Weekly Recs | 2020/18

Klara Lewis – Ingrid (Editions Mego, 2020)

Anthony Braxton & Jacqueline Kerrod – Duo (Bologna) 2018 (I dischi di AngelicA, 2020)

Brutter – Montreuil Beats (2020)



Klara Lewis – Ingrid

Editions Mego, 2020 | ambient/drone

Inclusa sin dagli esordi nel catalogo Editions Mego, la produzione di Klara Lewis sembra aver progressivamente dato sfogo a pulsioni sottocutanee e subcoscienti, inseguendo un flusso atto a trasportare l’ascoltatore in una dimensione puramente emozionale. Ingrid non somiglia a nulla di quanto fatto sinora dall’artista svedese, ma è forse la sintesi più pregnante del suo immaginario sonoro, fortemente radicato nelle suggestioni del cinema d’autore e dunque spontaneamente improntato al formato audiovisivo. 

Un filo sottile tiene uniti i rimandi tematici sottesi a questi intensi venti minuti, una suite in sé conchiusa e riversata su una sola facciata di Lp. Le immagini proiettate durante il live set riconfermano il legame del nome Ingrid con la diva Bergman (connazionale per nascita) così come appare nell’introspettivo capolavoro “Sinfonia d’autunno” [“Höstsonaten”, 1978].
Il frammento per violoncello che costituisce il singolo loop del brano rimanda a sua volta all’utilizzo catartico delle suite di Bach lungo tutta la filmografia di Ingmar Bergman, e in particolare alla forma della ‘Sarabanda’ che titolerà anche il suo testamento autoriale. 

Il lamento basso dell’arco si presenta già rallentato nell’esposizione iniziale del tema, accentuandone così il carattere solenne e quasi funereo: a meno di un minuto si compie un’inversione, la registrazione si ripiega su se stessa ed entra in ripetizione, come rifugiandosi nel suo stesso incedere ondivago, tra le maglie di un fulgido passato che altrimenti andrebbe perduto, sfuggendoci dalle dita.
Sette secondi proiettati all’infinito divengono un’elegia maestosa che, diversamente dai ‘Disintegration Loops’ di Basinski, non si dissolve per naturale decadimento e anzi si alimenta per mezzo di un’accumulazione saturante: le sue estremità si inaspriscono sotto l’influsso di una distorsione vieppiù divorante ma che da ultimo allenta la presa, lasciando che la frase originaria torni brevemente a risplendere come argento vivo.

L’esperienza del dolore filtrata dal tempo ne lascia emergere lo splendore nascosto: la diretta percezione sensoriale scivola e si disperde nel segreto della mente, si astrae totalmente tramutandosi in catarsi. Così torna a manifestarsi il potere sublimante della sound art di Klara Lewis, ormai una figura di rilievo primario nel panorama dell’elettronica contemporanea.

Included in the Editions Mego catalogue right from the start, Klara Lewis’ production seems to have progressively given vent to subcutaneous and subconscious impulses, pursuing a flow capable of transporting the listener to a purely emotional dimension. Ingrid resembles nothing of what the Swedish artist has done so far, but is perhaps the most meaningful synthesis of her sonic imagery, strongly rooted in the suggestions of auteur cinema and therefore spontaneously based on audiovisual formats.

A thin thread holds together the thematic references underlying these intense twenty minutes, a self-enclosed suite occupying just one side of an Lp. The pictures projected during the live set reconfirm the link between the name Ingrid and the diva Bergman (a compatriot by birth) as she appears in the introspective masterpiece “Autumn Sonata” [“Höstsonaten”, 1978]. The cello fragment that constitutes the single loop of the piece refers in turn to the cathartic use of Bach’s suites throughout Ingmar Bergman’s filmography, and in particular to the form of the ‘Sarabande’ which will also provide the title of his authorial testament.
The low lament of the string instrument is already slowed down in the initial presentation of the theme, thus accentuating its solemn and almost funeral character: in less than a minute an inversion takes place, the registration folds back on itself and enters into repetition, as if taking refuge in its own unsteady gait, among the meshes of an effulgent past that would otherwise be lost, slipping through our fingers. 
Seven seconds projected to infinity become a majestic elegy that, unlike Basinski’s ‘Disintegration Loops’, does not dissolve by natural decay and indeed is alimented by means of a saturating accumulation: its ends are exacerbated under the influence of an increasingly devouring distortion which ultimately loosens its grip, letting the original phrase briefly return to shine like quicksilver.

The experience of grief filtered by time lets its hidden splendor emerge: the direct sensory perception glides and disperses into the secret of the mind, is totally abstracted while turning into catharsis. Here’s how the sublimating power of Klara Lewis’s sound art manifests itself, confirming her as a primary figure on the contemporary electronics scene.


Anthony Braxton & Jacqueline Kerrod – Duo (Bologna) 2018

I dischi di AngelicA, 2020 | avantgarde


Come si è già detto in precedenza, dobbiamo all’istituzione della Tri-Centric Foundation e alle collaterali edizioni New Braxton House la crescente consapevolezza della smisurata produzione di Anthony Braxton in qualità di compositore, oltre che di storico capofila del free jazz americano. Grazie a questa attività filologica cominciano infatti ad essere metodicamente documentate le varie conformazioni assunte nel tempo dalle partiture afferenti al sistema della Ghost Trance Music (GTM), che racchiude quasi tutte le opere ideate da Braxton a partire dal 1995. [Per maggiori dettagli inerenti a questo complesso sistema si rimanda all’approfondimento dedicato alla Syntactical Ghost Trance Music]

Fa eccezione questo live ospitato e oggi edito dal festival AngelicA di Bologna – al momento acquistabile in solo formato digitale. Presentata il 27 maggio 2018 come evento conclusivo della 28^ edizione della rassegna, la première della “Composition No. 189” vede lo stesso Braxton affiancato dalla versatile arpista Jacqueline Kerrod – sudafricana di nascita ma residente in America da oltre vent’anni -, la quale aveva già preso parte all’esecuzione della monumentale opera/balletto “Trillium J” (2009), tra le poche non afferenti al corpus in continua espansione della GTM. 
La qui presente è solo una delle infinite conformazioni che può assumere ciascuna partitura numerata del maestro americano, la cui interpretazione è destinata a qualsiasi combinazione di strumenti: decisamente inusuale il duo acustico sassofono/arpa, che sembra voler abbattere simbolicamente il confine tra classicismo e contemporaneità. 

E come ogni ‘Composition’ anch’essa si divide in un segmento primario e quattro secondari, ossia rispettivamente una sorta di “esposizione” seguìta da una serie di sentieri “diagonali” che si snodano anche attraverso pagine tratte da altre composizioni del catalogo. Ciò spiega gli improvvisi cambi di ritmo e registro adottati nel corso della performance, dove tuttavia Braxton mantiene quasi sempre un profilo relativamente basso, attraversando i primi quaranta minuti con fraseggi acuti ma quasi “soffocati”, sfiorando inflessioni memori di Jan Garbarek. 
Ai trilli di sax contralto e sopranino ben si sposano le scalate vertiginose di Kerrod, tanto dolci nelle vibrazioni quanto frenetiche nel pizzicato. A certi assorti indugi su una sola nota – di stampo vagamente orientaleggiante – si alternano momenti di drammatica sospensione atonale e di puro sounding, come lo stridente cigolio ottenuto sfregando con forza lungo le corde (“Secondary 1”).

Senza attendere un istante, al termine della quarta traccia Braxton ringrazia sentitamente il pubblico e dichiara che Bologna è sempre stata la sua città preferita (e ciò, in quanto io stesso bolognese, ci tenevo a menzionarlo). Quello che viene poi presentato come un breve e delicato encore – appena due minuti di duplice soliloquio – sarebbe in realtà la naturale conclusione dei materiali secondari previsti in origine. In ogni caso, il formidabile duo statunitense ha certamente regalato al pubblico del Teatro San Leonardo una prova di eccentrica, “elegante” (e tipicamente inclassificabile) avanguardia espressiva.


As has been said a while ago, we owe to the establishment of the Tri-Centric Foundation and its collateral New Braxton House editions the growing awareness of Anthony Braxton‘s vast production as a composer, as well as an historical leader of American free jazz. Thanks to this philological activity, in fact, are being methodically documented the various conformations assumed over time by the scores relating to the Ghost Trance Music (GTM) system, which includes almost all the works conceived by Braxton since 1995. [More details regarding this complex system can be found in the article dedicated to Syntactical Ghost Trance Music]

An exception is this live hosted and now published by the AngelicA festival in Bologna – currently available in digital format only. Presented on May 27, 2018 as the final event of the 28th edition of the programme, the premiere of “Composition No. 189” sees Braxton himself joined by the versatile harpist Jacqueline Kerrod – South African by birth but residing in America for over twenty years now -, who had already taken part in the execution of the monumental opera/ballet “Trillium J” (2009), among the few works unrelated to the ever-expanding corpus of GTM.
This here is only one of the infinite conformations that each numbered score of the American master can assume, the interpretation of which is intended for any combination of instruments: the rather unusual saxophone/harp acoustic duo seems aimed at symbolically breaking down the border between classicism and modernity.

And like each ‘Composition’, this one too is divided into a primary and four secondary segments, meaning respectively a sort of “presentation” followed by a series of “diagonal” paths also unfolding through pages taken from other compositions of the catalog. This explains the sudden changes in rhythm and register adopted during the performance where Braxton, nonetheless, almost always maintains a relatively low profile, going through the first forty minutes with sharp but almost “suffocated” phrasings, sometimes verging on Jan Garbarek’s inflections.
The trills of the contralto and sopranino saxophones are well matched by Kerrod’s dizzying elevations, as mellow in the vibrations as they are frenetic in the pizzicato. Certain absorbed hesitations on a single note – in a vaguely oriental style – are alternated with moments of dramatic atonal suspension and pure sounding, such as the screeching squeak obtained with strong rubbings along the strings (“Secondary 1”).

Without waiting a single moment, at the end of the fourth track Braxton warmly thanks the public and declares that Bologna has always been his favorite city (and being a Bolognese myself I wanted to mention it). What is then presented as a short and delicate encore – just two minutes of dual soliloquy – would actually be the natural conclusion of the secondary materials originally planned. In any case, the formidable American duo surely gave the audience of the Teatro San Leonardo a show of eccentric, “elegant” (and typically unclassifiable) expressive avant-garde.


Brutter – Montreuil Beats

self-released, 2020 | experimental electronic, free impro


Si sa, i musicisti norvegesi hanno l’incredibile capacità di ricominciare da zero, di prendere in mano i propri strumenti ogni volta come se fosse la prima. Un giorno i fratelli (Brutter) Christian e Fredrik Wallumrød hanno addirittura deciso che non sarebbero più stati un duo ibrido di improvvisazione post-jazz bensì un progetto essenzialmente elettronico, avviando con Reveal and Rise (Hubro, 2017) la loro curiosa disamina delle ritmiche artificiali.

La performance tenutasi nell’ottobre del 2018 a Les Instants Chavirés di Montreuil – un’autentica isola felice per la musica sperimentale nei pressi della capitale francese – somiglia a un procedimento ‘trial and error’, come se partendo dalla modalità base delle loro drum machines andassero a costruire pezzo dopo pezzo un complesso Meccano sonoro.
Immaginate se gli Autechre avessero solo una vaga idea di come funzionano i software di composizione, e sfogliando tra le pagine di un manuale pratico si registrassero nel corso del loro apprendimento; e che così facendo giungessero, in maniera serendipitosa, a inventare la deconstructed club music bruciando le tappe intermedie della gloriosa epopea techno.

Perciò pazientate nell’incedere subdolo e snervante della prima parte, lenta e puramente esplorativa, dove ai pattern additivi in loop automatico si incrociano distintamente quelli della batteria elettronica in tempi dispari: un disordine perpetuo ma rigoroso tra battere e levare che proprio nell’assenza di un baricentro, paradossalmente, mantiene in equilibrio i piatti della bilancia. 
Solo negli ultimi minuti della terza parte, dopo una momentanea decompressione dub, ci si avvicina più decisamente a una provvisoria compiutezza, in una sovraeccitante stratificazione di beat che marca simbolicamente una nuova genesi elettronica.


By now it’s common knowledge that Norwegian musicians have the incredible ability to start over from scratch, to pick up their instruments every time as if it were the first. One day the brothers (Brutter) Christian and Fredrik Wallumrød even decided that they would no longer be a hybrid duo of post-jazz improvisation but an essentially electronic project, beginning with Reveal and Rise (Hubro, 2017) their curious examination of artificial rhythms.

The performance held in October 2018 at Les Instants Chavirés in Montreuil – an authentic happy place for experimental music near the French capital – resembles a ‘trial and error’ procedure, as if, starting from the basic mode of their drum machines, the duo went on building a complex sonic Meccano piece by piece. 
Imagine if Autechre had only a vague idea of how composition software works, and browsing through the pages of a practical manual they recorded themselves during their learning process; and in so doing they serendipitously came to invent ‘deconstructed club music’, skipping the intermediate steps of the glorious techno epic.

Therefore, be patient and indulge in the sneaky and unnerving cadence of the first part, slow and purely exploratory, where the automatically looped additive patterns are distinctly crossed by the odd time signatures of the electronic drums: a perpetual but rigorous disorder between downbeat and upbeat that, precisely because of the absence of a center of gravity, paradoxically maintains its own balance.
Only in the last minutes of the third part, after a momentary dub decompression, a provisional completeness is more decisively approached with an over-exciting stratification of beats that symbolically marks a new electronic genesis.

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