Mats Gustafsson – Worn. Kissed.

★★★★☆
Underflow, 2020
free impro/noise, avantgarde


Si sente parlare sempre più spesso della galleria d’arte e record store ateniese Underflow, non soltanto spazio espositivo ma anche una nuova Mecca per la musica sperimentale dal vivo, unica nel suo genere sul territorio greco. È qui che nel maggio 2019 il sassofonista d’avanguardia norvegese Mats Gustafsson ha dato a battesimo il trio con David Grubbs e Rob Mazurek, chiamandolo con lo stesso nome della venue ospitante.
Da due anni Underflow è anche un’etichetta discografica indipendente, e oggi il legame con Gustafsson si consolida in una produzione – la decima del catalogo – che unisce idealmente pittura e improvvisazione acustico-elettronica: Worn. Kissed.

Lo svedese Edward Jarvis (*1964) ha esordito con scene di un realismo magico sottilmente inquietante, per poi elaborare tele dalle geometrie rigorose e dense di motivi simbolici. Le opere esposte da gennaio a marzo 2020 presso la galleria ispirano a Gustafsson una serie di brevi e deliranti morceaux, lunghi una manciata di secondi ciascuno e separate tra loro da un silenzio totale: occupa così l’intero lato A del vinile “The Hypnagogic Puzzle” – brano a complemento di un vero puzzle di 500 pezzi -, un caotico florilegio di astrazioni fuggevoli ordite col flauto, flautofono o sax baritono, cui fungono da ombra e contrappunto spessi rumorismi elettronici, talvolta esili e lineiformi, talaltra rombanti e saturi di fuzz.
Le tecniche estese e i gesti rapidissimi di Gustafsson sono quasi sempre improntati all’atonalità: soffi pronunciati e ruggiti, vocalizzi sforzati alla Colin Stetson, vorticosi colpi di lingua e di chiave, quasi a proporre una propria reinvenzione sonora dell’action painting con materiali grezzi ed eterodossi. 

Edward Jarvis, The Hypnagogic Puzzle

Nei due brani del lato B la formula non cambia ma l’alternanza tra gli strumenti è senza soluzione di continuità, mentre la già ingombrante presenza dell’apparato elettronico sfocia ormai in lunghe bordate drone/noise. I precedenti ammiccamenti alla sfrontata “dizione” di Ian Anderson divengono espliciti in “Guide to the Underworld, nine icons”, preludio alla sconcertante furia onomatopeica di “The Final Judgement”, autentico coup de théâtre votato al più cocciuto solipsismo anti-musicale.

Invenzione tecnica ed espressività obliqua raggiungono nuove vette in questo sorprendente progetto/oggetto da collezione, ambizioso e (a ragione) compiaciuto nel suo estroso sfoggio di virtuosismo a tutto campo.


We hear more and more often about the Athenian art gallery and record store Underflow, not only an exhibition space but also a new Mecca for live experimental music, one-of-a-kind on the Greek territory. Here in May 2019 the Norwegian avant-garde saxophonist Mats Gustafsson baptized his trio with David Grubbs and Rob Mazurek, calling it with the same name of the host venue.
Since two years Underflow has also become an independent record label, and today the link with Gustafsson is consolidated with a production – the tenth of the catalog – ideally combining painting and electro-acoustic improvisation: Worn. Kissed.

Swedish artist Edward Jarvis (*1964) made his debut with scenes of subtly disturbing magical realism, to then elaborate rigorously geometric canvases dense with symbolic motifs. The works exhibited from January to March 2020 at the gallery inspire Gustafsson with a series of short and delirious pieces, each a few seconds long and separated from each other by total silence: thus occupies the entire A side of the vinyl “The Hypnagogic Puzzle” – a piece complementing a real 500-pieces puzzle -, a chaotic florilege of fleeting abstractions sketched with flute, fluteophone or baritone sax, to which thick electronic bruitisms act as a shadow and counterpoint, sometimes slender and linear, sometimes rumbling and saturated with fuzz. Gustafsson’s extended techniques and rapid gestures are almost always based on atonality: pronounced murmurs and roars, strained vocalizations à la Colin Stetson, swirling tongue and key strokes, as if to propose his own sonic reinvention of action painting with raw and heterodox materials.

In the two tracks on side B the formula doesn’t change but the alternation between the instruments is seamless, while the already cumbersome presence of the electronic apparatus now flows into long drone/noise edgings. The previous winks to Ian Anderson’s bold “diction” become explicit in “Guide to the Underworld, nine icons”, a prelude to the staggering onomatopoeic fury of “The Final Judgment”, an authentic coup de théâtre devoted to the most stubborn anti-musical solipsism.

Technical invention and oblique expressiveness reach new heights in this surprising, collectible project/object, ambitious and (rightly) smug in its whimsical display of all-out virtuosity.

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