Georgia Rodgers – September

Apartment House & Zubin Kanga

Another Timbre, 2021
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Le vie del riduzionismo ci hanno sempre più abituati a un’espressività in apparenza priva di personalismi, il più possibile asciugata di un’esplicita significazione affinché le particelle elementari della scrittura musicale potessero rivelarsi semplicemente per come sono. Ma ciò non deve necessariamente indurci a credere che si tratti di “musica per la musica”, dimentica del suo pur necessario destinatario, poiché solo l’ascolto attivo di quest’ultimo può proiettare su di essa percetti, simbologie e sentimenti che la materia sonora, altrimenti, non tradisce.

Tutt’altro che estraneo all’afflato lirico, negli anni il catalogo Another Timbre di Simon Reynell ha raccolto e custodito le voci di una sensibilità compositiva del tutto nuova, poetiche sobrie e rilucenti attraverso le quali sembra tornare a manifestarsi la primordiale evocatività della forma musicale. In tale quadro, il primo portrait album della giovane autrice inglese Georgia Rodgers è una discreta rivelazione, un incontro di immediata seduzione con armonie e motivi tanto essenziali quanto profondamente toccanti.


Sono ancora una volta i sensibili strumentisti dell’ensemble Apartment House a introdurre questi otto brani da camera nel loro repertorio: partiture recenti e pressoché coeve tra loro (dal 2016 al 2021), ma che dimostrano la capacità di Rodgers nel riadattare in maniera metamorfica la propria estetica in base all’organico scelto, talvolta spaziando in modo drastico tra pura tonalità e bruitisme concreto. Come nei “Three Pieces for String Quartet”, dove le fasi di germogliazione, fioritura e disseccamento sembrano metaforicamente avvicendarsi: dapprima uno sfregare d’archetti che dal più flebile armonico naturale muove verso la dissonante ruvidezza del ponticello, seguìto da una flemmatica consonanza a corde vuote, come un’accordatura al ritmo illusorio del Canone di Pachelbel messo “fuor di sesto” da Brian Eno; infine un muto e sinistro scricchiolare, polifonia ermetica di musicisti divenuti d’un tratto scrupolosi carpentieri, destati dalla torpida astrazione per ristabilire un freddo e disincantato pragmatismo sonoro.

Altrove si accentua ulteriormente l’enfasi sul tocco, l’esplorazione del limite estremo tra le corde, i tasti e il vuoto: fragilità che hanno la loro chiara ascendenza nella generazione post-New York School, da Jürg Frey a Linda Catlin Smith (“St Andrew’s Lyddington”) sino alle rarefatte sintesi tra acustico ed elettroacustico operate da Michael Pisaro-Liu (“Ringinglow”, per pianoforte e sine tones). Tante le tracce in filigrana ma nessun ricalco passivo, laddove la migliore scrittura di Rodgers si traduce in un sommesso dialogo tra geometrie piane che trascende l’evoluzione storica delle avanguardie e crea il proprio esclusivo momento presente.
Il duo “Base” e i trio “York Minster” e “Masking Set” (quasi un prototipo in forma melodica della suite “Best that you do this for me” di Jim O’Rourke) sono assieme il preludio e il compimento di un quieto divenire espressivo sublimante nel quintetto “September”, impressione ormai del tutto cristallizzata di una tiepida stagione dell’animo, sinestesia in tre parti di una malinconia sottile e perturbante sottolineata da densi accenti percussivi.

Nel loro canto chiaroscurale, i brani di Georgia Rodgers trasudano una libera e sincera fascinazione per il suono acustico nel suo dipanarsi – più o meno mutevole che sia –, dando corpo a sensazioni che la parola impiegherebbe assai più convoluzioni per descrivere in modo esauriente.


Base (2019)
James Opstad (double bass), Joe Qiu (bassoon) 

Three Pieces for String Quartet (2016)
Mira Benjamin & Gordon Mackay (violins), Bridget Carey (viola), Anton Lukoszevieze (cello)

St Andrew’s Lyddington (2017)
Mira Benjamin (violin), Mark Knoop (piano)

Ringinglow (2021) 
Zubin Kanga (piano & sine tones)

York Minster (2018)
Kathryn Williams (flute), Mark Knoop (piano), Anton Lukoszevieze (cello)

Logistic (2010)
Georgia Rodgers (electronics)

Masking Set (2016)
Sara Rodrigues (voice), Bridget Carey (viola), Anton Lukoszevieze (cello)

September (2019) 
Mark Knoop (piano), Mira Benjamin (violin), Bridget Carey (viola), Anton Lukoszevieze (cello), Simon Limbrick (percussion)


The ways of reductionism have increasingly accustomed us to an expression that is apparently devoid of personalism, as dry as possible of explicit signification so that the elementary particles of musical writing could reveal themselves simply as they are. But this shouldn’t necessarily lead one to regard it as “music for music’s sake”, forgetful of its nevertheless necessary recipient, since only the active listening on the latter’s part can project on it percepts, symbolisms and feelings which, otherwise, the sound matter wouldn’t betray.

Far from being foreign to a lyrical afflatus, over the years Simon Reynell’s Another Timbre catalog has collected and preserved the voices of a completely new compositional sensitivity, understated and radiant poetics through which the primordial evocativeness of musical form seems to manifest itself back. In this context, the first portrait album by young English author Georgia Rodgers is a discreet revelation, an encounter of immediate seduction with harmonies and motifs as essential as they are deeply touching.

The sensitive instrumentalists of the Apartment House ensemble are once again the first to include these eight chamber pieces into their repertoire: scores recent and nearly coeval (from 2016 to 2021), but which demonstrate Rodgers’ ability to metamorphically adapt her own aesthetics to the chosen personnel, sometimes ranging drastically between pure tonality and concrete bruitism. Like in the “Three Pieces for String Quartet”, where the phases of budding, flowering and withering seem to metaphorically alternate: first a rubbing of bows that from the faintest natural harmonic moves towards the dissonant roughness of the bridge, followed by a phlegmatic consonance of empty strings, like a tuning to the illusory rhythm of Pachelbel’s Canon put “out of joint” by Brian Eno; and ultimately a mute and sinister creaking, the hermetic polyphony of musicians suddenly turned into scrupulous carpenters, awakened from torpid abstraction to restore a stiff and disenchanted sonic pragmatism.

Elsewhere the emphasis on touch is further accentuated, the exploration of the extreme limit between the strings, the keys and the void: a fragility that has its clear ancestry in the post-New York School generation, from Jürg Frey to Linda Catlin Smith (“St Andrew’s Lyddington”) up to the rarefied synthesis between acoustic and electroacoustic achieved by Michael Pisaro-Liu (“Ringinglow”, for piano and sine tones). There are many traces in filigree but no passive tracing, where Rodgers’ best writing translates into a subdued dialogue between flat geometries that transcends the historical evolution of the avant-gardes and creates its own exclusive present moment.
The duo “Base” and the trios “York Minster” and “Masking Set” (almost a prototype in melodic form of Jim O’Rourke’s suite “Best that you do this for me”) are both the prelude and the fulfillment of a quiet expressive becoming sublimating in the quintet “September”, a now completely crystallized impression of a lukewarm season of the soul, a three-part synaesthesia of a subtle and perturbing melancholy underlined by dense percussive accents.

In their chiaroscuro song, Georgia Rodgers’ pieces exude an unfettered and sincere fascination for acoustic sound in its unfolding – more or less mutable as it may be –, giving body to sensations that the word would take far more convolutions to describe exhaustively.

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