Michael Pisaro-Liu: Tombstones

Barbara Dang & Muzzix

elsewhere, 2021
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Nel panorama dei compositori afferenti al collettivo Wandelweiser, Michael Pisaro-Liu rimane probabilmente il più versatile e imprevedibile: ciò a motivo del fatto che, laddove quasi tutti hanno finito per racchiudere la loro estetica entro un insieme di soluzioni espressive ben riconoscibili, lo sperimentatore americano non si sazia mai di espedienti formali che lo portino lontano dalle sue conoscenze pregresse, e che spesso gliene offrano di nuove e inattese. Accade così che ciascun progetto appaia realmente inedito e che diventi perciò una sorta di unicum, una singolarità creativa difficilmente raffrontabile a quelle che l’hanno preceduta.


Ciò lo si deve, evidentemente, alla vocazione di “organizzatore di suoni”, concezione estesa del compositore classico introdotta dapprima da Edgard Varèse e in seguito abbracciata totalmente, su tutti, da John Cage: un riferimento incrollabile per i membri di Wandelweiser che, tuttavia, ne hanno saputo perpetuare l’eredità in una prospettiva più “fredda” e lineare, sedimentata in un linguaggio di armonie essenziali e densi spazi bianchi.
Nonostante le numerose deviazioni nei territori dell’elettroacustica, del collage sonoro e del field recording, Pisaro-Liu non ha mancato di prender parte all’ancora giovane etichetta elsewhere con opere da camera che ne rispecchiassero la linea editoriale predominante, testimone dei nuovi canoni – per quanto flessibili e sfaccettati – della composizione d’avanguardia radicale.

Un inusuale ensemble misto, come forse potrebbe apparirci in sogno, all’ascolto si rivela sorprendentemente equilibrato e utile ad apportare timbri suadenti quanto delicati nell’abbozzare lo scenario chiaroscurale del recital tematico “Tombstones”, già edito in un precedente LP a marchio Human Ear Music, nel 2012, con la partecipazione tra gli altri dell’allora emergente Julia Holter.
Le voci sommesse del soprano e degli strumenti di varia ascendenza – dal contrabbasso alla tromba, dalle chitarre classiche alla batteria – non sono il coro di una pietosa Spoon River, bensì il dispositivo lirico di una fuga dalla significazione avente origine in brevi passaggi estrapolati da brani preesistenti, cellule asemantiche attorno alle quali Pisaro-Liu traccia campiture e minuti eventi sonori aperti a una nuova e più libera significazione interiore.

Attraverso undici episodi si dispiega così una sorta di monodramma al rallentatore, elegia del frammento musicale sospeso, cristallizzato e assurto a composizione autonoma. E se di limbo si tratta – a metà strada fra reale e immaginario, terreno e iperuranico – allora non apparirà di certo peregrino il raffronto con le visioni edeniche di Mark Hollis, le necessarie battute finali che anticipano la richiusura in un silenzio tanto pregnante quanto definitivo.
La valenza politica di alcuni dei testi originari è irrimediabilmente dispersa, nonostante l’intento di Pisaro-Liu sia proprio quello di sfidarli alla sopravvivenza in una nuova veste espressiva, tanto asciutta ed ermetica a un livello formale quanto toccante nel suo obliquo vagheggiare tra le maglie di un’oscurità profonda eppure accogliente, luogo di una più intima interrogazione su ciò che il linguaggio musicale e verbale sono realmente in grado di veicolare.

What did you say?
I didn’t say anything
You never say anything, no
But you keep coming back to it

“Tombstones” non svela in alcun modo il suo persistente enigma, ma si dà piuttosto come asserzione sibillina e perciò stesso inconfutabile: a queste isole di inebriante alterità narrativa si approda soltanto previa rinuncia a ogni comune meccanismo interpretativo; uno stato di vigile dormiveglia, in particolar modo, può aprire le porte a un orizzonte esperienziale nel quale ogni istanza sonora risulti non soltanto coerente, ma addirittura indivisibile dal paesaggio circostante. Col nuovo millennio, dai semi del caso è tornata a germogliare la poesia.


Line-up: Barbara Dang, piano, vocals, cymbal; Yoann Bellefont, double bass, synthesizer; Ivann Cruz, guitar, vocals; Raphaël Godeau, guitar, voice; Peter Orins; drums, spoken word, objects; Christian Pruvost, trumpet, vocals; Maryline Pruvost, vocals, hand clapping

In the panorama of composers taking part in the Wandelweiser collective, Michael Pisaro-Liu probably remains the most versatile and unpredictable: this is due to the fact that, where almost everyone else has ended up enclosing their aesthetics within a set of well recognizable expressive solutions, the American experimentalist doesn’t seem to get enough of formal expedients that may take him far from his previous knowledge, and that often offer him new and unexpected ones. It thus happens that each project appears truly new and therefore ends up becoming a sort of unicum, a creative singularity hardly comparable to those preceding it.

This is evidently due to his vocation of “organizer of sound”, an extended conception of the classical composer that was first introduced by Edgard Varèse and then totally embraced, above all, by John Cage: the latter remains an unshakable reference for the members of Wandelweiser who, however, were able to perpetuate his legacy in a more “cold” and linear perspective, rooted in a language of essential harmonies and dense white spaces.
Despite his numerous deviations in the domains of electroacoustics, sound collage and field recording, Pisaro-Liu didn’t fail to take part in the still young label elsewhere with chamber works that reflected its predominant editorial line, a witness of the new canons – however flexible and multifaceted – of radical avant-garde composition.

An unusual mixed ensemble, as it might perhaps appear to one in a dream, when it comes to listening turns out to be surprisingly balanced and prone to offer suave and delicate timbres in sketching the chiaroscuro scenery of the thematic recital “Tombstones”, already released on a previous LP by Human Ear Music, in 2012, featuring among others a then emerging Julia Holter.
The subdued voices of the soprano and instruments of various ancestry – from double bass to trumpet, from classical guitars to drums – are not the chorus of a pitiful Spoon River, but rather the lyrical device of an escape from signification originating in short excerpts from pre-existing musical pieces, non-semantic cells around which Pisaro-Liu outlines textures and tiny sound events open to a new and freer inner signification.

Through these eleven episodes a sort of monodrama in slow motion unfolds, an elegy of the suspended musical fragment, crystallized and elevated to autonomous composition. And if it were in fact a limbo – halfway between real and imaginary, earthly and hyperuranic – then the comparison with the Edenic visions of Mark Hollis wouldn’t certainly appear strange, those necessary final bars that anticipate the closing in a silence as pregnant as it is definitive.
The political value of some of the original texts is irretrievably dispersed, although Pisaro-Liu’s intent is precisely to challenge them to survive in a new expressive guise, as dry and hermetic on a formal level as it is touching in its oblique wandering among the meshes of a thick yet welcoming darkness, a place for a more intimate questioning of what musical and verbal language can actually convey.

What did you say?
I didn’t say anything
You never say anything, no
But you keep coming back to it

In no way “Tombstones” reveals its persistent enigma, and instead gives itself as a sibylline and therefore irrefutable assertion: these islands of inebriating narrative otherness can only be landed on after renouncing any common mechanism of interpretation; a state of vigilant semi-sleep, in particular, may open the doors to an experiential horizon in which every sound instance is not only coherent, but even indivisible from the surrounding landscape. With the new millennium, poetry has once again sprouted from the seeds of chance.

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