Johan Lindvall – Two trios

Johan Lindvall, Fredrik Rasten, Derek Shirley

INSUB, 2021
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Nasceva dalle ceneri della New York School, sul finire del secolo scorso, una musica come rifugio del tempo e nel tempo, sospesa tra oggettivazione tonale e tiepido lirismo armonico. Un’estetica ereditata dai tardi John Cage e Morton Feldman ma ulteriormente raffinata dalle avanguardie radicali d’Europa, afferenti – soprattutto ma non esclusivamente – al collettivo Wandelweiser. Tali propaggini hanno finito per mescolarsi alle varie espressioni di un già evidente e trasversale “ritorno all’ordine”, spingendo il minimalismo di nuova generazione fino alle soglie del riduzionismo.
Anche in un panorama fervido ed eclettico come quello scandinavo hanno cominciato a spuntare i germogli di questa ritrovata essenzialità: se ne fa portavoce, una volta di più, la lodevole etichetta svizzera INSUB. con due inediti trio acustici composti dal pianista d’origine svedese Johan Lindvall, affiancato dalla chitarra di Fredrik Rasten e dal violoncello del canadese Derek Shirley.


In precedenza già edito proprio dall’etichetta Wandelweiser e coadiuvato dal sodale Rasten in entrambe le occasioni (Solo / Ensemble, 2016; Giraffe, 2018), Lindvall ha scelto sapientemente i propri collaboratori per questa performance dal vivo, datata al novembre 2019, presentando due brani che, in appena mezz’ora di durata, esemplificano mirabilmente le facce complementari della poetica riduzionista contemporanea.
Elemento cruciale, anche in questo caso, è il tocco: l’estrema concentrazione e sensibilità con cui le corde vengono di volta in volta percosse, pizzicate o fatte vibrare, riescono a tramutarne il timbro naturale in pura voce, presenza acusmatica scissa dall’identità storica dello strumento dal quale scaturisce. Gli archetti tracciano linee continue che si potrebbero confondere con il tenue ronzio di sine tones elettronici; il pianoforte le punteggia di singole note o tasti divisi tra due ottave, ultimo malinconico residuato di una classicità asciugata di qualunque volontaria enunciazione od orpello formale.

Ogni gesto lascia così un’impronta gentile – alle soglie dell’incorporeo – sul vuoto apparente dello spazio risonante: in un contesto di tale pregnante rarefazione risultano particolarmente misurate le prove dell’ormai noto Rasten e di Shirley, membro, tra gli altri, del Vladislav Delay Quartet/Quintet e dell’ensemble Konzert Minimal, col quale in passato ha interpretato brani di Antoine Beuger.
Il secondo, breve movimento non è altro che una coda ma, per contrasto, tra le più intense che si possano incontrare in questo sobrio repertorio musicale: nella pienezza di accordi e consonanze riemerge finalmente il sopito afflato romantico, la semenza luminosa che soggiace a quel recupero di figure e colori primari che la nuova leva di interpreti, dopo una doviziosa preparazione accademica, ha voluto intraprendere con accorata risolutezza.

photo: Adam Asnan

At the end of the last century, from the ashes of the New York School, was born a music as a refuge of time and within time, suspended between tonal objectivation and tepid harmonic lyricism. An aesthetic inherited from later John Cage and Morton Feldman but further refined by Europe’s radical avant-gardes, related – primarily but not exclusively – to the Wandelweiser collective. These offshoots ended up commingling with the various expressions of an already evident and transversal “return to order”, bringing the new generation of minimalism towards the threshold of reductionism.
Even in a fervent and eclectic scene such as Scandinavia’s, the seeds of this rediscovered essentiality have begun to sprout: its emissary is once again the praiseworthy Swiss label INSUB. with two unpublished acoustic trios composed by Swedish-born pianist Johan Lindvall, joined by Fredrik Rasten’s guitar and Canadian Derek Shirley’s cello.

Previously published by the Wandelweiser imprint itself and assisted by his peer Rasten on both occasions (Solo / Ensemble, 2016; Giraffe, 2018), Lindvall has wisely chosen his collaborators for this live performance, dated November 2019, presenting two pieces that, in just a half hour, admirably exemplify the complementary faces of the contemporary reductionist poetics.
In this case, too, the crucial element is the touch: the utter concentration and sensitivity with which the strings are struck, plucked or vibrated from time to time, are able to transmute their natural timbre into pure voice, an acousmatic presence detached from the historical identity of the instrument from which it originates. The bows trace continuous lines that could be mistaken with the faint hum of electronic sine tones; the piano punctuates them with single notes or keys divided between two octaves, the last melancholy remnant of a classicism drained of any voluntary statement or formal frill.

Thus each gesture leaves a gentle mark – on the threshold of the incorporeal – on the apparent emptiness of the resonant space: in the context of such pregnant rarefaction stand out as particularly measured the performances by the now well-known Rasten and by Shirley, a member, among others, of the Vladislav Delay Quartet/Quintet and of the Konzert Minimal ensemble, with which he had previously played a few pieces by Antoine Beuger.
The second, short movement is nothing more than a coda but, by contrast, one of the most intense that can be found in this sober musical repertoire: in the fullness of chords and consonances finally re-emerges the dormant romantic afflatus, the luminous seed underlying the restoration of primary figures and colors that the new generation of interpreters, after a dutiful academic preparation, has chosen to undertake with heartfelt resolve.

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