Alec Goldfarb – What Grieves Frenzy Drown’d

SCRIPTS, 2022
contemporary classical, chamber music

(ENGLISH TEXT BELOW)

Si è detto più volte di un deciso riavvicinamento al suono acustico, il cui potenziale, se si dimostra sufficiente dedizione e sprezzo dell’accademismo, può addirittura eguagliare le conquiste fatte nel campo dell’ibridazione elettronica. Ma a molti nuovi compositori il termine di paragone non interessa affatto, poiché gli strumenti classici portano con loro una storia segreta ancora da scrivere, rivelata attraverso tecniche inesplorate tali da stravolgerne l’identità storicamente consolidata.

Alec Goldfarb afferisce a una generazione di autori e interpreti avventurosi che non fanno alcun affidamento sulle conquiste dei loro predecessori: per i suddetti, ogni atto creativo deve in qualche modo esistere di per sé stesso, come la travagliata incarnazione di una natura sonorum intrinsecamente plurale e impossibile a tipizzarsi, realmente viva soltanto nella transitorietà dell’attimo presente in cui si manifesta con furiosa urgenza.
Qui, assieme a tre altrettanto valorosi solisti, il giovane rampante residente a Brooklyn giunge a compilare un primo portrait album che ne rispecchi l’animo metamorfico, “scapigliato” – benché limitato per elezione all’ambito degli strumenti a corde –, l’obliqua e indefessa ricerca formale che soltanto nella tangibilità del gesto sonoro, e dunque nel tocco, diviene espressione pregnante.


Ma tale indole non potrebbe tradursi in brani più diversi tra loro: e nemmeno si tratta di puri esercizi di stile, quanto del frutto di una connessione profonda con la voce propria di ciascuna singolarità timbrica e performativa, dell’oggetto e del soggetto come elementi paritari di un connubio in alcun modo replicabile. Ne sarebbe prova sufficiente “Glos(s)a”, tellurica reimmaginazione di un contrabbasso (Mat Muntz) il cui potenziale deflagra in una polifonia di ruvide compresenze di ipertoni e glissandi allucinati, estremi contrasti di registro e violente stoccate percussive; sedici minuti la cui incompromissoria alterità non si affievolisce nemmeno nella seconda metà eseguita in pizzicato, trionfo del sensuale ed umanissimo contatto che le traiettorie delle mani stabiliscono tra le corde e il legno.

Nessun vero padre spirituale, dicevamo: ma le armonie oblique e irrisolte del brano titolare, interpretato dallo stesso Goldfarb, rendono semmai evidente il suo rivolgimento a tradizioni musicali non del tutto codificate, all’Oriente che contempla ogni possibile gradazione tra un tono e l’altro. Dalla chitarra amplificata e riverberata si dipana un canto apparentemente privo di nuclei stabili, poggiante unicamente sui fragili motivi che, come per mitosi, vanno espandendosi e sdoppiandosi in vibranti variazioni con arpeggi e trilli nervosi, accordi irregolari e punteggiature randomiche.

Ciò non impedisce a Goldfarb di giungere per vie traverse, specialmente negli ultimi due brani, a certe soluzioni formali che si distinsero nettamente nel panorama del secondo Novecento europeo. Così nei lamenti e stridori del violino di Marina Kifferstein – membro stabile del TAK Ensemble – paiono echeggiare i ‘capricci’ di Sciarrino quanto lo scrutare a fondo del più inquieto spettralismo; ma la cruda poetica di “movements of words and letters, errors of everyday life” trova tangenze anche con quelle figure d’oltreoceano che sono riuscite a rinnegare l’autorialità in favore di una pura fenomenologia acustica, dal pioniere James Tenney al Jim O’Rourke della maturità, del quale ritornano i vocalizzi consonanti alle tenui linee tonali dello strumento.

Ma è riservato al finale l’episodio più difforme ed enigmatica del lotto: già dal suo titolo perentorio, “No reading if this were ever sounded” si annuncia come una meta-partitura nelle cui maglie si intersecano azione e pensiero concettuale, la presa diretta si confonde con registrazioni estranee che rimarcano laconicamente le volontà emerse nel corso del processo creativo di Goldfarb. Con incedere erratico la viola (Carrie Frey) avanza verso un ‘presto delirando’ al cui vertice si alternano motivi circolari di assurda affilatezza, lancinanti ostinati che, come la voce umana e il suo simulacro incorporeo, risultano confinati in una cosciente incomunicabilità ma ai quali, tuttavia, rimane il diritto di affermare con irruenza la propria dignità di esistere e di permeare lo spazio acustico.

Mosso dall’insaziabile desiderio di divenire continuamente altro, Alec Goldfarb spalanca le porte del suo universo sonoro con un album niente meno che folgorante, un atto di forza che sfida la percezione negando ogni velleità descrittiva, affidato all’aura catartica e incorruttibile di un momento performativo vissuto in pienezza assoluta. È il miglior esempio possibile di quale valido contributo la nuova generazione può offrire in una prospettiva evolutiva per il XXI secolo.


Personnel: Marina Kifferstein, violin; Carrie Frey, viola; Mat Muntz, double bass; Alec Goldfarb, guitar


We have spoken several times of a decisive rapprochement with acoustic sound, whose potential, if sufficient dedication and disdain for academicism is shown, can even equal the achievements made in the field of electronic hybridization. But many new composers have no interest at all in such a comparison, since classical instruments carry with them a secret history yet to be written, revealed through unexplored techniques such as to distort their historically consolidated identity.

Alec Goldfarb belongs to a generation of adventurous authors and performers who do not rely on the achievements of their predecessors: for the aforementioned, every creative act must somehow exist on its own, as the troubled incarnation of a natura sonorum intrinsically plural and impossible to tipify, truly alive only in the transience of the present moment in which it manifests itself with furious urgency.
Here, together with three equally valiant soloists, the young, Brooklyn-based rampant compiles a first portrait album that reflects his metamorphic, “disheveled” soul – although by choice limited to the field of string instruments –, the oblique and untiring formal research that only in the tangibility of the sonic gesture, hence in the touch, may become pregnant expression.

Yet this temperament could not translate into pieces more different from one another: nor are they pure exercises in style, but rather the result of a profound connection with the voice proper to each timbral and performative singularity, object and subject as the equal elements of a blend in no way replicable. Sufficient proof of this would be “Glos(s)a”, the telluric reimagination of a double bass (Mat Muntz) whose potential deflagrates in a polyphony of a rough coexistence of hallucinated overtones and glissandi, extreme register contrasts and violent percussive thrusts; sixteen minutes whose uncompromising alterity doesn’t fade even in the second half played in pizzicato, the triumph of the sensual and very human contact that the hand trajectories establish between the strings and the wood.

No true spiritual father, we said: but, if anything, what’s made evident by the oblique and unresolved harmonies of the titular piece, interpreted by Goldfarb himself, is his turning to musical traditions not entirely codified, to the East which contemplates every possible gradient between tones. From the amplified and reverberated guitar unravels a song apparently devoid of stable nuclei, resting solely on the fragile motifs which, as if through mitosis, go on to expand and double in vibrant variations with nervous arpeggios and trills, irregular chords and random punctuation.

This does not prevent Goldfarb from arriving by cross roads, especially in the last two passages, at certain formal solutions that starkly distinguish themselves in the panorama of the second half of the 20th century in Europe. Thus in the moans and screeches of Marina Kifferstein’s violin – a core member of the TAK Ensemble – Sciarrino’s ‘capricci’ seem to echo as much as the deep scanning of the most unquiet spectralism; but the crude poetics of “movements of words and letters, errors of everyday life” also find some tangencies with those overseas figures who have managed to deny authorship in favor of a pure acoustic phenomenology, from pioneer James Tenney to mature Jim O’Rourke, of whom return here the vocalizations consonant to the soft tonal lines of the instrument.

But the most dissimilar and enigmatic episode of the lot is reserved for the finale: already from its peremptory title, “No reading if this were ever sounded” announces itself as a meta-score in which action and conceptual thought intersect, the live playing blurs with extraneous recordings that laconically underline the intentions that emerged during Goldfarb’s creative process. With an erratic gait the viola (Carrie Frey) advances towards a ‘presto delirando’ at the top of which circular motifs of absurd sharpness alternate, piercing ostinatos which, like the human voice and its incorporeal simulacrum, are confined in a conscious incommunicability but to which, however, remains the right to impetuously affirm their dignity to exist and to permeate the acoustic space.

Driven by the insatiable desire to continually become something else, Alec Goldfarb opens the doors of his sonic universe with an album that is nothing less than dazzling, an act of force that challenges perception denying any descriptive pretensions, entrusted as it is to the cathartic and incorruptible aura of a performative moment lived to the fullest. It is the best possible example of what valuable contribution the new generation can make in an evolutionary perspective for the 21st century.

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