Zornography reloaded | 2021 / 2

John Zorn | Tzadik 8381-85
Parables (2021)
Nostradamus: The Death of Satan (2021)
Meditations on the Tarot (2021)
New Masada Quartet (2021)
The Ninth Circle (2021)

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Parables

Bill Frisell, Julian Lage, Gyan Riley
Tzadik, 2021 | instrumental folk

Zorn stesso deve essersi accorto, sin dal primo incontro in studio, di aver dato vita a un combo formidabile: il trio di chitarre composto da Bill Frisell, Julian Lage e Gyan Riley è in effetti una delle incarnazioni più poetiche germogliate dalla sua inesauribile vena autoriale, un incontro di talenti e sensibilità che si sarebbe espresso nell’inedita trilogia incentrata sul misticismo cristiano: Nove Cantici per Francesco d’Assisi (2019), Virtue (2020) e Teresa de Ávila (2021).
Occorre dunque fuoriuscire dall’ottica dello “zornografo” per dire che, obiettivamente, questo quarto capitolo in soli tre anni è ancora un gran bel sentire, nonostante la scarsità di nuove soluzioni stilistiche e il progressivo logoramento di quelle sinora messe in atto.

Risulta per certi versi inspiegabile, infatti, la limitazione a un campionario di influenze facenti capo principalmente al folk e al jazz, quando l’eclettismo di tutte le parti in gioco – non ultimi i tre strumentisti ampiamente rodati – permetterebbe di spaziare in territori ben più coraggiosi e impervi. Anche le digressioni più “scapigliate” (“The Broken Window”, “The Three Domains”) sembrano rielaborare costantemente l’atonalismo cartoonesco di Carl Stalling, invece di studiare altre possibili strategie di devianza formale, espedienti attraverso i quali raggiungere, magari, un ulteriore livello di vertigine estatica.

Non mancano, tuttavia, le occasioni per dar prova di bravura tecnica (“The Boiling Cauldron”), così come qualche doveroso ampliamento di vedute “geografiche” – dallo spleen nordico di “The Magic Monastery” e “Light Weaving” al luminoso fingerpicking di “At the Crossroads”, sino ai fitti arabeschi di “Caravanary” –, ma in definitiva la matrice dei singoli episodi riconduce sempre allo stesso ipotetico songbook, scrigno di armonie e invenzioni che Zorn potrebbe verosimilmente continuare ad alimentare in favore di questa affiatata formazione acustica. Certo è che un approfondimento delle tradizioni mediterranee e sudamericane, tra flamenco, choro e bossa nova, potrebbe senz’altro far scorrere nuova, rigenerante linfa tra le corde del trio statunitense.


Zorn himself must have realized, since the first meeting in the studio, that he had given birth to a formidable combo: the guitar trio composed of Bill Frisell, Julian Lage and Gyan Riley is in fact one of the most poetic incarnations to have sprouted from his inexhaustible authorial streak, a meeting of talents and sensibilities that would express itself in the original trilogy centered on Christian mysticism: Nove Cantici per Francesco d’Assisi (2019), Virtue (2020) and Teresa de Ávila (2021).
It is therefore necessary to leave aside the point of view of the “zornographer” to say that, objectively, this fourth chapter in just three years is still a great listen, despite the scarcity of new stylistic solutions and the progressive wearing down of those implemented so far.

In fact, the limitation to a spectrum of influences referring mainly to folk and jazz is in some ways inexplicable, when the eclecticism of all the parts at stake – not least the three extensively tested instrumentalists – would allow them to range in much more brave and impervious territories. Even the most “disheveled” digressions (“The Broken Window”, “The Three Domains”) seem to constantly rework Carl Stalling’s cartoonish atonalism, instead of studying other possible strategies of formal deviance, expedients through which to achieve, perhaps, a further level of ecstatic vertigo.

There’s no lack of opportunities, however, to demonstrate technical skill (“The Boiling Cauldron”), along with some necessary broadening of “geographical” perspective – from the Nordic spleen of “The Magic Monastery” and “Light Weaving” to the luminous fingerpicking on “At the Crossroads”, up to the dense arabesques of “Caravanary” –, but ultimately the matrix of the individual episodes always leads back to the same hypothetical songbook, a treasure trove of harmonies and inventions that Zorn could probably go on feeding in favor of this close-knit acoustic formation. What’s for sure is that a deeper study of Mediterranean and South American traditions, including flamenco, choro and bossa nova, could undoubtedly allow a new, regenerating lymph to flow between the strings of the American trio.


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Nostradamus: The Death of Satan

Simulacrum
Tzadik, 2021 | avant-jazz/metal

Strano a dirsi, ma tra gli innumerevoli esponenti dell’occultismo e delle pseudoscienze cui Zorn si è sempre ispirato non sembra esserci stato spazio, sino a oggi, per Nostradamus e le sue profezie: anche nel terzo millennio sopravvivono credenze infondate su sconvolgimenti e catastrofi moderne che l’astrologo avrebbe saputo interpretare e predire osservando i corpi celesti. Ma come sempre l’interesse del compositore newyorkese è puramente letterario e immaginifico, nonché un sempre nuovo pretesto per le incursioni tra avant-jazz e metal del trio Simulacrum, già protagonista di altri otto progetti tematici, ultimo dei quali la suite Baphomet (2020), intitolata all’omonima figura dell’occultismo pagano idolatrata dai cavalieri Templari.

Consolidata oltre ogni ragionevole dubbio, la formazione di John Medeski (organo), Kenny Grohowski (batteria) e Matt Hollenberg (chitarra) può nutrirsi a sazietà degli spunti tematici di Zorn che, negli ultimi anni, sembra averli eletti a sommi paladini del suo roster. Anche in questi dieci brani, tuttavia, non è riservata alcuna sorpresa all’ascoltatore, nella consueta alternanza di lenti ariosi o scuramente enigmatici e di subitanee impennate mutuate dalle frange più tecniche e totaliste della scena heavy, delle quali Hollenberg e Grohowski sono due illustri esponenti – militanti rispettivamente nei Cleric e negli Imperial Triumphant.

Sarebbe bello poter dire altro al riguardo, ma se già la produzione zorniana si aggira su una media di circa otto album all’anno, il ritorno a così stretto giro della stessa band non può davvero destare l’interesse che l’alto profilo dei musicisti avrebbe altrimenti garantito: tanto inconfutabili sono la complicità e lo sfoggio virtuosistico quanto la loro ordinarietà nel vasto programma di pubblicazioni a marchio Tzadik.


Strangely enough, among the countless exponents of occultism and pseudoscience which Zorn has always been inspired by, there seems to have been no room, up to now, for Nostradamus and his prophecies: even in the third millennium, unfounded beliefs about modern upheavals and catastrophes survive that the astrologer would have been able to interpret and predict by observing celestial bodies. But the interest of the New York composer is, as always, purely literary and imaginative, as well as a newfound pretext for the avantgarde jazz and metal forays of the Simulacrum trio, already the protagonist of eight other thematic projects, the latest of which was the suite Baphomet (2020), entitled to the homonymous figure of pagan occultism idolized by the Templar Knights.

Consolidated beyond any reasonable doubt, the line-up of John Medeski (organ), Kenny Grohowski (drums) and Matt Hollenberg (guitar) can feed their fill of Zorn’s thematic ideas who, in recent years, seems to have elected them as supreme champions of his roster. Even in these ten pieces, however, no surprise is reserved for the listener, in the usual alternation of airy or darkly enigmatic lento sections and sudden surges borrowed from the more technical and totalist fringes of the “heavy” scene, of which Hollenberg and Grohowski are two illustrious exponents – respectively as members of Clerics and Imperial Triumphant.

It would be nice to tell a bit more about it all, but while Zorn’s production already averages about eight albums a year, the return in such short term of the same group cannot really arouse the interest that the high profile of the musicians would have otherwise guaranteed: their complicity and virtuosic display are as irrefutable as their ordinariness in the vast program of releases under the Tzadik label.


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Meditations on the Tarot

Brian Marsella Trio
Tzadik, 2021 | avant-jazz

Dopo il vertiginoso dittico di Calculus (2020), il trio del pianista virtuoso Brian Marsella con Trevor Dunn (contrabbasso) e Kenny Wollesen (batteria) torna al servizio di un progetto avviato con The Hierophant (2019), interpretando tredici nuove images musicali ispirate alle carte dei tarocchi, una tra le innumerevoli manifestazioni dell’occulto che popolano l’universo creativo di John Zorn. Gli arcani soggetti, ovviamente, non sono altro che il pretesto per avventurarsi in un ulteriore esercizio di eclettismo estremo, sfidando deliberatamente le abilità dei tre fidati strumentisti, che si dimostrano a loro perfetto agio in qualunque tempo e registro sia loro richiesto dalle partiture.

Gli occasionali abbandoni a una vena jazz relativamente più “classica” sono un ben accetto diversivo per controbilanciare gli impetuosi tour de force architettati dal maverick newyorkese: in questi frangenti più distesi – gli unici che si possano a ragione definire “meditazioni” – l’interplay di Marsella e soci arriva a sfiorare la grazia della leggendaria triade Jarrett / Peacock / DeJohnette (“The Sun”, “The Emperor”). Per il resto, l’ipercinetico atonalismo rimane il divertimento favorito dell’autore e, paradossalmente, la veste più comoda per gli inscalfibili interpreti, autentici mastini dell’improvvisazione avant-jazz oltre che pluriennali voci dell’eccentrica opera zorniana.

Difficile però entusiasmarsi per l’ennesima iterazione di una formula che, con variazioni minime, si è espressa in una pletora di analoghi progetti, inclusa la longeva epopea del ‘Book of Angels’. Se non altro, mazzo alla mano, si direbbe che anche il capitolo dei tarocchi sia giunto al termine con questo lotto di scarsa originalità stilistica, confirmatio non petita dei talenti riuniti in questo pirotecnico trio da camera.


After the dizzying diptych of Calculus (2020), the trio of virtuoso pianist Brian Marsella together with Trevor Dunn (double bass) and Kenny Wollesen (drums) returns in service of a project that started with The Hierophant (2019), interpreting thirteen new musical images inspired by the tarot cards, one of the countless manifestations of the occult that populate John Zorn’s creative universe. The arcane subjects, of course, are nothing more than the pretext for venturing into yet another exercise of extreme eclecticism, deliberately challenging the skills of the three trusted instrumentalists, all of whom prove to be perfectly at ease in any tempo and register required of them by the scores.

The occasional surrender to a relatively more “classical” jazz vein is a welcome diversion to counterbalance the impetuous tours de force concocted by the New York maverick: in these more relaxed situations – the only ones that may be rightfully called “meditations” – the interplay of Marsella and associates almost reaches the grace of the legendary Jarrett / Peacock / DeJohnette triad (“The Sun”, “The Emperor”). As for the rest, a hyperkinetic atonalism remains the author’s favorite entertainment and, paradoxically, the most comfortable garment for the unshakable performers, authentic mastiffs of avant-jazz improvisation as well as pluriennial voices of Zorn’s eccentric oeuvre.

It proves difficult, however, to get excited about the umpteenth iteration of a formula which, with minimal variations, has been expressed in a plethora of similar projects, including the long-lived ‘Book of Angels’ epic. If nothing else, deck in hand, it would seem that also the tarot cards chapter has come to an end with this batch of poor stylistic originality, a confirmatio non petita of the talents gathered in this pyrotechnic chamber trio.


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New Masada Quartet

Tzadik, 2021 | klezmer-jazz

In un’annata sostanzialmente interlocutoria, costellata di superflue riproposizioni, la prima discografica del quartetto Masada “2.0” non può considerarsi una vera eccezione, senonché mancava da troppo tempo un normale set di improvvisazioni klezmer-jazz alla maniera del songbook edito in dieci volumi nel corso degli anni 90. Né si può affermare che il sound dell’assetto attuale offra soltanto qualche nostalgico déja-vu: cambiando tre elementi su quattro – con il sax alto di Zorn sempre in prima fila – l’identità della formazione ne risulta trasformata in modo considerevole, con un alleggerimento dell’artiglieria strumentale che apre il verbo zorniano a un più delicato lirismo.

Avvalendosi di Julian Lage (chitarra), Jorge Roeder (contrabbasso) e l’apparentemente irrinunciabile percussionista Kenny Wollesen alla batteria, il vulcanico compositore torna volentieri su alcuni dei suoi tunes più datati: temi che in precedenza hanno trovato espressione anche con gruppi come Bar Kokhba, Masada Guitars e varie incarnazioni confluite nel monumentale ‘Book of Angels’, e che anche in questa sede non mancano di produrre momenti di notevole intesa e grazia performativa.
Oltre all’infuocato presto di “Hath Arob” – tra i numeri più canonici del repertorio –, a distinguersi per distacco sono proprio gli episodi più posati e meditativi, il volto malinconico della tradizione ebraica che Zorn ha reinventato nel corso di tutta una vita. Dovendo scegliere soltanto un passaggio di immediata catarsi sarebbe “Kedushah”, impreziosita in apertura da una suadente trama di chitarra e, al cuore del brano, da un assolo di basso di rara pregnanza.

In generale, nonostante la registrazione sia avvenuta nello studio di Bill Laswell, sembra prevalere un’atmosfera da concerto in un jazz club di vecchi amici, dove tra gli squilli e i caotici vagiti del sassofono Zorn dirige il gruppo con evidente entusiasmo – forse anche per la relativa rarità del suo coinvolgimento in prima persona su disco. Nel panorama Tzadik, infine, New Masada Quartet va presa come l’occasione per un ascolto tendenzialmente più rilassato, intriso com’è di suggestioni sfumate che altrove vengono sacrificate in favore di complessità strutturali e virtuosismi talvolta eccessivi. E dunque bentornati, Masada!


In a substantially interlocutory year, studded with superfluous repetitions, the recording premiere of the Masada quartet “2.0” can’t be regarded as a real exception, except that for too long had been missing a normal set of klezmer-jazz improvisations in the manner of the 10-volume songbook released during the Nineties. Nor can it be said that the sound of the current set-up offers only some nostalgic déja-vu: by changing three elements out of four – with Zorn’s alto sax always in the front row – the identity of the line-up is considerably transformed, with a lightening of the instrumental artillery that opens Zorn’s verbum to a more delicate lyricism.

Enlisting Julian Lage (guitar), Jorge Roeder (double bass) and the seemingly irrenounceable percussionist Kenny Wollesen on drums, the volcanic composer gladly goes back to some of his older tunes: themes that have previously found expression also with groups such as Bar Kokhba, Masada Guitars and various incarnations brought together in the monumental ‘Book of Angels’, and which here, too, don’t fail to produce moments of remarkable chemistry and performative grace.
In addition to the fiery presto of “Hath Arob” – among the most canonical numbers in the repertoire –, standing out by a long stretch are the more sedate and meditative episodes, the melancholy face of the Jewish tradition that Zorn has reinvented throughout his whole life. If forced to choose a single passage of immediate catharsis it would be “Kedushah”, embellished at the beginning with a charming guitar weaving and, at the heart of the piece, by a bass solo of rare poignancy.

In general, although the recording took place in Bill Laswell’s studio, a concert atmosphere seems to prevail, as found in a jazz club of old friends, where, between the blares and chaotic cries of his saxophone, Zorn conducts the group with marked enthusiasm – perhaps also due to the relative rarity of his first-person involvement on record. Finally, looking at the Tzadik panorama, New Masada Quartet should be taken as an opportunity for a tendentially more relaxed listening, imbued as it is with nuanced suggestions that elsewhere are sacrificed in favor of structural complexity and sometimes excessive virtuosity. And so welcome back, Masada!


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The Ninth Circle – Orpheus In the Underworld

Chaos Magick
Tzadik, 2021 | avant-jazz, fusion

La furia editoriale del deus ex machina Zorn non si arresta e porta a nove i dischi a suo nome pubblicati nell’arco del 2021, e ciò se non si conteggiano i due box delle “Bagatelles”. Prima Simulacrum (Nostradamus: The Death of Satan), poi il trio di Brian Marsella (Meditations on the Tarot), e infine, per chiudere l’anno, la fusione delle parti nel nuovo ensemble Chaos Magick, presentato pochi mesi addietro con l’omonimo album in studio. C’è senz’altro del dantesco nel ‘nono cerchio’ del titolo (e lo conferma il celebre ritratto di Henry James Holiday stampato sul CD), mentre il sottotitolo cita direttamente l’opera buffa di Jacques Offenbach, rutilante commistione di marce orchestrali e can-can. Così anche il re del downtown si può concedere i consueti, repentini cambi di stile e di registro, complice l’estrazione ibrida dei musicisti riuniti nella robusta line-up elettrica.

L’elemento di maggior attrattiva e spinta performativa, specialmente in questo concept, è l’armamentario dell’incontenibile Brian Marsella, che destreggiandosi tra Fender Rhodes, pianoforte e Mellotron può agilmente condurre i suoi sodali nei territori della jazz-fusion e del rock progressivo: la combo con l’organo di John Medeski, poi, diviene cruciale per prodursi in digressioni di cluster dissonanti tali da tener testa ai serrati dialoghi tech-metal di Matt Hollenberg (chitarra) e Kenny Grohowski (batteria), i quali in ogni caso dimostrano ancora una volta di saper facilmente adattarsi a una veste più sobria e sottilmente evocativa.

Pur giungendo al termine di un anno per certi versi esasperante, tra ovvie riconferme ed esercizi di bravura alquanto fini a se stessi, The Ninth Circle è forse la più entusiasmante fra le iterazioni apparse nel corso di questi ultimi mesi: momenti di energia debordante e seducenti introspezioni si equilibrano anche all’interno dei singoli brani, che evitano così di apparire come compartimenti stagni e anzi dimostrano uno sforzo di scrittura decisamente articolato. Una sferzata decisiva all’ascoltatore – sia egli più o meno edotto dei trascorsi zorniani – e un colpo di coda assai ben accetto da parte del fin troppo prolifico maverick newyorkese, dal quale sarebbe ancora lecito aspettarsi molto più coraggio nella sperimentazione di nuove formazioni e commistioni formali.


The editorial fury of the deus ex machina Zorn doesn’t seem to stop, bringing to nine the number of records in his own name published over the course of 2021, not counting the two “Bagatelles” boxsets. First there was Simulacrum (Nostradamus: The Death of Satan), then the Brian Marsella Trio (Meditations on the Tarot), and finally, closing the year, comes the fusion of the parts in the new Chaos Magick ensemble, presented a few months ago with the homonymous studio album. There’s certainly a Dante reference in the title’s ‘ninth circle’ (and further confirmation of this is the famous portrait by Henry James Holiday printed on the CD), while the subtitle directly quotes Jacques Offenbach’s comic opera, a glowing mix of orchestral marches and cancan dances. Thus also the king of downtown can allow himself the usual, sudden changes of style and register, thanks to the hybrid extraction of the musicians gathered in the robust electric line-up.

The element of greater attraction and performative drive, especially in this concept, is the armamentarium of the irrepressible Brian Marsella who, switching between Fender Rhodes, piano and Mellotron, can easily lead his companions into the territories of jazz-fusion and progressive rock: the combo with John Medeski’s organ, then, becomes crucial to produce detours of dissonant clusters such as to cope with the intense tech-metal dialogues of Matt Hollenberg (guitar) and Kenny Grohowski (drums), both of whom, in any case, once again demonstrate their ability in easily adapting to a more sober and subtly evocative guise.

Although arriving at the end of a somewhat exasperating year, between obvious reconfirmations and exercises of skill rather ends in themselves, The Ninth Circle is perhaps the most exciting among the iterations that surfaced in the course of these last months: moments of overwhelming energy and seductive introspections are also balanced within the individual pieces, which thus avoid appearing as watertight compartments and indeed demonstrate a decidedly more articulated writing effort. A decisive boost for the listener – whether he is more or less acquainted with Zorn’s back catalogue – and a very welcome backlash by the all too prolific New York maverick, from whom one would still legitimately expect a much greater courage in experimenting with new line-ups and formal mixings.

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