Toshimaru Nakamura / Tetuzi Akiyama – Idiomatic Expressionism

Ftarri, 2021
eai, onkyo

(ENGLISH TEXT BELOW)

Materie inerti che si animano e collidono, tra improvvisi fiotti di calore strumentale e cruda astrazione analogica. Tra i più rodati esponenti dello sperimentalismo radicale giapponese, Toshimaru Nakamura e Tetuzi Akiyama riescono come pochi altri ad agevolare l’attrazione degli opposti, rendendo le loro pratiche performative un dispositivo di ascolto reciproco ma anche di contrasto accidentale, consci che la totale dedizione al suono (onkyō) nel suo farsi sia di per sé sufficiente a garantire una sorta di equilibrio tra le parti, per quanto labile e provvisorio.


Con le fidate armi della no-input mixing board e della chitarra acustica o elettrica, Nakamura e Akiyama sono stati – assieme all’altrettanto cruciale Taku Sugimoto – iniziatori e protagonisti della radicale scena emersa (si fa per dire) a Tokyo sul finire degli anni Novanta, così come documentata nel leggendario compendio live The Improvisation Meeting at Bar Aoyama (Reset, 1999) e nei vari ‘Meeting at Off Site’ dei primi anni Duemila; per poi arrivare, dopo numerose tangenze, all’album in duo Semi-Impressionism (Spekk, 2009), non soltanto il predecessore ma un’autentica matrice per i dialoghi elettroacustici del presente Idiomatic Expressionism, edito dalla prolifica e virtuosa Ftarri, etichetta di riferimento per queste ambigue derive estetiche.

Se nell’incursione di dodici anni fa – tre lunghi estratti da performance live – le manipolazioni di Nakamura si davano ancora come pervasive (e talvolta violente) interferenze nel placido tessuto armonico di Akiyama, i cinque episodi di questo primo lavoro in studio appaiono all’insegna di una pacatezza condivisa, dove il gesto spontaneo non è esente da caratteri atmosferici e comunque non arriva mai a solcare le ruvide saturazioni noise di un tempo.
Un understatement espressivo che certo risente del clima di irreale sospensione vissuto tra il 2020 e il 2021, ma che in qualche modo sottolinea e riconferma anche il grado di maturità raggiunto dai due amici performer, l’accresciuta sensibilità nella calibrazione di ogni singolo intervento sonoro, dalla più minuta e interstiziale punteggiatura alla pienezza di un accordo risonante.

A distinguersi in particolar modo è la delicata grammatica di contatti elettrici e glitch di Nakamura, forse mai così misurato nell’impiego del suo non-strumento d’elezione: di bellezza rivelatoria, nel secondo movimento, i tappeti di feedback crescente che si dispiegano attorno ai netti pizzicati di Akiyama, sino a divenire gelide onde corte senza tonalità apparente; e ancora, nel terzo brano, le frequenze acute si stringono in un lamento soffocato dal pathos quasi umano, un gorgogliare di click e fruscii che sembrano trascendere la loro origine illusoria e impalpabile.

Al crocevia tra David Grubbs e il Derek Bailey più crepuscolare, la chitarra segue le proprie traiettorie con incedere imperturbabile, deviando soltanto in chiusura dallo sghembo lirismo predominante, operando sfregamenti sul legno e sulle corde smorzate che ne rivelano il lato più inquieto: un finale dai toni sinistri per un ritorno d’inaspettata intensità emotiva, oltre che di consueta audacia formale.

Inert matters coming alive and colliding, between sudden gushes of instrumental heat and raw analog abstraction. Among the most experienced figures of Japanese radical experimentalism, Toshimaru Nakamura and Tetuzi Akiyama manage like few others to facilitate the attraction of opposites, making their performance practices a device for mutual listening but also of accidental contrast, aware that a total dedication to sound (onkyō) in its making is sufficient in itself to ensure a sort of balance between the parts, however labile and provisional.

With the trusty weapons of the no-input mixing board and the acoustic or electric guitar, Nakamura and Akiyama were – together with the equally crucial Taku Sugimoto – the initiators and protagonists of the radical scene that emerged (so to speak) in Tokyo in the late 90s, as documented in the legendary live compendium The Improvisation Meeting at Bar Aoyama (Reset, 1999) and in the various ‘Meeting at Off Site’ releases of the early 2000s; and then, after numerous tangencies, the duo record Semi-Impressionism (Spekk, 2009), not only the predecessor but an authentic matrix for the electroacoustic dialogues of the present Idiomatic Expressionism, published by the prolific and virtuous Ftarri, a label of reference for these ambiguous aesthetic currents.

If in the foray from twelve years ago – three long excerpts from live performances – Nakamura’s manipulations still gave themselves as pervasive (and sometimes violent) interference in Akiyama’s placid harmonic weaving, the five episodes of this first studio work seem to be born out of a shared calmness, where the spontaneous gestures are not exempt from atmospheric traits and in any case never reach the coarse noise saturations of the past.
An expressive understatement that was certainly affected by the climate of unreal suspension experienced between 2020 and 2021, but which in some way also underlines and reconfirms the degree of maturity achieved by the two performer friends, the increased sensitivity in the calibration of every single sound intervention, from the most minute and interstitial punctuation to the fullness of a resonant chord.

What stands out in particular is Nakamura’s delicate grammar of electrical contacts and glitches, perhaps never so measured in the use of his non-instrument of choice: of revealing beauty, in the second movement, are the thickening feedback carpets unfolding around Akiyama’s sharp pizzicatos, until the former become icy short waves with no apparent tonality; and again, in the third track, the high frequencies tighten in a suffocated lament of a nearly human pathos, a gurgling of clicks and rustles that seem to transcend their illusory and impalpable origin.

At the crossroads between David Grubbs and the most crepuscular Derek Bailey, the guitar follows its own trajectories with an imperturbable pace, deviating only in the finale from its predominant crooked lyricism, rubbing the wood and the damped strings so as to reveal its more unquiet side: an ending in sinister tones for a return of unexpected emotional intensity, as well as the usual formal audacity.

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