Catherine Lamb – Aggregate Forms

JACK Quartet

Kairos, 2021
contemporary classical, microtonal

(ENGLISH TEXT BELOW)

Nel momento in cui le innovazioni emerse dall’ambito della sperimentazione drone e microtonale arrivano a modificare (se non elidere) le forme, gli intenti e i significati della composizione “classica”, si rende sempre più necessaria l’adozione di una nuova tassonomia, al fine di indicare una cesura netta rispetto ai canoni e alle correnti sino ad allora predominanti. Anche presso l’establishment della neue musik, infatti, risulta ormai trasversale il riconoscimento di figure come Alvin Lucier, Phill Niblock ed Éliane Radigue quali maestri di una poetica del suono allo stato puro, numi tutelari di quella che potremmo idealmente definire “composizione fenomenica”.

Ma c’è stato un altro pioniere, meno spesso menzionato, ad aver informato questo tipo di estetica: il vasto contributo teorico di James Tenney (1934–2006) ha rimesso in gioco l’intonazione naturale degli strumenti in luogo del convenzionale temperamento equabile, aprendo la sensibilità contemporanea a lunghi studi e meditazioni attorno alle più inusitate proprietà acustiche. Pervasi da minutissimi effetti di consonanza e dissonanza, i suoi brani avrebbero fortemente influenzato, tra gli altri, l’alunna Catherine Lamb, oggi autrice e interprete di rilievo internazionale – e il suo ingresso nel prestigioso catalogo Kairos ne è la riconferma definitiva.

«Nel corso della mia vita musicale la mia attenzione e i miei filtri si sono spostati in modo tale che, oggi, i costrutti e il linguaggio musicali significhino qualcosa di diverso per me. Verrei bocciata senza pietà a un esame di teoria musicale, perché non riesco più a immaginare come pensare in un linguaggio del genere. Quando compongo, il più delle volte compongo con numeri, e se dispongo qualcosa su un pentagramma ciò proviene da altrove, anche se sono incentrata sulla tonalità, un solo centro tonale si rigenera da sé. In parole povere, 1/2/3 prende il posto di A/B/C.» [1]

Indubbiamente più vicina in spirito alle intenzioni del collettivo Wandelweiser che alla drone strumentale in senso proprio, Lamb struttura le proprie opere su calcoli e geometrie tanto rigorosi nella resa grafica quanto lineari, finanche trasparenti, in quella sonora. Un dominio formale dove la stasi, a dispetto delle apparenze, non è contemplata nemmeno a un livello concettuale, poiché la natura stessa del suono si basa su frequenze irregolari, in costante oscillazione, entro le quali sempre si annidano spostamenti intervallari su scala infinitesimale.
I due imponenti brani presentati dal JACK Quartet in prima registrazione assoluta sono manifestazioni paritetiche di tale ineludibile coscienza, strenui esercizi d’armonia privi d’ogni artificio tecnico o coloritura, vòlti unicamente alla rivelazione fenomenica in rapporto agli strumenti ad arco. La musica, qui, non sembra essere né il mezzo né il fine, quanto l’esito serendipico dell’azione creatrice del suono, materia duttile nella quale vengono lentamente plasmati lo spazio e il tempo della performance.

Proprio al maestro Tenney è dedicato “string quartet (two blooms)” (2009), avente origine da un unisono quasi sussurrato che monta impercettibilmente in enunciazioni più marcate, foriere di battimenti psicoacustici e divergenze timbriche solo in parte prevedibili. E nonostante il brano si ispiri dichiaratamente ai «modelli di crescita cristallina», nell’ascolto attentivo trova riscontro anche la suggestione botanica del sottotitolo: come fusti, stami e petali che si elevano dal suolo secondo le traiettorie segrete del loro essere, le timide concrezioni acustiche degli archi alternano densità e chiarore, proporzione e imperfezione, lungo il fluire pressoché ininterrotto di un’equazione chimica dove l’approccio empirico confuta facilmente la pretesa rigidità dei metodi d’indagine umani.

Occupante la restante porzione del primo CD e l’interezza del secondo, “divisio spiralis” (2019) si attesta tra le sfide più sottilmente ardue del quartetto d’archi contemporaneo: tredici movimenti di varia durata per un totale di quasi cento minuti, dove le accordature microtonali approntate permettono di esplorare gli ipertoni della fondamentale a 10 Hz, frequenza delle onde cerebrali in fase di rilassamento. In breve tempo, infatti, risulta spontaneo abbandonarsi alla prismatica alternanza di tremule altezze complementari, tracciate con grazia e precisione sulle corde senza vibrato.
Soltanto un profano faticherebbe a riconoscere la straordinarietà dell’esecuzione del JACK Quartet, adeso alla provante partitura con l’integrità di «un mulino tibetano regolato da una pazienza celeste», citando la definizione che il critico Mario Bortolotto diede della poetica di Morton Feldman: un dipanarsi non sollecitato di iridescenti figure concentriche che se conserva qualche risvolto drammatico lo fa in maniera del tutto accidentale, sebbene gli ultimi due movimenti appaiano, in effetti, come una sorta di risoluzione tonale, la chiusura putativa di una curva elicoidale che potrebbe altrimenti estendersi indefinitamente.

Lontano dalle leggi e convenzioni della teoria musicale occidentale, Catherine Lamb ritrova l’essenza dell’armonia nella lingua franca e incorrotta del suono acustico, coadiuvata da interpreti di primissimo ordine capaci di porsi in assoluta simbiosi con la sua nitida visione artistica.


[1] Nate Wooley, Interacting Spectra: A Conversation with Cat Lamb, Sound American 20 · The Just Intonation Issue

[Listen on Spotify]

Catherine Lamb


When the innovations that have emerged from the field of drone and microtonal experimentation come to modify (if not elide) the forms, intents, and meanings of “classical” composition, the adoption of a new taxonomy becomes increasingly necessary, in order to indicate a clear break from the canons and currents hitherto predominant. Even among the neue musik establishment, in fact, the recognition of figures such as Alvin Lucier, Phill Niblock, and Éliane Radigue as masters of a poetics of pure sound, the tutelary deities of what we could ideally define “phenomenal composition”, is by now transversal.

But there was another, less often mentioned pioneer who informed this kind of aesthetics: James Tenney’s (1934–2006) vast theoretical contribution brought into play the just intonation of instruments in place of the conventional equal temperament, opening the contemporary sensibility to long studies and meditations on the most unusual acoustical properties. Pervaded by minute effects of consonance and dissonance, his pieces would have strongly influenced, among others, her pupil Catherine Lamb, now an internationally renowned author and performer – and her entry into the prestigious Kairos catalog is definitive confirmation of this.

Over the course of my musical life my focus and filters have shifted such that musical constructs and language mean something different to me now. I would fail horribly at a music theory exam, because I can’t imagine how to think in such a language anymore. When I compose, I am most often composing with numbers, and if I place things on a stave it is coming from another place, even though I am tonally centric, one tonal center regenerates itself. Simply speaking, 1/2/3 takes the place of A/B/C.[1]

Undoubtedly closer in spirit to the purposes of the Wandelweiser collective than to instrumental drone music proper, Lamb structures her works on calculations and geometries as rigorous in their graphic rendering as they are linear, even transparent, in sonic terms. A formal domain where stasis, despite appearances, is not contemplated even at a conceptual level, since the very nature of sound is based on irregular, constantly oscillating frequencies, within which interval shifts on an infinitesimal scale are always nestled.
The two imposing pieces presented by the JACK Quartet in world premiere recording are equal manifestations of this unavoidable awareness, strenuous exercises in harmony devoid of any technical artifice or coloring, aimed solely at phenomenal revelation in relation to string instruments. Music, here, seems to be neither the means nor the end, but rather the serendipitous outcome of the creational action of sound, the ductile material in which the space and time of the performance are slowly molded.

JACK Quartet

To Lamb’s master Tenney himself is dedicated “string quartet (two blooms)” (2009), originating from an almost whispered unison that imperceptibly mounts to more marked utterances, harbingers of psychoacoustic beats and only partly predictable timbral divergences. And although the piece is openly inspired by “crystalline growth patterns”, through attentive listening the botanical suggestion of the subtitle is also reflected: like stems, stamens and petals rising from the ground according to the secret trajectories of their being, the timid acoustic concretions of the strings alternate density and light, proportion and imperfection, along the almost uninterrupted flow of a chemical equation where the empirical approach easily refutes the alleged rigidity of human investigation methods.

Occupying the remaining portion of the first CD and the entirety of the second, “divisio spiralis” (2019) attests itself as one of the most subtly difficult challenges of the contemporary string quartet: thirteen movements of varying lengths for a total of almost one hundred minutes, where the arranged microtonal tunings allow to explore the overtones of the fundamental at 10 Hz, the frequency of brain waves in the phase of relaxation. In a little while, in fact, one is spontaneously led to abandon oneself to the prismatic alternation of tremulous complementary pitches, drawn with grace and precision on the strings without vibrato.
Only a profane would struggle to recognize the extraordinariness of the performance offered by the JACK Quartet, adherent to the trying score with the integrity of “a Tibetan mill governed by heavenly patience”, quoting the definition that critic Mario Bortolotto gave of Morton Feldman’s poetics: an unsolicited unraveling of iridescent concentric figures which, if it retains some dramatic implications, does so in a completely accidental way, although the last two movements appear, in fact, as a sort of tonal resolution, the putative closure of a helical curve that could otherwise extend indefinitely.

Far from the laws and conventions of Western musical theory, Catherine Lamb rediscovers the essence of harmony in the uncorrupted lingua franca of acoustic sound, assisted by top-class interpreters capable of entering in absolute symbiosis with her stark artistic vision.


[1] Nate Wooley, Interacting Spectra: A Conversation with Cat Lamb, Sound American 20 · The Just Intonation Issue

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