Elliott Sharp: Foliage

Dario Calderone, Gareth Davis, Pepe Garcia, Koen Kaptijn, Rutger Zuydervelt

Moving Furniture, 2020
free impro, avantgarde

(ENGLISH TEXT BELOW)

Persino a seguito delle ondate sovversive dell’avanguardia novecentesca, tutt’ora lo spartito di derivazione classica rimane il mezzo più diffuso tra i compositori per la trascrizione delle loro opere. La notazione tradizionale, insomma, prevale ancora sulle varie forme di notazione grafica: se l’una, infatti, è atta a ricostruire più fedelmente possibile il pensiero del compositore e la specifica qualità del suo progetto, l’altra lo obbliga a una parziale rinuncia della paternità artistica – a eccezione della matrice visiva –, e con ciò la estende o addirittura la demanda completamente ai suoi esecutori. Se dunque tale rivoluzione tarda ancora a compiersi, ciò è dovuto al fatto che mette inevitabilmente in crisi il concetto storico di ‘compositore’, ne abolisce l’implicita superiorità gerarchica e apre le porte a una totale comunione creativa con l’esecutore.

Il dilemma non sembra nemmeno porsi per un artista fervido e generoso come Elliott Sharp, impegnato sin dagli anni 70 nella commistione tra musica e arti visive, al fine di sviluppare nuove forme di libera notazione sulla scorta dei pionieri della ‘New York School’ (Cage, Feldman, Wolff) come anche di Anthony Braxton e dell’enfant terrible John Zorn. L’indole inclusiva e la curiosità di Sharp gli hanno valso la collaborazione con innumerevoli e prestigiosi strumentisti americani ed europei, ultimi tra i quali anche l’ensemble zeitkratzer, il JACK Quartet e la violoncellista Frances-Marie Uitti.

Questa seconda pubblicazione nella ‘Contemporary Series’ dell’olandese Moving Furniture Records presenta per la prima volta su disco l’esecuzione di alcuni estratti da “Foliage”, partitura grafica di 80 stampe Risograph risultante da un processo di stravolgimento visivo dei pentagrammi precedentemente notati da Sharp: un “auto-sabotaggio” via software che porta con sé i glitch, le deformazioni e le accumulazioni caotiche della materia digitale – oramai plasmabile al pari e più dell’argilla –, offrendosi così alle più disparate letture da parte del musicista. E se da un lato c’è il considerevole rischio che quest’ultimo metta in gioco certi automatismi stilistici legati al proprio percorso individuale, dall’altro ciò fa sì che, di volta in volta, la partitura assuma per osmosi l’identità precipua dell’organico coinvolto, scongiurando spontaneamente qualsiasi rigida classificazione.


Protagonista della presente performance è un inedito “quartetto + uno”: oltre alla formazione acustica dei navigati sperimentatori Dario Calderone (contrabbasso), Gareth Davis (clarinetto basso), Pepe Garcia (percussioni) e Koen Kaptijn (trombone) si aggiunge infatti l’intervento in post-produzione di Rutger Zuydervelt alias Machinefabriek: mettendo una volta di più a frutto le sue visionarie doti di “regista” e montatore sonoro, egli opera una sottile decostruzione e un rimaneggiamento schizoide degli otto movimenti, ai quali conferisce così un tratto ancor più provvisorio e improvviso.

Nel climax introduttivo Davis si crogiola nelle profondità che gli sono storicamente più familiari, con fraseggi pensosi dal tono lirico e umbratile, laddove Calderone arriva a solcare con decisione il dominio subarmonico degli spettralisti rumeni Radulescu e Dumitrescu. Queste prime ruvide agitazioni, sottolineate dagli smembramenti di Zuydervelt, si affievoliscono glissando verso le umide eco e risonanze artificiali del terzo movimento, pervasivo soundscape che a tratti sembra evocare una cattedrale di stalattiti; si giunge poi alla svolta sorniona di una cadenzata processione sotterranea (IV), dominata dai grotteschi monologhi senza capo né coda dei fiati, mentre il basso si defila in saliscendi pizzicati di marca free jazz e le ritmiche sfilacciate di Garcia alternano slanci d’estroversione e richiusure. Intersezioni vieppiù spigolose tra le voci in campo ci conducono attraverso passaggi d’imponderabile astrazione, talvolta come ombre irrequiete di un bieco teatro dell’assurdo (V, VII), talaltra tesi a varcare il confine di un gelido espressionismo dark ambient (VIII).

Anche in una performance così a fuoco e coinvolgente per l’orecchio, “Foliage” conserva il carattere elusivo e la vertiginosa imprevedibilità dell’opera incompiuta, o meglio incompibile, poiché finalmente e felicemente aperta alle innumerevoli nature che solo un’autentica pluralità interpretativa le può garantire. Certo è che un simile dispositivo, assai più facilmente di altri, potrà resistere alla tirannia del tempo e attraversare ogni temperie artistica con immutato vigore.


Elliott Sharp

Even following the subversive waves of 20-century avant-gardes, the classical score still remains the most widespread medium among composers for the transcription of their works. In short, traditional notation still prevails over the various forms of graphic notation: if one, in fact, is meant to reconstruct the composer’s thinking and the specific quality of his project as faithfully as possible, the other forces him to partially renounce his artistic paternity – with the exception of the visual matrix –, and thereby extends it or even completely entrusts it to its interpreters. Therefore, if this revolution is still slow to take place, this is due to the fact that it inevitably undermines the historical concept of ‘composer’, abolishes its implicit hierarchical superiority and opens the door to a total creative communion with the performer.

The dilemma doesn’t even seem to arise for a fervent and generous artist such as Elliott Sharp, engaged since the 70s in the commingling of music and visual arts, in order to develop new forms of free notation in light of the early pioneers of the ‘New York School’ (Cage, Feldman, Wolff) as well as Anthony Braxton and the enfant terrible John Zorn. Sharp’s inclusive attitude and curiosity have earned him collaborations with countless and prestigious American and European instrumentalists, amongst which were recently included the zeitkratzer ensemble, the JACK Quartet and the cellist Frances-Marie Uitti.

This second release in the ‘Contemporary Series’ of Dutch label Moving Furniture presents for the first time on a record the performance of a few extracts from “Foliage”, a graphic score of 80 Risograph prints resulting from a process of visual distortion of the pentagrams previously notated by Sharp : a “self-sabotage” via software that carries with it the glitches, deformations and chaotic accumulations of digital matter – now malleable like or more than clay –, thus offering itself to the most disparate readings on the musician’s part. And if, on the one hand, there’s considerable risk that the latter will bring into play certain stylistic automatisms related to his own individual path, on the other hand this means that, time after time, as if by osmosis, the score takes on the peculiar identity of the line-up involved, spontaneously averting any rigid classification.

The protagonist of this performance is an unprecedented “quartet + one”: in addition to the acoustic group of highly experienced experimenters Dario Calderone (double bass), Gareth Davis (bass clarinet), Pepe Garcia (percussion) and Koen Kaptijn (trombone), is added the contribution in post-production by Rutger Zuydervelt aka Machinefabriek: once again putting to good use his visionary skills as “director” and editor of sounds, he operates a subtle deconstruction and a schizoid reworking of the eight movements, to which he thus confers an even more provisional and sudden trait.

In the introductory climax Davis revels in the depths that are historically most familiar to him, with pensive phrasing whose tone is both lyrical and shaded, whereas Calderone resolutely plows through the subharmonic domain of Romanian spectralists Radulescu and Dumitrescu. These first coarse agitations, underlined by Zuydervelt’s dismemberments, gradually fade away in gliding towards the humid echoes and artificial resonances of the third movement, a pervasive soundscape which at times seems to evoke a cathedral of stalactites; we then get to the sly turning point of a cadenced underground procession (IV), dominated by the grotesque monologues without rhyme or reason of the winds, while the bass sneaks away with his free-jazz ups and downs in pizzicato, and Garcia’s frayed rhythms alternate outbursts of extroversion and closures. Increasingly sharp-edged intersections between the single voices in play then lead us through passages of imponderable abstraction, sometimes resembling the restless shadows of a sinister theater of the absurd (V, VII), other times aimed at crossing the border towards a chilling dark-ambient expressionism (VIII).

Even in a performance so focused and engaging to the ear, “Foliage” retains the elusive character and the dizzying unpredictability of the unachieved work – or rather, unachievable – it being finally, happily open to the innumerable natures that only an authentic interpretative plurality can grant it. What’s certain is that such a device, much more easily than others, will successfully resist the tyranny of time and cross any artistic climate with unaltered vigor.

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