Aaron Turner – To Speak

Trost, 2022
drone/noise, experimental

(ENGLISH TEXT BELOW)

Se dovessimo basarci soltanto su alcuni degli esiti più brillanti che la scena sperimentale dell’ultimo decennio ci ha offerto, verrebbe spontaneo credere che l’odierno chitarrista detesti l’identità universalmente riconosciuta del proprio strumento, vero e indiscutibile protagonista del Novecento musicale. Sebbene certi luminari del rock ne avessero già rivelato l’anima più lirica e tormentata, la sei-corde è finita nelle mani dei mediocri come degli eccelsi, degli amatori come dei virtuosi, ma sempre confinata entro un canone relativamente ristretto, poco permeabile all’ibridazione o persino allo stravolgimento della propria natura timbrica.


Indubbiamente la rivoluzione idiomatica della chitarra elettrica passa, tra gli altri, dalla bruciante eredità del compianto Fausto Romitelli, dall’azione “scultorea” di Stephen O’Malley sulle imponenti colonne di distorsioni, così come dall’incedere claudicante e sclerotizzato dei loop di Stian Westerhus: misure espressive drastiche, finanche esasperate, ma che proiettano lo strumento in uno scenario trasfigurato, raggiungendo nuovi equilibri ideali fra tormento ed estasi.
Da questo stesso, fertile humus sorge il terzo album solista di Aaron Turner, già alla testa del gruppo post-metal di culto Isis e, in tempi più recenti, del power trio SUMAC. A tutti gli effetti un lavoro di maniacale composizione in studio, To Speak compendia le innumerabili gradazioni di nero che innervano la poetica del veterano statunitense, forse mai prima d’ora così introspettivo e sfuggente nelle proprie intenzioni.

Un senso di ricercata incompiutezza attraversa le sette tracce di un doppio LP tutt’altro che conciso, invero esondante nella conscia permanenza presso i suoi umbratili stati d’animo. Se l’artificioso dinamismo degli episodi più brevi, le cui corrosive sorgenti audio si rifrangono nello spazio come glitch, lascia immaginare un’opera free-form di immediato coinvolgimento percettivo, il vasto plateau “Wingehaven Decension” gradualmente ci sommerge con una lenta e inarginabile mareggiata di ronzii pulsanti e densi feedback, specchio oscuro nel quale, irrimediabilmente, si riflette la restante porzione dell’album.

Tra la title track e “Granny’s Pendalogue” l’orecchio si fa strada lungo solchi dal peso specifico abnorme, salvo poi trovarsi costretto in vicoli ciechi senza ritorno. Dopo aver dato fondo alle più squassanti bordate elettriche, attraversate da ulteriori rumorismi analogici, sulla lunga durata Turner sembra davvero voler avvicinare una forma surrogata di quiete: i gesti si rarefanno, certi livelli sonori divengono quasi sottocutanei, note desolate risuonano lungamente in un vuoto che, per effetto di accumulazione, appare ora come una mappa astrale prospettica, un oceano di silenzio assordante. Ecco sino a quali limiti estremi To Speak può condurre la mente e lo spirito.


Had one to rely exclusively on some of the most brilliant outcomes that the experimental scene has offered us over the last decade, it would be safe to assume that today’s guitarist hates the universally recognized identity of his instrument, the true and indisputable protagonist of 20th-century music. Although certain luminaries of rock had already revealed its most lyrical and tormented soul, the six-string ended up in the hands of the mediocre as well as the lofty, of amateurs as of virtuosos, but always confined within a relatively narrow canon, not very permeable to the hybridization or even the disruption of its timbral nature.

Undoubtedly, the idiomatic revolution of the electric guitar passes, among others, through the burning legacy of the late Fausto Romitelli, Stephen O’Malley’s “sculptural” action on imposing columns of distortions, as well as the plodding and sclerotic gait of Stian Westerhus’ loops: drastic, even exasperated expressive measures, but which project the instrument into a transfigured scenario, reaching new ideal balances between torment and ecstasy.
From this same fertile humus arises the third solo album by Aaron Turner, formerly at the head of post-metal cult band Isis and, more recently, of the power trio SUMAC. To all intents and purposes a work of maniacal composition in the studio, To Speak compendiates the innumerable shades of black that innervate the poetics of the American veteran, perhaps never before so introspective and elusive in his intentions.

A sense of studied unfinishedness runs through the seven tracks of a double LP that is anything but concise, indeed overflowing in its conscious lingering within its own shadowy moods. If the artful dynamism of the shorter episodes, whose corrosive audio sources refract in space like glitches, could make it seem like a free-form work of immediate perceptive involvement, the vast plateau of “Wingehaven Decension” gradually overwhelms us with a slow and unrestrainable swell of pulsating hums and dense feedback, a dark mirror in which the entire last third of the album will be inevitably reflected.

Between the title track and “Granny’s Pendalogue” the ear makes its way along furrows of an abnormal specific weight, only to find itself constrained into dead ends with no return. After having unleashed the most earthshaking electric bursts, crossed by further analog noises, on longer durations Turner really seems determined to approach a surrogate form of quiet: the gestures become rarefied, certain levels of sound become almost subcutaneous, desolate notes long resonate in a void which, by way of accumulation, appears now as a perspectival astral map, an ocean of deafening silence. Here’s to what extreme limits To Speak can lead the mind and spirit.

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