Fredrik Rasten – Svevning

INSUB, 2021
minimalism, microtonal

(ENGLISH TEXT BELOW)

Le forme della ritualità sembrano connaturate alla pratica artistica del chitarrista Fredrik Rasten, attivo da poco più di un lustro sulla scena sperimentale norvegese ed europea ma già distintosi per la sua limpida poetica minimale, fondata su una profonda attenzione ai caratteri interstiziali del suono acustico, alle sue graduali modificazioni in rapporto allo spazio e alla ripetizione differente di cellule motiviche.
Ne fu il manifesto, in un certo senso, il primo album-performance a proprio nome: la danza circolare di Six Moving Guitars (Sofa, 2019) segnava il suo ingresso – letteralmente in punta di piedi – tra le file di uno sperimentalismo gentile, intonato al ritmo del battito cardiaco e della ponderazione, dimentico di qualunque sovrastruttura che non pertenga alla sfera (individuale o collettiva) del suono puro.


I due atti speculari di Svevning non sono altro che il grado zero, il distillato di ciò che la sensibilità di Rasten aveva lasciato affiorare sin dagli esordi: una chitarra acustica come scrigno di vibrazioni e risonanze complementari, regolata con la stessa cura e pazienza che un orologiaio dedicherebbe a un’antica pendola, al fine di attraversare, un gesto dopo l’altro, il suo intero spettro timbrico e tonale. Il pizzicato e la scordatura, talvolta accompagnati da un’assonanza vocale discreta, sono le sole modalità di intervento sul corpo inerte dello strumento, producendo armonie in apparenza irregolari ma che, con l’avanzare dei minuti, si rivelano essere coerenti permutazioni entro il medesimo dominio cromatico.

Con estrema lucidità Rasten si adopera in questa vasta tessitura temporale, i cui rintocchi – siano essi nitidi o smorzati con armonici naturali – si intersecano in battimenti psicoacustici appena percettibili, sottili increspature sull’aurale superficie del suono. Una risacca sospinta dalle correnti di un perpetuo mutare, come nelle suite pianistiche di Melaine Dalibert o, ancor prima, del pioniere dimenticato Dennis Johnson, il quale avrebbe ispirato l’utopica e trascendentale ‘Dream House’ di La Monte Young e Marian Zazeela.

Se nella prima iterazione di “Svevning” le sequenze arpeggiate rispondono a una rigorosa geometria lineare, soggetta a slittamenti microtonali di cosciente lentezza, nella seconda il flusso assume un ritmo più sostenuto ed esibisce con maggior evidenza la dinamica delle corde strette o allentate di volta in volta: uno smussamento degli angoli che induce a immaginare una sorta di “cerchiatura del quadrato”, un compimento altrettanto esatto dell’imperturbabile visione infra-musicale di Fredrik Rasten.

The forms of rituality seem to be inherent to the artistic practice of guitarist Fredrik Rasten, who has been active for little over five years on the Norwegian and European experimental scene but already distinguished himself for his limpid minimal poetics, based on a profound attention to the interstitial characters of acoustic sound, to its gradual mutations in relation to space and to the different repetition of motivic cells. 
Acting as a kind of manifesto was the first album/performance in his own name: the circular dance of Six Moving Guitars (Sofa, 2019) marked his entrance – literally on tiptoe – into the ranks of a gentle experimentalism, attuned to the rhythm of the heartbeat and of ponderation, oblivious to any superstructure that does not pertain to the sphere (both individual and collective) of pure sound.

The two specular acts of Svevning are nothing more than the zero degree, the distillation of what Rasten’s sensitivity had let emerge from the very beginning: an acoustic guitar as a treasure trove of complementary vibrations and resonances, adjusted with the same care and patience that a watchmaker would dedicate to an ancient clock, in order to cross, one gesture after another, its entire timbral and tonal spectrum. Pizzicato and scordatura, sometimes accompanied by a discreet vocal assonance, are the only modalities of intervention on the instrument’s inert body, producing apparently irregular harmonies which however, as the minutes advance, turn out to be coherent permutations within the same chromatic domain.

With extreme clarity Rasten weaves this vast temporal texture, whose strokes – whether clear or muted within natural harmonics – intersect in barely perceptible psychoacoustic beatings, subtle ripples on the aural surface of sound. An undertow propelled by the currents of a perpetual change, as in the piano suites of Melaine Dalibert or, even earlier, of the forgotten pioneer Dennis Johnson, who would have inspired La Monte Young and Marian Zazeela’s utopian, transcendental ‘Dream House’.

If on the first iteration of “Svevning” the arpeggiated sequences respond to a rigorous linear geometry, subject to microtonal shifts of conscious slowness, on the second the flow instead takes on a more sustained rhythm and shows with greater evidence the alternating dynamics of tightening and loosening of the strings: a smoothing of the corners that leads one to imagine a sort of “circling of the square”, an equally exact fulfillment of Fredrik Rasten’s imperturbable intra-musical vision.

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