Bruno Duplant / Guy Vandromme – L’infini des possibles

Elsewhere, 2021
contemporary classical

(ENGLISH TEXT BELOW)

Nel divorante caos del mondo contemporaneo si qualifica come compositore colui che è ancora in grado di trovare lo spazio, il tempo e la lucidità per mettersi in ascolto di sé stesso, solo in seguito trasferendo questo sentire – seppure in minima parte – nell’opera musicale. Ma che ne è dell’interprete? In epoca post-classica il rapporto tra le due parti non può più essere unilaterale: si instaura la parità di ruolo dell’autore e dell’esecutore, laddove il primo offre null’altro che un tratteggio, uno scheletro non di come il brano è, ma di come può essere, mentre al secondo spetta l’ancor più oneroso compito di colmare le profonde, intenzionali lacune che attraversano la partitura.


In questo senso l’étude diviene il tramite per dare una forma provvisoria al possibile, la conditio sine qua non di un delineamento espressivo incerto e nondimeno, paradossalmente, del tutto cristallino. Questa l’essenza del riduzionismo di Bruno Duplant, aperto come pochi altri all’idea di una creazione musicale di matrice profondamente partecipativa: la notazione su carta, di conseguenza, deve assumere i connotati di una mappa, uno strumento per orientare gesti precisi ma irripetibili, interamente calati nell’attimo presente dell’esecuzione.

Le dodici pagine de “L’infini des possibles” si danno come filari di lettere mute, caratteri minuscoli dalla ‘a’ alla ‘g’ i quali coincidono con le note della scala maggiore, la distesa di tasti bianchi che percorre in lunghezza il pianoforte. In assenza di altri parametri espliciti, i punti e gli spazi vuoti fra le lettere divengono a loro volta un alfabeto del silenzio, lo specchio nel quale i minuti eventi sonori si riflettono e prolungano la loro esistenza. Allora il bianco accoglie non soltanto il processo di decadimento acustico, ma anche il ricordo cumulativo di ciò che per sua natura è effimero, sospeso in un tempo reale che non può ritornare.

Nell’individuale “traduzione” offerta dal pianista Guy Vandromme non soltanto si compie un altro emblematico saggio di virtuosismo “verticale” – il soppesamento del tocco come qualità indispensabile per immedesimarsi in questi radicali frangenti espressivi –, ma si fa esperienza indiretta della “solitudine del maratoneta” che percorre con eguale dedizione ogni grado di dinamica, da un luminoso presque rien al più scuro e inquieto moto d’animo, benché suonati sempre “sobriamente, lentamente e con una dolce malinconia”, come suggerito da Duplant.
Ed è soltanto nel pieno dell’ascolto che l’étude si rivela anche quale evocazione neo-romantica, richiamo a una musica tutta interiore nel cui flusso si affacciano echi di Debussy e Mompou, Ligeti, Palestine e Feldman, tracce invisibili e indivisibili di un vissuto musicale che come l’alta marea si erge dalle pieghe più recondite di partiture altrimenti ermetiche, esteriormente prive di qualunque vezzo o dettaglio grafologico.

Tramontata l’utopia del gesamtkunstwerk, compositori come Duplant ricercano la bellezza e la verità dell’umano sentire nel non finito, fermandosi sulla soglia oltre la quale si intravede lo sconfinato orizzonte del possibile. Dalla vertigine dell’opera inespressa l’interprete ne ricava un distillato che sarà sempre la prima e ultima iterazione del suo essere presente: un dono umile, inestimabile, attraverso cui l’arte si intreccia gentilmente alla vita e con essa riluce di un fulgore sempre nuovo.


In the devouring chaos of the contemporary world, qualifying as a composer is he who is still able to find the space, time and clarity to listen to himself, only later channeling this feeling – albeit to a small extent – into the musical work. But what about the performer? In the post-classical era the relationship between the two parts can no longer be one-sided: the equal role of of the author and the performer is established, where the former offers nothing but a sketch, a skeleton not of how the piece is, but of how it can be, while the latter is invested with the even more onerous task of filling the deep, intentional gaps that run through the score.

In this sense, the étude becomes the means to give a provisional form to the possible, the sine qua non of an uncertain and yet, paradoxically, completely crystalline expressive outline. Here’s the essence of Bruno Duplant’s reductionism, him being open like few others to the idea of a profoundly participatory musical creation: the notation on paper, consequently, must take on the characteristics of a map, a tool for orienting precise though unrepeatable gestures, entirely immersed in the present moment of execution.

The twelve pages of “L’infini des possibles” present themselves as rows of mute letters, lowercase characters from ‘a’ to ‘g’ coinciding with the notes of the major scale, the expanse of white keys that covers the length of the piano. In the absence of other explicit parameters, the periods and empty spaces between the letters become in turn an alphabet of silence, the mirror in which the minute sound events are reflected and prolong their existence. Thus the white welcomes not only the acoustic process of decay, but also the cumulative memory of what by its nature is ephemeral, suspended in a real time that cannot return.

Bruno Duplant | Guy Vandromme

In the individual “translation” offered by pianist Guy Vandromme, not only does another emblematic proof of “vertical” virtuosity take place – the weighting of touch as a crucial quality in order to identify oneself with these radical expressive domains – but one may also indirectly experience the “solitude of the long-distance runner” who passes through every degree of dynamics with equal dedication, from a luminous presque rien to the darkest, most unquiet impulse of the soul, although always played “soberly, slowly and with a sweet melancholy”, as suggested by Duplant.
And it is only in the midst of listening that the étude also reveals itself as a neo-romantic evocation, the reference to an entirely inner music in whose flow appear echoes of Debussy and Mompou, Ligeti, Palestine and Feldman, invisible and indivisible traces of a lived-through experience of music that, like the high tide, rises from the innermost folds of scores otherwise hermetic, outwardly devoid of any graphological whim or detail.

With the twilight of the gesamtkunstwerk utopia, composers like Duplant seek the beauty and truth of human feeling in the unfinished, halting at the threshold beyond which the boundless horizon of possibility can be glimpsed. From the vertigo of the unexpressed work, the performer draws a distillation that will always be the first and last iteration of its being present: a humble, invaluable gift through which art gently intertwines with life, and with it shines of an ever-new radiance.

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