Weekly Recs | 2020/5

The Alvaret Ensemble – ea (2020)

Last Dream of the Morning – Crucial Anatomy (2020)

Robert Haigh – Black Sarabande (2020)

Trio Ramberget – Kulturtemplet (2020)



The Alvaret Ensemble – ea

laaps, 2020 | modern classical, chamber-impro

Se avessi talento e ispirazione artistica, con ogni probabilità sarei un autore tutt’altro che prolifico: è questione di indole e non c’è giusto o sbagliato in tal senso, ma personalmente rimango dell’idea che se non si ha nulla di significativo da aggiungere al silenzio, allora è giusto e desiderabile che quest’ultimo abbia la meglio. In pochi sono dello stesso avviso, ma i musicisti dell’Alvaret Ensemble sono indubbiamente tra questi.

In verità i loro intimi incontri improvvisati hanno avuto inizialmente una cadenza biennale, sotto il segno del variegato ma selezionatissimo catalogo Denovali, per poi giungere a una battuta d’arresto dopo le sessioni registrate dal vivo nel dicembre del 2016 presso la Dorpskerk di Leeuwarden, nei Paesi Bassi. Qui, nell’arco di tre notti, il collettivo si è abbandonato a un dialogo cuore a cuore favorito dalla penombra della piccola chiesa, ma la pubblicazione ufficiale giunge soltanto tre anni dopo: la ragione sta nel processo di distillazione di quei materiali, soggetti a varie configurazioni possibili che sono state ben presto scartate, sino alla compilazione finale dei 56 minuti di ea, prima produzione a marchio Laaps, ideale continuazione del precedente progetto discografico Eilean.

In questa occasione, al nucleo originario di Greg Haines (piano e organo), Jan Kleefstra (voce recitante), Romke Kleefstra (chitarre) e Sytze Pruiksma (percussioni) si sono unite due ospiti internazionali: la violista polacca Olga Wojciechowska e la violoncellista portoghese Joana Guerra. Con loro la formazione si avvicenda su tempi dilatati grazie ai quali le note galleggiano nella risonanza naturale della navata, in un esercizio di composizione immediata che è un vero e proprio contrappunto al silenzio, approcciato con riverenza e interrogato con assoluta grazia.

È un lavoro più che mai d’atmosfera – se con ciò non si intende un mero sottofondo -, dove la grana sonora gioca un ruolo determinante sull’incontro tra le singole voci. Le luminose melodie del pianoforte e degli archi richiamano quelle della compagine irlandese The Gloaming, ma non mancano sensibili tratti di minimalismo (sacro e non) nei delicati intrecci armonici, certamente ispirati dallo stile essenziale del luogo di culto. I radi versi poetici di Jan Kleefstra, con il carattere dolce ma anche spigoloso della lingua fiamminga, scandiscono i momenti salienti di un rito ipnotico e quietamente sublimante, frutto di un’arte a lungo custodita nell’anima e in seguito, al momento opportuno, lasciata affiorare spontaneamente.


If I had artistic talent and inspiration, in all probability I would be anything but a prolific author: it’s a matter of predisposition and there’s no right or wrong in this sense, but personally I still think that if you don’t have anything significant to add to silence, then it is right and desirable that the latter have the upper hand. Few are of the same opinion, but the musicians of the Alvaret Ensemble can undoubtedly be counted among them.
In truth, their intimate improvised encounters initially took place every two years, under the sign of the varied but highly selected Denovali catalog, and then came to a halt after the sessions recorded live in December 2016 at the Dorpskerk in Leeuwarden, Netherlands. Here, over the course of three nights, the collective abandoned itself to a heart-to-heart dialogue favored by the penumbra of the small church, but the official release comes only three years later: the reason lies in the distillation process of those materials, subject to various possible configurations that were soon discarded, up to the compilation of the final 56-minutes version of ea, first production under the Laaps label, an ideal continuation of the previous record project Eilean.
On this occasion, the original core lineup of Greg Haines (piano and organ), Jan Kleefstra (reciting voice), Romke Kleefstra (guitars) and Sytze Pruiksma (percussions) was joined by two international guests: the Polish violist Olga Wojciechowska and the Portuguese cellist Joana Guerra. With them, the ensemble members alternate on extended timings that allow the notes to float in the natural resonance of the nave, in an exercise of immediate composition which is a veritable counterpoint to silence, approached with reverence and questioned with absolute grace.
It is more than ever an atmospheric work – if not intended as a mere background – where the sound grain plays a decisive role in the encounter between the individual voices. The bright melodies of the piano and the strings recall those of the Irish peers The Gloaming, but there’s no shortage of perceptible traces of minimalism (sacred or not) in the delicate harmonic interweaving, certainly inspired by the essential style of the place of worship. Jan Kleefstra’s sparse poetic verses, with the sweet but also angular character of the Flemish language, mark the salient moments of a hypnotic and quietly sublimating ritual, the result of an art long preserved within the soul and then, at the appropriate time, allowed to surface spontaneously.


Last Dream of the Morning – Crucial Anatomy

Trost, 2020 | free impro

Ho avuto l’onore di partecipare a due soli concerti presso il Cafe Oto, nel corso di un breve soggiorno londinese nel 2018: tuttavia la mia buona sorte ha fatto sì che uno di questi venisse registrato e dato alle stampe due anni dopo, nientemeno che dall’etichetta avant-jazz Trost. Fa dunque uno strano effetto sapere che nascosto dietro i solchi di questo disco ci sono anch’io, a priori già emozionato nell’aver finalmente raggiunto questo luogo di culto della musica sperimentale: ma è persino più strano avere l’opportunità di ascoltare il concerto per una “seconda prima volta”, dato il carattere effimero dell’improvvisazione al suo livello più autentico e spontaneo.

Il trio formato da John Butcher, John Edwards e Mark Sanders – tutti habitué del prestigioso locale – è talmente collaudato da assumere oggi il nome del loro primo album in studio: Last Dream of the Morning è un micidiale combo di escavazione sonora, un laboratorio per smontare e riassemblare la grammatica free jazz per poi darvi sfogo nel più viscerale interplay in acustico.

Se difatti mi è logicamente impossibile ricordare vividamente alcun momento di questi tre take, riesco senz’altro a visualizzare la tensione che animava il serratissimo dialogo fra le parti: lo squillante saliscendi del sax di Butcher, il cui stile è a suo modo un canone del fraseggio atonale assieme a quello di Evan Parker; il massacro ai danni delle corde, dell’archetto e del corpo stesso del contrabbasso di Edwards, che nel vivo del momento mi parve impegnato, con gesti rozzi e decisi, a trovare ogni modo possibile per impedirsi di suonare correttamente; infine le percussioni di Sanders, armamento di pelli e piatti interpellati con pause pazienti e colpi estremamente misurati, poco avvezzi allo slancio virtuosistico ma in compenso capaci di rendere il loro strumento una vera e propria “talking drum”, esautorata dall’usuale funzione ritmica per votarsi a una fonetica sconnessa e primordiale.

L’euforia creativa di Crucial Anatomy conferma i tre avanguardisti britannici come fuoriclasse dell’inortodossia esecutiva, campioni di un modus operandi che non può che condurre a esiti espressivi tanto incerti quanto entusiasmanti, aperti allo stupore di un’alchimia ricreata da zero e sorretta magistralmente a ogni nuova occasione d’incontro.


I had the honor to attend only two concerts at Cafe Oto, during a short London stay in 2018: however, my good fortune meant that one of these was to be recorded and then released two years later, none other than by avant-jazz label Trost. Therefore it has a strange effect to know that, hidden behind the grooves of this record, there’s also myself, already excited as I was to have finally reached this house of worship devoted to experimental music: but it’s even stranger to have the opportunity to listen to the concert for a “second first time”, given the ephemeral character of improvisation at its most authentic and spontaneous level.
The trio formed by John Butcher, John Edwards and Mark Sanders – all regulars of the prestigious venue – is so tested that today it takes on the name of their first studio album: Last Dream of the Morning is a deadly combo of sound excavation, a laboratory for disassembling and reassembling the free-jazz grammar, subsequently wreaked in a most visceral acoustic interplay.
If, in fact, it is logically impossible for me to vividly remember any moment of these three takes, I can certainly visualize the tension that animated the tight dialogue between the parties: the trilling ups and downs of Butcher’s sax, whose style is in its own way a canon of the atonal phrasing together with that of Evan Parker; the massacre inflicted upon the strings, the bow, and the body of Edwards’ double bass, whom at the heart of the moment seemed to me like he was committed, with rough and decided gestures, to find every possible way to prevent himself from playing correctly; finally Sanders’ percussions, an armament of skins and cymbals interrogated with patient pauses and extremely measured strokes, little inclined to the virtuoso momentum but, on the other hand, capable of making the instrument a real “talking drum”, stripped of its usual rhythmic function to devote itself to a disconnected and primordial phonetics.
The creative euphoria of Crucial Anatomy confirms the three British avant-gardists as stars of performative unorthodoxy, champions of a modus operandi that can only lead to expressive results as uncertain as they are exciting, open to the amazement of an alchemy recreated from scratch and masterfully sustained at every new meeting opportunity.


Robert Haigh – Black Sarabande

Unseen Worlds, 2020 | modern classical, ambient

È bello sapere che, nel sempre più vasto panorama della musica ambient, qualcuno abbia seguito anche i passi dell’altro Eno, quel Roger rimasto ai margini della notorietà e guidato da un’ispirazione che, invece di affidarsi ai processi generativi di un software, ha lasciato maturare docili melodie e tessiture atmosferiche nel corso di lunghi anni.

Originario del South Yorkshire, il pianista e compositore Robert Haigh si è aggiunto nel 2017 (con l’LP Creatures of the Deep) alle leve del neoclassicismo rappresentate dalla Unseen Worlds di Tommy McCutchon e Neil Fauerso, nel cui catalogo approdava un anno fa anche lo statunitense Michael Vincent Waller. Ma benché il nome di Haigh non sia certo universalmente riconosciuto, la sua attività musicale risale addirittura agli anni ottanta e consta di innumerevoli partecipazioni in veste di arrangiatore e produttore, mentre i lavori a nome proprio si sono rifatti consistenti solo a partire dalla seconda metà degli anni Zero.

Oggi come oggi, dopo la consacrazione della nuova generazione modern classical, Black Sarabande potrebbe apparire come un album fra tanti, ma la maestria del suo autore è di quelle che si rivelano soltanto nell’ascolto capace di andare oltre la superficie, prestando attenzione in egual misura alla pregevolissima fattura delle melodie e alla cura del dettaglio: la più semplice e rivelatoria bellezza, infatti, può annidarsi in essenziali coloriture d’arpa (“Stranger on the Lake”), archi cullati da una trama percussiva in punta di piedi (“Ghosts of Blacker Dyke”), oppure nelle tenui gradazioni cromatiche delle tastiere elettroniche, artifici in grado di evocare con vividezza cieli stellati e squarci di aurore boreali.

Haigh tradisce poi una fugace, quasi impercettibile inflessione alla Erik Satie nel fraseggio della title track, mentre “Air Madeleine” e “Lady Lazarus” sembrano quasi ricalcare Jonny Greenwood nell’elegante danza domestica di Phantom Thread. Ma lo dico apertamente: non date troppo peso a queste associazioni immediate – deformazione (semi)professionale del critico – e lasciate piuttosto che sia la musica di questo obliato talento britannico a condurvi per mano nella purezza d’immaginazione dei suoi sentimenti.


It’s nice to know that, in the ever widening panorama of ambient music, someone has also followed the footsteps of the other Eno: that’s to say Roger, who remained on the edge of fame and went on being guided by an inspiration that, instead of relying on the generative processes of a software, it has allowed docile melodies and atmospheric weaves to ripen over long years.
In 2017, with his LP Creatures of the Deep, pianist and composer Robert Haigh – originally from South Yorkshire – joined the roster of neoclassical authors represented by Unseen Worlds, the label run by Tommy McCutchon and Neil Fauerso, in whose catalog also entered the American Michael Vincent Waller a year ago. Although Haigh’s name is certainly not universally recognized, his musical activity dates back to the eighties and consists of innumerable participations as an arranger and producer, while the works in his own name did not become substantial until the second half of the Noughties.
Nowadays, after the consecration of the new ‘modern classical’ generation, Black Sarabande could seem like an album among many, but the mastery of its author is of the kind revealed only through a listening capable of going beyond the surface, paying attention in equal measure to the exquisite craftsmanship of the melodies and to the care for details: the simplest and most revelatory beauty, in fact, can nestle in essential harp colorings (“Stranger on the Lake”), string sections cradled by a percussive texture on tiptoe (“Ghosts of Blacker Dyke”), or in the soft chromatic gradations of electronic keyboards, artifices than can vividly evoke starry skies and glimpses of northern lights.
Haigh then betrays a fleeting, almost imperceptible Satie-esque inflection in the phrasing of the title track, while “Air Madeleine” and “Lady Lazarus” almost seem to match the elegant domestic dance of Jonny Greenwood’s Phantom Thread. But let me tell you openly: do not give too much weight to these immediate associations – a critic’s (semi)professional habit – and rather let the music of this forgotten British talent lead you by the hand in the purity of imagination of his feelings.


Trio Ramberget – Kulturtemplet

2020 | chamber ambient/drone

Nell’arco di appena un decennio l’arte della colonna sonora ha riconquistato e poi perso nuovamente un carattere fondamentale: quello dell’autonomia rispetto al materiale visivo cui è chiamata a fare da complemento ed enfasi espressiva. Le contaminazioni tra neoclassicismo e musica elettronica, in particolare, sono passate dal dettare il passo di una rivoluzione stilistica allo scadimento nel più avvilente cliché.

La qualità cinematica delle musiche del trio acustico svedese Ramberget – trombone (Gustav Davidsson), contrabbasso (Johanna Ekholm), clarinetto basso (Pelle Westlin) -, pur essendosi ben prestata all’utilizzo su grande schermo, vive e riluce precisamente nel bastare a se stessa: e ciò grazie al totale assorbimento degli strumentisti nel loro quieto rituale di contemplazione, rivolto alla rotondità e pienezza di un sound elementale, in linea concettuale pre-esistente alla civiltà e alle sue forme espressive.Usciva un anno fa il più esaustivo manifesto della loro estetica, il cd autoprodotto Musik att somna till (2019), lirico e sublimante punto d’incontro tra l’ariosità delle incisioni a marchio ECM e il drone da camera di altri ensemble d’area nordica quali Book of Air e Microtub.

Prodotta in un’edizione numerata di sole venti copie, la cassetta Kulturtemplet non è che un corollario a quelle lunghe tracce su una nota, ma il loro tratto di apparente oggettivazione si tinge ora di sentimenti più accentuati: le risonanze naturali del predecessore sono qui amplificate con effetti elettronici discreti che rendono le voci diafane e opache (“November”); la neutralità quasi inamovibile dei toni sostenuti di allora – al contempo umili e solenni come le suite di Ellen Arkbro – con il secondo brano (“Muller”) si scioglie in un lamento accorato e melanconico, che infine si tramuta in un monito sinistro che ugualmente non offre risposte, ma rivela la dualità d’animo che ha ispirato questo significativo ancorché succinto ritorno.

Un immeritato silenzio stampa adombra le evocative sessioni del trio, ma forse la crescente fascinazione per questo ambito di sperimentazione saprà far loro giustizia, prima o dopo.


Within just a decade, the art of the soundtrack has regained and then lost again a fundamental character: that of autonomy with respect to the visual material to which it is called to offer an expressive complement and emphasis. The contaminations between neoclassicism and electronic music, in particular, have gone from dictating the pace of a stylistic revolution to decaying into the most disheartening clichés.
The cinematic quality of the music by the Swedish acoustic trio Ramberget – trombone (Gustav Davidsson), double bass (Johanna Ekholm), bass clarinet (Pelle Westlin) -, although well suited for use on the big screen, lives and shines precisely in its self-sufficiency: and this is thanks to the total absorption of the instrumentalists in their quiet ritual of contemplation, focused on the roundness and fullness of an elemental sound, conceptually pre-existing to civilization and its expressive forms.
A year ago the most comprehensive manifesto of their aesthetics was released, the self-produced Musik att somna till (2019), a lyrical and sublimating meeting point between the airiness of ECM recordings and the chamber-drone of other Nordic ensembles such as Book of Air and Microtub. Produced in a numbered edition of only twenty copies, the Kulturtemplet cassette is only a corollary to those long pieces on a single note, but their trait of apparent objectification is now tinged with more accentuated feelings: the natural resonances of the predecessor are amplified here with discrete electronic effects that make the voices diaphanous and opaque (“November”); the almost immovable neutrality of the sustained tones from back then – at once humble and solemn like Ellen Arkbro’s suites  – with the second piece (“Muller”) melts into a heartfelt and melancholy lament, which finally turns into a sinister warning that equally offers no answers, but instead reveals the duality of the soul that inspired this significant yet succinct return.
An undeserved press silence overshadows the evocative sessions of the trio, but perhaps the growing fascination for this area of experimentation will do them justice, sooner or later.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...