John Cage – Number Pieces

Apartment House

Another Timbre, 2021
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Facendo di necessità non soltanto virtù, ma finanche progresso, nei suoi ultimi anni di vita e di produzione musicale il maestro “spartiacque” del Novecento inventava il riduzionismo. È questa, in estrema sintesi, la storia dei cosiddetti ‘number pieces’, destinati al soddisfacimento delle sempre più copiose commissioni che John Cage ricevette tra i decenni ottanta e novanta, quando l’epoca del gran rifiuto e degli scandali – sia sul fronte accademico che su quello del pubblico borghese – si andava assopendo e il maestro americano veniva finalmente (e universalmente) riconosciuto in quanto tale.


Se prima di ascoltare uno di questi brani vi capitasse sotto gli occhi la relativa partitura, la sola resa grafica apparirebbe tutt’al più curiosa, col senno di poi decisamente “cageana”, ma risulterebbe difficile immaginare la quieta bellezza che un’esecuzione fedele alle intenzioni originali può dischiudere. Pentagrammi tronchi affastellati, quasi sospesi nel laconico biancore della pagina, dove ciascun frammento contiene una o due semplici notazioni appena, con l’indicazione di una finestra temporale entro cui eseguirle: sono le time-brackets, espediente in parte derivato dall’amico e collega Morton Feldman, vòlto a introdurre princìpi di indeterminazione in una stesura musicale altrimenti rigorosa, benché ridotta ai minimi termini, regolata da una durata complessiva prestabilita.

Avviene così che entro un lasso di tempo immutabile si verifichino infinite micro-variazioni tali da rendere ciascuna esecuzione un’istanza autonoma, mai riproducibile nello stesso modo. La partitura diviene uno spazio da colmare con precisione puntillistica, il cronometro uno strumento essenziale alla performance: i gesti sonori possono allora incontrarsi tra loro come divergere, laddove l’unico parametro ineludibile è l’altezza, mentre la durata e la dinamica di ciascun frammento sono a discrezione degli interpreti, purché rispettose dei limiti parentetici.
Una musica in perfetta comunione col silenzio, dal quale i timbri affiorano per poi ritornarvi senza lasciar traccia. Impermanente e perciò stesso avvinta all’attimo presente, l’estetica dei ‘number pieces’ avrebbe ispirato, tra gli altri, tutta quell’ampia schiera di compositori riuniti nel collettivo Wandelweiser, i quali, dagli anni novanta ai giorni nostri, hanno forse rappresentato l’ala più radicalmente in controtendenza rispetto ai linguaggi ibridi e ipertrofici del terzo millennio.

Dall’enigma zen del giardino Ryoanji a Kyoto, dove le quindici pietre disposte su un letto di sabbia non sono mai tutte visibili al contempo, idealmente germogliano brani come giardini d’assenza, horti conclusi irreali entro cui le voci degli strumenti – in numero pianamente indicato dai titoli, senza ulteriori specifiche – si stagliano timidamente in fragili concrezioni di suono in perpetuo decadimento, mai sostenute da vibrati e dunque esposte all’imperfezione, all’emersione delle sfumature residuali che si celano tra le pieghe dei toni continui.
Gli organici ridotti cui questa raccolta è dedicata (da cinque a quattordici esecutori) accentuano l’impressione di un canto elementale, non sollecitato, situato al di là del bene e del male poiché obbediente soltanto alle leggi endogene di una natura sonorum ermetica e ineffabile; un orizzonte fenomenico nel quale “la foglia che cade e il nubifragio che sommerge l’Australia hanno la stessa importanza” (Paolo Castaldi) ma l’eco discreta della prima, paradossalmente, sembra risuonare con più forza.

Attraversando per la prima volta il placido flusso di queste partiture si può andare incontro a un nuovo paradigma d’ascolto: l’attenzione si sposta sui singoli tratti sonori, eventi che danno forma sensibile al tempo e lo rivestono di una sobria solennità, talvolta sottolineata da ottoni orchestrali e percussioni in bronzo. Scevro da pathos ma espresso con mirabile densità, il lamento di queste suite sembra descrivere in astratto il tenue crepuscolo di un secolo tormentato, permeato di crisi e conflitti mai destinati a risolversi.
Ma quello di Cage non è un giudizio finale, né un’incerta risposta ai dilemmi etici ed estetici sorti nell’arco della sua esistenza: è piuttosto una dichiarazione di neutralità e d’accettazione incondizionata, il segno compiuto di una pacificazione a lungo perseguita e infine raggiunta, sacrificando per sempre le invenzioni inusitate e l’oltranzismo degli happening in favore di una scrittura cristallina, sublimante, propedeutica alla completa sparizione del suo artefice.

Pur tributando tutto il merito possibile agli ensemble che sin dal principio si sono cimentati con questi episodi di straordinaria “verticalità” espressiva, davvero si avvertiva la necessità di un riferimento discografico (ancorché parziale) come quello compilato da Another Timbre assieme agli eccellenti Apartment House, ormai “resident” dell’etichetta di Simon Reynell. Devota alle figure cardine del Novecento ma saldamente calata nella contemporaneità, la formazione inglese sembra trovare nei ‘number pieces’ la sua grammatica di base, l’Alfa e l’Omega del suo repertorio in continua espansione: un porto sicuro al quale tornare per ritrovare la matrice e l’essenza profonda della ricerca riduzionista, rivolta a una manifestazione nuda e incorrotta del suono acustico, epurato da ogni affettazione o stilizzazione che possa tradire una precisa intenzione autoriale, un riflesso del compositore classico quale dispotico deus ex machina. Una musica di nessuno, e dunque assoluta.


Apartment House: Anton Lukoszevieze, cello; Heather Roche, clarinets; Chloe Abbott, trumpet; George Barton, percussion; Stuart Beard, tuba; Mira Benjamin, violin; Raymond Brien, clarinets; Bridget Carey, viola; Pete Furniss, bass clarinet; Mark Knoop, piano; Simon Limbrick, percussion; Chihiro Ono, violin; James Opstad, double bass, Joe Qiu, bassoon; Christopher Redgate, oboe; Siwan Rhys, piano; Nancy Ruffer, flutes; Laetitia Stott, horn; Barrie Webb, trombone

Making of necessity not only virtue, but also progress, in his last years of life and musical production the “watershed” master of the 20th century invented reductionism. This is, in a nutshell, the story of the so-called ‘number pieces’, intended to comply with the ever more copious commissions that John Cage received between the eighties and nineties, when the era of great refusals and scandals – both on the academic front and that of the bourgeois public – began to fade and the American master was finally (and universally) recognized as such.

If, before listening to one of these works, if you were to set eyes on its relative score, the graphic rendering alone might appear curious at most, with hindsight decidedly “Cage-esque”, but it would be difficult to imagine the quiet beauty that a performance faithful to original intentions can disclose. Stacked, truncated staves, almost suspended in the laconic whiteness of the page, where each fragment contains just one or two simple notations, with the indication of a temporal window within which to play them: these are the time-brackets, an expedient partly derived from the friend and colleague Morton Feldman, aimed at introducing principles of indeterminacy in an otherwise rigorous musical writing, albeit reduced to a minimum, governed by a predetermined total duration.

Thus it happens that within an immutable lapse of time, infinite micro-variations occur such as to render each rendition an autonomous instance, never reproducible in the same way. The score becomes a space to be filled with pointillistic precision, the chronometer an essential tool for the performance: sound gestures may then meet each other as well as diverge where the only unavoidable parameter is pitch, while the duration and dynamics of each fragment are at the players’ discretion, as long as they respect the parenthetical limits.
A music in perfect communion with silence, from which the timbres emerge and then return to it without leaving a trace. Impermanent and therefore bound to the present moment, the aesthetics of the ‘number pieces’ would later inspire, among others, all that large pool of composers gathered in the Wandelweiser collective, who, from the nineties to the present day, have perhaps represented the wing more radically in contrast with the hybrid and hypertrophic languages ​​of the third millennium.

From the Zen enigma of the Ryoanji garden in Kyoto, where the fifteen stones arranged on a bed of sand are never all visible at the same time, pieces like gardens of absence ideally sprout, unreal horti conclusi within which the voices of the instruments – the number of which is matter-of-factly stated by the titles, without further specifications – they timidly stand out in fragile concretions of perpetually decaying sound, never sustained with vibratos and therefore exposed to imperfection, to the emergence of residual nuances hidden between the folds of continuous tones.
The small ensembles to which this collection is dedicated (from five to fourteen performers) accentuate the impression of an elemental, unsolicited song, standing beyond good and evil as it obeys only to the endogenous laws of a hermetic and ineffable natura sonorum; a phenomenal horizon in which “the falling leaf and the storm that engulfs Australia hold the same importance” (Paolo Castaldi) but the discreet echo of the former, paradoxically, seems to resonate more strongly.

Going through the placid flow of these scores for the first time, a new listening paradigm can be encountered: the attention shifts to individual sonic features, events that give a tangible shape to time and enshroud it with a sober solemnity, sometimes underlined by orchestral brass and bronze percussion. Devoid of pathos yet expressed with remarkable density, the lament of these suites seems to describe in the abstract the tenuous twilight of a troubled century, permeated by crises and conflicts destined to never be resolved.
But Cage’s is not a final judgment, nor a tentative answer to the ethical and aesthetic dilemmas that arose throughout his existence: it is rather a declaration of neutrality and unconditional acceptance, the fulfilled sign of a pacification long pursued and finally achieved, sacrificing once and for all the unusual inventions and the extremism of happenings in favor of a crystalline, sublimating writing, preparatory to the complete disappearance of its creator.

While giving all possible credit to the ensembles that since the beginning have engaged in these episodes of outstanding expressive “verticality”, there truly was a need for a discographic reference (albeit partial) such as the one compiled by Another Timbre together with the excellent Apartment House, by now “residents” of Simon Reynell’s label. Devoted to the pivotal figures of the 20th century but firmly rooted in the contemporaneity, the English group seems to find in the ‘number pieces’ its basic grammar, the Alpha and Omega of its ever-expanding repertoire: a safe haven to return to in order to find the matrix and the profound essence of reductionist research, aimed at a naked and uncorrupted manifestation of acoustic sounds, purged of any affectation or stylization that could betray a precise authorial intention, a reflection of the classical composer as a despotic deus ex machina. A music of none, and therefore absolute.

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