Sofa Music: Christine Abdelnour / Magda Mayas || Espen Sommer Eide

Christine Abdelnour / Magda Mayas – the setting sun is beautiful because of all it makes us lose (2020)

Espen Sommer Eide – The Waves (2019)



Christine Abdelnour / Magda Mayas – the setting sun is beautiful because of all it makes us lose

Sofa, 2020
free impro


Dobbiamo all’avanguardista del violino Malcolm Goldstein l’introduzione di un verbo che può tornare utile in tanti ambiti della cosiddetta “musica spontanea”: al posto del canonico playing (suonare) il pioniere statunitense definì la sua pratica come sounding (ipoteticamente traducibile in ‘suonizzare’), ossia addentrarsi nelle proprietà nascoste dello strumento in cerca di timbri e rumori “fantasma”, accessibili soltanto dopo innumerevoli tentativi ed errori, alla larga dal pentagramma e dalla tradizione. 

Così anche due strumenti-simbolo della musica classica e del jazz, ossia il pianoforte e il sassofono, si trasformano in “macchine sonore” nelle mani della tedesca Magda Mayas e della franco-libanese Christine Abdelnour Sehnaoui, la cui sintonia artistica ha già trovato diverse occasioni d’incontro ed è stata documentata nell’album in studio Teeming (Olof Bright, 2010) e nel successivo live Myriad (Unsounds, 2012).
Registrato live all’Ultima Festival di Oslo nel settembre del 2018, il loro approdo all’emerita etichetta norvegese Sofa si presenta come una sessione ininterrotta di trentacinque minuti, il cui titolo finale cita “Il teatro e il suo doppio”, iconico saggio dell’attore d’avanguardia francese Antonin Artaud («le soleil est beau à cause de tout ce qu’il nous fait perdre»). E quello di Mayas e Abdelnour è davvero un ‘teatro crudele’ del suono, il sezionamento chirurgico della fonetica di due strumenti “agìti” come per la prima volta nella storia dell’uomo.

Con un approccio in diretta parentela con quello della comprimaria Eve Risser, l’intervento di Mayas sul vasto corpo del pianoforte tende a un’astrazione persino maggiore, eludendo qualsiasi forma di refrain o di automatismo meccanicamente indotto per mantenere un controllo costante sulla sua tavolozza di alterità acustiche, percuotendo e sfregando manualmente le corde preparate per farle cigolare come ferraglie industriali, riportandole di fatto allo stadio di materia grezza.
Vibrazioni acute, le sue, che assai spesso si rispecchiano negli innaturali overtones del sax alto, col quale Abdelnour veicola un alfabeto dai caratteri segmentati e quasi impronunciabili, sino a raggiungere gli agonizzanti soffi afoni che così ben esemplificano l’apparente incomunicabilità di fondo di questa e di altre performance improvvisate.

L’ascoltatore avveduto, d’altro canto, riconoscerà sin dai primi istanti la sorprendente intuizione che ha condotto le due artiste a porsi su un piano (anti)espressivo perfettamente paritetico, partendo da uno stesso “punto zero” e procedendo di pari passo nella spontanea esplorazione dei rispettivi strumenti, sino a convergere idealmente in un unico organismo di libera produzione sonora.
È quella che definiremmo una totale simbiosi artistica, un dialogo nutrito da un grado di intesa che sfiora la telepatia: rarità che potrebbe finanche prescindere dal gusto musicale, tale è l’eccitazione trasmessa dall’imprevedibile puntualità dell’atto creativo in sé.


We owe to avant-garde violinist Malcolm Goldstein the introduction of a verb that comes handy in many areas of so-called “spontaneous music”: instead of the canonical playing, the American pioneer defined his practice as sounding, that is, delving into the hidden properties of the instrument in search of “ghost” timbres and noises, accessible only after countless attempts and errors, away from the pentagram and from tradition.

Similarly, two symbolic instruments of classical and jazz music, namely the piano and the saxophone, are transformed into “sound machines” in the hands of the German Magda Mayas and the French-Lebanese Christine Abdelnour Sehnaoui, whose artistic affiliation has already found several opportunities for meeting, as well as being documented in the studio album Teeming (Olof Bright, 2010) and in the subsequent live Myriad (Unsounds, 2012).
Recorded live at the Ultima Festival in Oslo in September 2018, their landing on the egregious Norwegian label Sofa presents itself as an uninterrupted thirty-five minute session, the final title of which quotes “The theater and its double”, the iconic essay by French avant-garde actor Antonin Artaud («le soleil est beau à cause de tout ce qu’il nous fait perdre»). And that of Mayas and Abdelnour is truly a ‘cruel theater’ of sound, the surgical sectioning of the phonetics of two instruments “acted” as for the first time in human history.

With an approach directly related to that of the equally talented Eve Risser, Mayas’ intervention on the vast body of the piano points towards an even greater abstraction, eluding any form of refrain or mechanically induced automatism to maintain constant control over his palette of acoustic otherness, striking and rubbing manually the prepared strings to make them creak like industrial scrap metal, effectively bringing them back to their stage of raw material.
Her acute vibrations are very often reflected in the unnatural overtones of the alto sax, with which Abdelnour conveys an alphabet of segmented and almost unpronounceable characters, until reaching the agonizing aphonic breaths that so well exemplify the apparent lack of communication underlying this and other improvised performances.

The judicious listener, on the other hand, will recognize since the first moments the surprising intuition that led the two artists to place themselves on a perfectly equal (anti)expressive level, starting from the same “zero point” and proceeding toe-to-toe in the spontaneous exploration of their respective instruments, until ideally converging in a single organism of free sound production.
It’s what we would call a complete artistic symbiosis, a dialogue nourished by a degree of understanding that borders on telepathy: a rarity that could even prescind from musical taste, such is the excitement channeled by the unpredictable punctuality of the creative act itself.


Espen Sommer Eide – The Waves

Sofa, 2019
experimental electronic


Per oltre vent’anni il musicista elettronico norvegese Espen Sommer Eide si è firmato come Phonophani incidendo, subito dopo l’esordio omonimo, sotto l’egida della prestigiosa Rune Grammofon e della sua “erede” Hubro. The Waves è sia il primo progetto solista col nome di battesimo sia il debutto su quella che attualmente è la terza etichetta di riferimento nazionale, ovvero la Sofa di Ingar Zach.
In tutti e tre i casi Eide ha continuato a rappresentare la figura dell’outsider, trattandosi di cataloghi il cui focus principale è storicamente quello dell’avant-jazz e dell’improvvisazione acustica: ciò non toglie che l’approccio eterodosso alla materia elettronica lo abbia mantenuto vicino alle correnti più sperimentali e visto partecipare a numerose compilation di settore. 

Registrato nell’arco di un anno a Maastrich, presso la casa per la cultura contemporanea Marres, The Waves si avvale della collaborazione della polistrumentista Mari Kvien Brunvoll e del tubista Martin Taxt (membro del trio Microtub e della Trondheim Jazz Orchestra, fra tanti altri): ciò che ne risulta è uno straniante excursus basato su varie forme di loop in cortocircuito, ripetizioni non-significanti il cui unico fine, in più casi, è una molteplice e aleatoria stratificazione sonora; talvolta esse fungono invece da tappeto per il cantato della sopracitata Brunvoll o il recitato della performer franco-finlandese Elina Bry, su estratti letterari da Alfred North Whitehead, Bertrand Russell e Virginia Woolf. 

Accolti da un asciutto pattern post-techno alla “Idioteque” (“Slaapkamer”), nella stanza seguente si passa con disinvoltura a un’emicranica ascesa di onde corte (“Schowkamer”), giungendo con la suite fulcrale (“Balzaal / Tuinkamer”) a un soverchiante muro di ambient-elettronica dal technicolor sgargiante, dove la voce femminile riecheggia e si divide in mille rivoli. E poi ancora le squassanti profondità drone della tuba (“Wintertuin”) e un epilogo minimale dove vengono elencati a voce i crediti del disco stesso, dai musicisti e collaboratori coinvolti sino al luogo e periodo di registrazione (“Wachtkamer”). 

Totalmente a proprio agio in un eclettismo selvaggio, Espen Sommer Eide si rivela una volta di più come abile manipolatore del suono, benché alcune soluzioni non siano tra le più attuali che si possano incontrare all’alba degli anni venti del terzo millennio. Sembra inoltre che talvolta gli esiti della sua ricerca siano destinati – consciamente o meno – a rimanere sospesi in un limbo d’indefinizione che, a seconda delle circostanze d’ascolto, può con pari probabilità suscitare meraviglia o noia. The Waves non è esente da questa ambivalenza, ma contiene anche passaggi di particolare densità che lo rendono comunque degno di qualche ulteriore tentativo.


For over twenty years the Norwegian electronic musician Espen Sommer Eide has signed himself with the moniker Phonophani recording, immediately after the self-titled debut, under the aegis of the prestigious Rune Grammofon and its “heir” Hubro. The Waves is both his first solo project under his real name and the debut on what is currently the third national reference label, meaning Ingar Zach’s Sofa.
In all three cases Eide kept representing the figure of an outsider, the main focus of the catalogues being historically that of avant-jazz and acoustic improvisation: nonetheless, his heterodox approach to electronic materials has kept him close to the most daring experimental currents and granted him the participation in numerous compilations of the sector.

Recorded over the course of a year in Maastrich, at the house for contemporary culture Marres, The Waves avails itself of the collaboration of multi-instrumentalist Mari Kvien Brunvoll and tuba player Martin Taxt (member of the Microtub trio and the Trondheim Jazz Orchestra, among many others): the result is an estranging excursus based on various forms of short-circuited loops, non-significant repetitions whose sole purpose, in most cases, is a multifacetend and randomized sound stratification; sometimes they act as a carpet for the singing of the aforementioned Brunvoll or the spoken word of French-Finnish performer Elina Bry, based on literary extracts by Alfred North Whitehead, Bertrand Russell and Virginia Woolf.

Introduced by a dry post-techno pattern à la “Idioteque” (“Slaapkamer”), the next room shifts with ease towards a migraine-inducing rise of short waves (“Schowkamer”), arriving with the central suite (“Balzaal / Tuinkamer”) to an overwhelming wall of ambient-electronics in bright technicolor, where the female voice echoes and divides into a thousand streams. And then again the shaky drone depths of the tuba (“Wintertuin”) and a minimal epilogue where the credits of the album itself are listed by voice, from the musicians and collaborators involved up to the time and placeof recording (“Wachtkamer”).

Totally at ease in his wild eclecticism, Espen Sommer Eide once again proves to be a skilled sound manipulator, although some solutions are not among the most current to be found at the dawn of the 2020s. It also seems that sometimes the results of his research are destined – consciously or not – to remain suspended in an indefinite limbo that, depending on the listening circumstances, can arouse wonder or boredom with equal probability. The Waves is not exempt from this ambivalence, but also contains passages of particular density that make it worthy of further attempts.

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