Taku Sugimoto – Octet

Meenna, 2021
onkyo, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.
(Jorge Luis Borges)

Un lungo e frammentario processo, con una decisiva cesura al cuore del XX secolo, ha condotto le arti ad affrancarsi dalla tirannia della significazione per raggiungere (o riconquistare?) forme espressive più assolute, estetiche della riduzione o dell’eccesso che trascendessero tanto la mimesi con il reale quanto ogni riferimento alla soggettività dell’artefice. Le operazioni di casualità, l’improvvisazione e l’anti-accademismo delle avanguardie, tuttavia, non sono state strade senza ritorno, ma piuttosto le nuove e necessarie fondamenta per l’insediamento di linguaggi puri, autonomi, vie d’accesso privilegiate a una bellezza sconosciuta, fuori dal tempo e dalla storia.


Mi piace pensare che, dopo una vita trascorsa a comporre e interpretare partiture minime, “insignificanti”, l’opera di Taku Sugimoto possa essere riunita in un’unica sinfonia di fragili linee monodiche e punteggiature tonali, una somma delle parti tale da produrre un inaspettato, fulgidissimo tutto (anzi, ‘tutti’) la cui vastità rimanga comunque priva di magniloquenza. Un’immagine neanche tanto improbabile, a giudicare dai brani che il chitarrista giapponese stesso ha concepito sia come pagine per solisti, che come le tessere di un mosaico acustico dalle voci concomitanti: nasce così “Octet”, presentato nell’album a marchio Meenna similmente a una polifonia da camera cui fa seguito la sua rifrazione in morceaux distinti, particelle di quieta introspezione strumentale.

Dall’ermetismo tipico dell’estetica onkyo, della quale è stato tra i pionieri e massimi esponenti, in anni più recenti Sugimoto è andato sviluppando dialoghi e convergenze con le poetiche di Wandelweiser, analoga espressione occidentale di un ritorno all’essenzialità del suono in quanto elemento a sé sufficiente. Così, oltre a collaborare con membri del collettivo internazionale quali Michael Pisaro-Liu, Manfred Werder e Stefan Thut, la sua diafana visione musicale ha raggiunto anche altre figure “satellite” di questo radicale scenario: tra essi i clarinettisti Michiko Ogawa e Sam Dunscombe – al fianco di Sugimoto nei concerti d’improvvisazione documentati in Trios (NCTMMRN, 2020) – su impulso dei quali è stato scritto il qui incluso “Trio for flute, clarinet, and bass clarinet”; una minuta astrazione che, nelle note flebilmente sostenute dai fiati, ricorda piuttosto distintamente l’arcaismo idealizzato di Antoine Beuger, dominio tonale modellato sulle auree geometrie d’epoca medievale e rinascimentale.

In quanto alle pagine per strumenti a corde, a dar prova del loro virtuosismo “verticale” troviamo altri interpreti di rilievo della sperimentazione drone e microtonale: significativa, in particolare, la compresenza di Johnny Chang (viola), Lucy Railton (violoncello) e Fredrik Rasten (chitarra) che, sebbene provengano da differenti retroterra culturali e stilistici, negli scarni pattern di armonici naturali trovano anch’essi la radice comune di un lirismo impalpabile, in punta d’archetto, vividamente presente ancorché prossimo alla sparizione.
I delicati sfioramenti su una sola corda di chitarra concludono il simbolico assottigliamento dell’organico simulato dalla tracklist, sequenza d’ascolto che vale la pena di ripercorrere a ritroso per tornare all’ottetto iniziale, sintesi ponderata e di più ampio respiro dalla quale dopotutto traspare, tanto nei suoni quanto nei silenzi, il profilo nascosto di un umile maestro della composizione contemporanea.


Line-up: Rebecca Lane, flute; Michiko Ogawa, clarinet; Sam Dunscombe, bass clarinet; Johnny Chang, violin (1), viola (5, 6); Catherine Lamb, viola (1); Lucy Railton, cello; Jon Heilbron, contrabass; Fredrik Rasten, guitar

A man sets out to draw the world. As the years go by, he peoples a space with images of provinces, kingdoms, mountains, bays, ships, islands, fishes, rooms, instruments, stars, horses, and individuals. A short time before he dies, he discovers that the patient labyrinth of lines traces the lineaments of his own face.
(Jorge Luis Borges)

A long and fragmented process, with a decisive break at the heart of the twentieth century, led the arts to free themselves from the tyranny of signification in order to attain (or regain?) more absolute expressive forms, aesthetics of reduction or excess that transcended any mimesis with reality as well as any reference to the subjectivity of the author. Chance operations, improvisation and the anti-academicism of the avant-gardes, however, were not one-way roads, but rather the new and necessary foundations for the establishment of pure, autonomous languages, privileged access routes to an unknown beauty, outside of time and history.

I like to think that, after a life spent composing and performing minimal, “insignificant” scores, the work of Taku Sugimoto may be brought together in a single symphony of fragile monodic lines and tonal punctuation, a sum of the parts such as to produce an unexpected, radiant whole (indeed, ‘tutti’) whose vastness nevertheless remains devoid of magniloquence. An image not so unlikely, judging by the pieces that the Japanese guitarist himself conceived both as pages for soloists and as the tiles of an acoustic mosaic with concomitant voices: thus came to be “Octet”, presented on this album by Meenna similarly to a chamber polyphony followed by its refraction in distinct morceaux, particles of quiet instrumental introspection.

From the hermeticism typical of the onkyo aesthetics, of which he was one of the pioneers and leading players, in more recent years Sugimoto has been developing dialogues and convergences with the poetics of Wandelweiser, an analogous Western expression of the return to the essentiality of sound as a self-sufficient element. Thus, in addition to collaborating with members of the international collective such as Michael Pisaro-Liu, Manfred Werder, and Stefan Thut, his diaphanous musical vision also reached other “satellite” figures of this radical scenario: among them clarinetists Michiko Ogawa and Sam Dunscombe – alongside Sugimoto in the improvised concerts documented on Trios (NCTMMRN, 2020) – on whose impulse the hereby included “Trio for flute, clarinet, and bass clarinet” was written; a minute abstraction that, in the notes faintly sustained by the winds, quite distinctly recalls the idealized archaism of Antoine Beuger, a tonal domain modeled on the golden geometries of the Middle Ages and Renaissance.

As for the pages for string instruments, giving proof of their “vertical” virtuosity we find other main exponents of drone and microtonal experimentation: particularly relevant is the compresence of Johnny Chang (viola), Lucy Railton (cello) and Fredrik Rasten (guitar) who, although coming from different cultural and stylistic backgrounds, in the sparse patterns of natural harmonics they, too, find the common root of an impalpable lyricism, on the tip of the bow, vividly present even though close to disappearing.
The delicate brushings on a single guitar string conclude the symbolic thinning of the personnel simulated by the tracklist, a listening sequence that is worth retracing back to the initial octet, a weighted and more wide-ranging synthesis from which, after all, the hidden profile of a humble master of contemporary composition shines through, in its sounds as much as in its silences.

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