokes a sense of complete Zen stasis, until the left pedal intervenes to disturb its appearance with a noticeable tilt of the wooden structure. The consequent shift of the same gestures in the high register marks the transition to an increasingly unnerving state of waiting, only partially cushioned by the soft resonances of the vibraphone, and then instead emphasized by the doubling of a bell in unison.

Thus comes to completion a sort of prelude that foreshadows the intense acceleration of the central section, a dramatic turning point of flagrant and claustrophobic urgency: a frame within which the increasing saturation of high frequencies almost nullifies the relevance of the nonetheless vivid tonal character, whereas sound seemingly becomes tangible matter on a primordial level and ultimately overflows into the domain of the most subtle sensory hallucination.
Only in the last ten minutes does the pressure relieve into an atmosphere of sinister ritualism, with an ungainly shaking of bells that initiates the duo to a circular closure aimed at restoring the lost balance: the tinkling of brass softens and thins out until the piano returns to the E note on a lower octave, manually stopped from the inside.

Born of an unequivocally contemporary sensitivity and aesthetic rigor, Sarah Hennies’ chamber pieces satisfy the increasingly transversal need for radically transformative listenings, autonomous dimensions of sonic – and no longer strictly “musical” – expression in which is reflected the restless, oblique search for meaning that animates the art of our time.

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