Félicia Atkinson & Jefre Cantu-Ledesma – Un hiver en plein été

Shelter Press, 2021
ambient, electroacoustic

(ENGLISH TEXT BELOW)

Un’isola di introspezione e immaginifico torpore al riparo dal caldo agostano: le atmosfere irreali di Un hiver en plein été si sposano decisamente meglio al mese di pubblicazione che a quello dell’effettiva realizzazione in studio, dove nel 2019 il consolidato duo di Félicia Atkinson e Jefre Cantu-Ledesma si è trovato per la prima volta a comporre i propri dialoghi in compresenza, dieci anni dopo l’incontro a San Francisco.
Un connubio artistico, il loro, che sin da principio ha inteso produrre objets mélancoliques (Comme un seul narcisse, 2016), manufatti musicali non identificabili al confine estremo con l’onirico (Limpid as the Solitudes, 2018): un atlante di paesaggi interiori dai contorni appena sfumati, con un basso grado di permeabilità verso placidi ecosistemi naturali, dettagli ravvicinati in cui i pensieri vocalizzati dalla sound artist francese sembrano ricalcare il sussurro degli elementi.


L’inedita prossimità performativa differenzia sin da subito il terzo album collaborativo: se infatti il missaggio dei precedenti tendeva a mantenere i livelli sonori tra loro separati – una giustapposizione e stratificazione ponderata ma con pochi effetti di trasparenza –, il carattere spurio, detritico, dei primi collage elettroacustici è andato cedendo il passo a un più fertile equilibrio tra inserti effimeri di field recordings e tonalità sintetiche, cifre riconducibili principalmente alla carezzevole poetica ASMR di Atkinson.
Un hiver en plein été rappresenta al contempo lo sforzo di maggior astrazione dal reale e l’esito più organico raggiunto dal duo, evocando scenari retro sci-fi entro i quali la componente umana non è altro che un’ombra, l’obliato artefice di un ambiente epurato d’ogni forma di vita; una zona liminale della coscienza che sembra in grado di trattenere soltanto tracce sbiadite, residui non più significanti di ciò che un tempo l’abitava con vividezza.

Ci avviamo così a un ingresso in medias res nella narrazione verbale ma non in quella strumentale, che distende un tappeto di tastiere ovattate alla Badalamenti e abbozza il perimetro di questa terra di nessuno, percorsa da tremori sotterranei irregolari come pulsazioni cardiache dell’asfalto stesso; ogni interiezione sulla superficie pianeggiante del suono non è che un barlume passeggero, un accento sulla predominante desolazione che ci circonda. Poco alla volta l’aria si addensa con scie di fraseggi eterogenei – talvolta dal sapore neo-romantico, talaltra freddi e sconnessi –, sino a concentrare nel suo orizzonte pianoforti, flauti, sassofoni e contrabbassi privati della loro originaria materialità (“Septembers”).

La seconda facciata, d’altro canto, si inaugura all’insegna di un totale disorientamento: martellamenti ossessivi di tasti, sinistri grappoli di marimbe e indolenti sequenze di accordi circondano le microbiche presenze di uno stagno rovesciato, l’universo che si cela oltre lo specchio dell’acqua (“Not Knowing”); subito dopo, accompagnato da più languide progressioni melodiche, un rassicurante cinguettio di uccelli ricrea brevemente l’illusione di un contatto con l’innocenza di un paradiso perduto, salvo poi sprofondare definitivamente nell’oscura selva che ci attendeva sin dal nostro arrivo.

Attraverso un impianto prospettico di suggestiva alterità, Félicia Atkinson e Jefre Cantu-Ledesma ci guidano per mano in un altro viaggio alla periferia dell’impero della mente: il senso di confortevole straniamento che le loro opere infondono è divenuto un porto sicuro tra le impetuose correnti sperimentali del presente, laddove l’approccio superflat di certa musica elettronica tende a trascurare il fascino di un’espressività più sobria e obliquamente allusiva. In questo, Un hiver en plein été somiglia a un recipiente atto ad accogliere i percetti, i ricordi e le rimozioni di chi vi si accosta, integrandoli indistintamente nel suo sfuggente flusso fenomenico.

An island of introspection and imaginative torpor, safe from the August heat: the unreal atmospheres of Un hiver en plein été are definitely better matched with the month of its publication than to that of its actual realization in the studio, where in 2019 the consolidated duo of Félicia Atkinson and Jefre Cantu-Ledesma managed to compose its own dialogues face-to-face for the first time, ten years after their meeting in San Francisco.
Since the beginning their artistic union was intended to produce objets mélancoliques (Comme un seul narcisse, 2016), unidentifiable musical handcrafts at the extreme border with the oneiric (Limpid as the Solitudes, 2018): an atlas of inner landscapes whose outlines are slightly blurred, with a low degree of permeability towards placid natural ecosystems, close-up details in which the thoughts voiced by the French sound artist seem to be modelled on the whisper of the elements.

The unprecedented performative proximity immediately differentiates this third collaborative album: if, in fact, the mixing of the previous ones tended to keep the sonic levels separate from each other – a juxtaposition and stratification reasoned but with few transparency effects –, the spurious, detrital character of the first electroacoustic collages has then given way to a more fertile balance between ephemeral inserts of field recordings and synthetic tones, features mainly attributable to Atkinson’s caressing ASMR poetics.
Un hiver en plein été represents both the effort of greater abstraction from reality and the more organic outcome achieved by the duo, evoking retro sci-fi scenarios within which the human component is nothing more than a shadow, the forgotten architect of an environment purged of all forms of life; a liminal area of ​​consciousness that seems able to retain only faded traces, the no longer significant residues of what once inhabited it vividly.

We thus approach an in medias res opening of the verbal narration but not the instrumental one, which spreads out a carpet of muffled keyboards a la Badalamenti and sketches the perimeter of this no man’s land, crossed by irregular underground tremors like heartbeats of the asphalt itself; every interjection on the leveled surface of sound is but a fleeting glimpse, an accent on the predominant desolation that surrounds us. Little by little the air thickens with trails of heterogeneous phrasings – sometimes with a neo-romantic flavor, other times cold and disjointed – to the point of gathering in its horizon pianos, flutes, saxophones and double basses deprived of their original materiality (“Septembers”).

The second side, on the other hand, opens in the name of a total disorientation: obsessive hammering of keys, sinister marimba clusters and indolent sequences of chords surround the microbial presences of an overturned pond, the universe that lies beyond the mirror of water (“Not Knowing”); immediately after, accompanied by more languid melodic progressions, a reassuring chirping of birds briefly recreates the illusion of contact with the innocence of a paradise lost, only to ultimately sink into the obscure wilderness that awaited us since our arrival.

Through a perspective layout of suggestive otherness, Félicia Atkinson and Jefre Cantu-Ledesma lead us by the hand on another journey to the periphery of the empire of the mind: the sense of comfortable estrangement that their works infuse has become a safe haven among the impetuous experimental currents of the present, where the superflat approach of certain electronic music tends to neglect the charm of a more sober and obliquely allusive expressiveness. In this, Un hiver en plein été resembles a vessel capable of receiving the percepts, memories and repressions of those who approach it, integrating them without distinction into its elusive phenomenal stream.

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