Weekly Recs | 2020/4

Kiko Dinucci – Rastilho (2020)

John Chantler / Steve Noble / Seymour Wright – Atlantis (2020)

Stein Urheim – Downhill Uplift (2020)

Frode Gjerstad / Hamid Drake / William Parker – Hasselt 2010 (2020)

Jim O’Rourke – To Magnetize Money and Catch a Roving Eye (2019)



Kiko Dinucci – Rastilho

Tratore, 2020 | avant-folk, música popular brasileira

Tra le figure chiave dell’attuale vanguarda paulista, Kiko Dinucci è mente e chitarra di alcuni tra i progetti dell’underground brasiliano più riconosciuti a livello internazionale, dal formidabile quartetto Passo Torto ai Metá Metá (con Juçara Marçal e Thiago França). Con il terzo album solista Rastilho la sua creatività ed estro ritmico attingono agli anni giovanili di auto-formazione musicale: la consapevolezza dei propri limiti tecnici, che lo costrinse ad abbandonare il sogno di suonare choros come quelli di Heitor Villa-Lobos e Pixinguinha, fu anche l’innesco di nuovi tentativi di liberazione e contaminazione stilistica, con esiti che oggi tornano a rifulgere in questo entusiasmante album per chitarra acustica, strumento che rappresenta l’irrinunciabile album per schizzi della música popular, principio e anima di una tradizione al contempo umile e gloriosa.

Le corde di nylon come sublime tramite melodico ma anche rudimentale macchina rumorista: Dinucci le accarezza con amore e un attimo dopo le gratta furiosamente in una febbrile batucada (“Marquito”, “Dadá”); grezzo nel suono ma raffinato nell’invenzione, il chitarrista si accompagna soltanto con la nuda voce sua e dei cori – Dulce Monteiro, Maraísa, Gracinha Menezes e la già citata Marçal -, frutto zuccherino del più autentico ardore samba (“Foi batendo o pé na terra”, “Febre do rato”).
Trenta minuti sono davvero pochi, ahimé, ma sono l’ulteriore garanzia sulla qualità dei brani selezionati, sintesi eccellente dello spirito che ancora oggi anima le vie nascoste della creatività di São Paulo.


Among the key figures of today’s vanguarda paulista, Kiko Dinucci is the mind and the guitar behind some of the most internationally recognized Brazilian underground projects, from the formidable quartet Passo Torto to Metá Metá (with Juçara Marçal and Thiago França). With the third solo album “Rastilho” his creativity and rhythmic flair draw on his youthful years of musical self-training: the awareness of his technical limitations, which forced him to abandon the dream of playing choros like those of Heitor Villa-Lobos and Pixinguinha, was also the trigger of brand new attempts at stylistic liberation and contamination, the outcomes of which return to shine in this exciting album for acoustic guitar, an instrument that represents the indispensable sketchbook of the música popular, the origin and the soul of a tradition at the same time humble and glorious.
The nylon strings act as a sublime melodic means but also as a rudimentary noise machine: Dinucci caresses them with love and a moment later scratches them furiously in a feverish batucada (“Marquito”, “Dadá”); raw in sound but refined in his invention, the guitarist is accompanied only by his own naked voice and those of the choir – Dulce Monteiro, Maraísa, Gracinha Menezes and the aforementioned Marçal -, the sugary fruit of the most authentic samba ardor (“Foi batendo o pé na terra”, “Febre do rato”).
Alas, thirty minutes are very few, but they’re also a further guarantee on the quality of the song selection, an excellent synthesis of the spirit that still animates the hidden ways of São Paulo’s creativity.


John Chantler / Steve Noble / Seymour Wright – Atlantis

2020 | eai

È del tutto comprensibile che la prima prova possa non essere quella ideale, specialmente quando si tratta di formazioni e approcci in tutto e per tutto sperimentali. Il trio Chantler / Noble / Wright esordiva sotto buoni auspici con il live tenutosi al Cafe Oto nel maggio 2017 (documentato nell’LP dello stesso anno Front and Above): in un certo senso una presa di misure fra i tre, nonostante l’istintività che il loro curriculum artistico poteva già garantire. Ma è con il reprise in studio che scocca la scintilla, con una performance talmente ben calibrata da sembrare una composizione d’avanguardia.

Un attacco irruento, quasi alla Supersilent degli esordi, dà l’avvio a tre movimenti dai tempi scanditi al millesimo, senza un attimo di esitazione o spaesamento nell’avvicendarsi delle tre voci, in cui finalmente anche il synth di John Chantler torna a spiccare con acuti e coloriture sgargianti – il suo ruolo era inizialmente ispirato a quello di Derek Bailey nel seminale trio di The Topography of the Lungs (1970) con Han Bennink e Evan Parker. Un’alchimia particolare lo unisce alla varietà di soluzioni percussive di Steve Noble, non esente da passaggi più atmosferici, mentre il sassofono di Seymour Wright si inerpica su accidentati sentieri atonali fra barriti, perforanti overtones e pensosi borborigmi. Negli ultimi minuti del primo take il trio si rimpalla segnali puntiformi e rapide sequenze di gesti minimi, confluendo in un ‘tutti’ di concitata astrazione impro.

Gli estremi toccati da Wright non accennano a esaurirsi nemmeno nel segmento successivo, giocato al ribasso come l’inquieto adagio di un concerto classico: Noble agisce sui piatti o su elementi riverberanti con l’archetto, i segnali del synth si riducono a un lamento discontinuo e sotterraneo, preludendo all’ondivago climax del movimento finale, che purtroppo si spegne in una prematura dissolvenza senza ritorno, come se la selvaggia Atlantide evocata dal titolo fosse d’un colpo sottratta al nostro sguardo, inghiottita dal medesimo silenzio che per un attimo l’ha lasciata affiorare in superficie.


It’s totally understandable that the first attempt may not be the ideal one, especially when it comes to experimental formations and approaches. The Chantler / Noble / Wright trio made its debut under good auspices with the concert held at Cafe Oto in May 2017 (documented on the LP from the same year titled Front and Above): in a certain sense it was a measurement among the three, despite the instinct that their artistic curriculum could already guarantee. But it’s with the studio reprise that the spark strikes, with a performance so well balanced as to seem like an avant-garde composition.
An impetuous attack, almost in the way of early Supersilent, initiates three movements whose timings are measured down to the thousandth, without a moment of hesitation or disorientation in the alternation of the three voices, among which John Chantler‘s synthesizer finally returns to stand out with sharp and bright colorings – his role was initially inspired by that of Derek Bailey in the seminal trio of The Topography of the Lungs (1970) with Han Bennink and Evan Parker. A peculiar alchemy binds him to Steve Noble‘s variety of percussive solutions, not exempt from more atmospheric passages, while Seymour Wright‘s saxophone climbs on rough atonal paths with roars, perforating overtones and pensive gurglings. In the last minutes of the first take, the trio repeats dot-like signals and rapid sequences of minimal gestures, merging into a ‘tutti’ of manic improvisational abstraction.
The extremes touched by Wright show no sign of slowing down also in the following segment, played in a low-ball fashion like the disquieted adagio of a classical concert: Noble operates on cymbals or reverberating elements with the bow, the signals of the synth are reduced to a discontinuous, subterranean lament, preluding to the wavering climax of the final movement, which unfortunately gets cut by a premature fade-out without return, as if the wild Atlantis evoked by the title were suddenly removed from our gaze, swallowed by the same silence that let it surface for a moment.


Stein Urheim – Downhill Uplift

Hubro, 2020 | space/chamber-folk

Lo sappiamo, i musicisti norvegesi sono animali metamorfici, inarrestabili esploratori e contaminatori per indole naturale: ma a volte i capovolgimenti di prospettiva sono così radicali da lasciar pensare che alcuni di essi non conoscano davvero alcun limite nel dispiego del proprio talento e di un eclettismo in continuo sviluppo.
Il polistrumentista Stein Urheim ha preso parte molto presto all’avventura dell’etichetta Hubro (del 2012 il suo primo Lp solista “Kosmolodi”), ma risale ad appena cinque mesi fa la sua prova al contempo più essenziale e sorprendente: Simple Pieces & Paper Cut​-​Outs (2019), una raccolta di studi e assoli per chitarra classica che si configuravano come una declinazione genuinamente scandinava del flamenco di Paco de Lucía, attraversata da slanci sperimentali di apprezzabile inventiva.

Per contro, il quartetto approntato in Downhill Uplift – per l’occasione battezzato Fenomenolodic 4 – affonda da subito in un paesaggio cosmico dipinto dal sintetizzatore in delay di Urheim (vedasi l’improbabile collage in copertina, sull’orlo del kitsch), un prologo smaccatamente retrò che con l’uptempo della successiva “Brave New World Revisited” sfocia nella più dolce nostalgia prog alla Andrew Latimer (Camel), con la batteria e il contrabbasso di Ole Morten Vågan a intessere un ritmo suadente alla “Take Five”.

Un samba elettrico incontra il mandolino italico nella frescura mediterranea di “Amalfitano”, mentre il soft-rock “Free to Go” attraversa come una placida cometa le spiagge e i palmeti della California settantiana, con una lunga coda improvvisata dove le percussioni di Kåre Opheim e Hans Hulbækmo conquistano definitivamente il centro della scena, mentre Urheim ricama e sovrappone tranquilli assoli zappiani. La sua versatilità di scrittura riesce senza sforzo a colmare distanze incalcolabili, mescolando spontaneamente reminiscenze indiane, distensioni cool jazz e tribalismi, quasi a dimostrare che solo fluttuando in una immaginaria esosfera gli echi di culture geograficamente opposte possono apparire adiacenti, finendo col rassomigliarsi.

Una rilettura del flemmatico blues “Poor Moon” dei Canned Heat conclude quello che senza dubbio si qualifica come un ascolto leggero ma anche estremamente raffinato e stratificato, favorito dall’arguzia e sensibilità di un talento inusitato.


We already know that Norwegian musicians are metamorphic animals, unstoppable explorers and contaminators by nature: but sometimes the reversals of perspective are so radical as to suggest that some of them really know no limit in the deployment of their talent and of an ever-developing eclecticism. Multi-instrumentalist Stein Urheim took part very early in the adventure of the Hubro label (his first solo LP “Kosmolodi” is from 2012), but his most essential and surprising feat dates back to just five months ago: Simple Pieces & Paper Cut-Outs (2019), a collection of studies and solos for classical guitar, configured themselves as a genuine Scandinavian variation of Paco de Lucía’s flamenco, crossed by experimental impulses of remarkable inventiveness.
Conversely, the quartet arranged in Downhill Uplift – baptized for the occasion as Fenomenolodic 4 – immediately sinks into a cosmic landscape painted by Urheim’s delayed synthesizer (see also the unlikely collage on the cover, on the brink of kitsch), a patently retro prologue that with the uptempo of the following “Brave New World Revisited” flows into the sweetest progressive nostalgia à la Andrew Latimer (Camel), with the drums and Ole Morten Vågan’s double bass weaving a suave “Take Five” rhythm.
An electric samba meets the Italian mandolin in the Mediterranean freshness of “Amalfitano”, while the soft-rock of “Free to Go” crosses the beaches and palm groves of seventies California like a placid comet, with a long improvised coda where Kåre Opheim and Hans Hulbækmo’s percussions finally conquer the center of the scene, while Urheim embroiders and overlaps quiet Zappa-esque solos. His versatility of writing manages to effortlessly bridge incalculable distances, spontaneously mixing Indian reminiscences, cool jazz relaxations and tribalisms, as if to demonstrate that only by floating in an imaginary exosphere can the echoes of geographically opposed cultures appear adjacent, ending up resembling each other.
A reinterpretation of the phlegmatic blues “Poor Moon” by Canned Heat concludes what undoubtedly qualifies as an easy but also extremely refined and layered listening, favored by the wit and sensitivity of an unusual talent.


Frode Gjerstad / Hamid Drake / William Parker – Hasselt 2010

Circulasione Totale, 2020 | free jazz/impro

Poche sensazioni trovo corroboranti quanto l’odore di una esibizione sotterranea, “fuori circuito”, di quelle che nessuno sano di mente (e di tasche) oserebbe proporre in un teatro tradizionale. La free impro più intransigente e passionale, si direbbe, ha piena cittadinanza soltanto negli scantinati e nei locali meno sfavillanti, dove non c’è alcuna preoccupazione di salvare le apparenze né, tantomeno, di scandalizzare qualcuno.
E solo in uno di questi meravigliosi luoghi per iniziati, nella città belga di Hasselt, poteva infatti tenersi l’ultima data europea del trio guidato dal sassofonista norvegese Frode Gjerstad, al fianco di due leggende statunitensi come Hamid Drake e William Parker.

Tre take per un’ora e mezza complessiva – che a questi livelli di concitazione equivalgono a una maratona – di interscambi tesi e spesso serrati, guidati dal brivido di suonare senza canovaccio e senza mèta al di fuori del suonare stesso. I trilli e svolazzi atonali del fiatista – dalle parti del miglior Michel Doneda – spiccano senza prevalere mai realmente su una sezione ritmica che è il più sapiente distillato dell’avanguardia jazz d’oltreoceano.

Nell’ultima sezione Parker passa al flauto e Drake percuote la batteria con le nude mani, in una contaminazione spontanea tra arabeschi e africanismi, una danza che riconferma la gioia del confronto espressivo senza schemi, il rituale collettivo attraverso il quale un’umile congrega di musicisti si trasforma nell’incontro supremo di anime nobili, menti e corpi che colmano le distanze temporali e geografiche con la sicurezza del loro gesto musicale. Solo nell’arte può realizzarsi un tale utopico connubio tra democrazia e anarchia, dove uno vale uno e tre valgono dieci.


Few sensations I find as corroborating as the smell of an underground, “off-circuit” performance, the kind that no one in their right mind (and pockets) would dare to host in a traditional theater. The most intransigent and passionate free impro, one might say, has full citizenship only in basements and the less sparkling venues, where there’s no concern whatsoever about saving appearances nor, even less, scandalizing someone.
And only in one of these wonderful places for initiates, in the Belgian city of Hasselt, could be held the last European date of the trio led by Norwegian saxophonist Frode Gjerstad, alongside two American legends such as Hamid Drake and William Parker.
Three takes for a total hour and a half – which at these levels of frenzy equates to a marathon – of tense and often tight exchanges, guided only by the thrill of playing without a script or goal other than the playing itself. The atonal trills and swirls of the reeds – close to Michel Doneda at his best – stand out without ever really prevailing on a rhythmic section which is the most wise distillate of the overseas jazz avant-garde.
In the last section Parker switches to the flute and Drake hits the drums with his bare hands, in a spontaneous contamination between arabesques and africanisms, a dance that reconfirms the joy of expressive confrontation without schemes, the collective ritual through which a humble congregation of musicians is transformed into the supreme encounter of noble souls, minds and bodies that bridge temporal and geographical distances with the assuredness of their musical gesture. Only in art can such a utopian union between democracy and anarchy be realized, where one is one and three are worth ten.


Jim O’Rourke – To Magnetize Money and Catch a Roving Eye

Sonoris, 2019 | drone, electroacoustic

Prima di lasciarci alle spalle la produzione del 2019, valeva la pena di menzionare il monumentale quadruplo album offerto da Jim O’Rourke al tramonto del decennio, edito dalla label francese d’avanguardia radicale Sonoris. Sono oramai più note le sue incursioni in area sperimentale di quelle nel fine artigianato pop, ma l’unicità delle suite che compongono To Magnetize Money and Catch a Roving Eye – registrato tra il 2017 e il 2018 – sta nel loro operare una sorta di “sparizione”: quella dell’artista stesso, che sembra voler annullare la propria multiforme impronta stilistica entro un fluire metamorfico di espansioni aurali di suono puro. 

Un anelito d’assenza che se nel primo cd risulta ancora circondato da irradiazioni cromatiche e dense folate di feedback – scenario non dissimile da certe lande desolate degli ultimi Autechre -, già nella seconda parte si assottiglia ulteriormente in trame più acute e incolori, come se avesse ora il sopravvento un sonno inquieto solcato qua e là da affilati dardi elettroacustici; sono le onde corte di un muto radiodramma del subconscio, vieppiù sconnesso e adescrittivo una volta superata la mezz’ora, dividendosi infine tra un dimesso ribollire di acque sulfuree e il ritorno di tiepide, confortanti scie tonali sullo sfondo. 

Richiami ornitologici e grevi vibrazioni sotterranee tratteggiano da subito l’inquietudine del terzo disco: un soundscape post-nucleare alla Lionel Marchetti, popolato da ombre acusmatiche senza mèta e dove l’unica eco “umana” che risuona in lontananza è quella di un mesto bordone di contrabbasso; il lento scorrere del tempo conduce a livelli crescenti di isolazionismo, oscillando fra i microtoni di presenze sonore altrimenti quasi immote, da ultimo nuovamente tramutate in diafani bagliori. 

Con i suoi 75 minuti di durata, la sezione conclusiva è la più estesa e giunge a conferire una forma palindroma all’intero viaggio: ma questa volta i cerchi concentrici e le fughe prospettiche di materia elettronica risultano più dinamici e avvolgenti e, forse per effetto della depressione precedente, sembrano lasciar trapelare sparuti accenni di pacificazione spirituale con riverberi di campane e percussioni di tradizione orientale.

Per quanto impegnativo e prolungato, un ascolto ininterrotto o quasi di Magnetize permette di rivelarne con evidenza la natura implicita: quella di atlante dell’animo di O’Rourke, immerso in un esercizio d’introspezione dal sapore quasi romantico, benché espresso nelle forme proprie dell’elettronica “colta” di ieri (su tutte, la scuola INA-GRM) e ancora di oggi (le nuove propaggini riduzioniste).

Before leaving the 2019 production behind us, it was worth mentioning the monumental quadruple album offered by Jim O’Rourke at the end of the decade, published by the radical avant-garde French label Sonoris. His forays in the experimental field are now even better known than those in refined pop craftsmanship, but the uniqueness of the suites that constitute To Magnetize Money and Catch a Roving Eye – recorded between 2017 and 2018 – lies in their working a sort of “disappearance”: that of the artist himself, who seems to want to erase his multifaceted stylistic imprint within a metamorphic flow of aural expansions of pure sound.
A yearning for absence that if in the first CD is still surrounded by chromatic radiations and dense gusts of feedback – a scenario not unlike some waste lands by late Autechre -, already in the second part it further tapers into more acute and colorless textures, as if now a restless sleep had prevailed, crossed here and there by sharp electro-acoustic darts; they are the short waves of a silent radio drama of the subconscious, increasingly disconnected and non-descriptive once past the half hour, ultimately dividing between a low boiling of sulphurous waters and the return of warm, comforting tonal trails in the background.
Ornithological references and heavy underground vibrations immediately outline the restlessness of the third disc: a post-nuclear soundscape in the way of Lionel Marchetti, populated by aimless acousmatic shadows and where the only “human” echo that resounds in the distance is that of a rueful double-bass drone; the slow passage of time leads to increasing levels of isolationism, oscillating between the microtons of otherwise almost motionless sound presences, lastly transformed again into diaphanous glares.
With its 75 minutes duration, the final section is the largest and ends up giving sort of a palindrome shape to the entire journey: but this time the concentric circles and the vanishing points of electronic matter are more dynamic and enveloping and, perhaps due to the effect of the preceding hollow, hints of spiritual pacification seem to leak through the reverberating bells and percussions of Eastern ancestry.
However demanding and prolonged, an uninterrupted (or almost so) listening to Magnetize manages to clearly reveal its implicit nature: that of an atlas of O’Rourke’s soul, immersed as he is in an exercise of introspection with an almost romantic flavor, although expressed in the forms of “cultured” electronics from yesterday (above all, the INA-GRM school) as well as today (the new reductionist offsprings).

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