Anastassis Philippakopoulos / Jürg Frey – Wind and Light

elsewhere, 2021
contemporary classical, reductionism

(ENGLISH TEXT BELOW)

Itaca. Nella notte, il canto di Penelope si confonde con quello di sirene che nuotano lungo altre sponde lontane: è l’eco di un viaggio mai intrapreso, sepolta nella memoria mitologica del Mediterraneo. Un mare di suoni muti, non suscitati, da sempre presenti e dunque percepiti come un silenzio. Ecco, forse, il senso nascosto negli spazi bianchi – mai vuoti – delle partiture di Anastassis Philippakopoulos, quintessenza dell’estetica riduzionista facente capo al collettivo Wandelweiser. Con lui un altro dei suoi esponenti paradigmatici, il maestro svizzero Jürg Frey, recatosi in terra ellenica nel 2016 per incidere i brani solisti composti dal comprimario ateniese, la cui limpida notazione è nel tempo divenuta tutt’uno con l’orizzonte, frazionamento dell’ideale continuità tra la distesa d’acqua e il cielo.


Talmente semplice da divenire trasparente, il titolo di questa opera condivisa allude ai suoi elementi fondanti: il clarinetto è per definizione il fiato, il respiro della natura che è il vento, i tasti del pianoforte i raggi di luce; due presenze incorporee ma avvertibili, al punto di plasmare e stravolgere il paesaggio che attraversano.
Con incedere lineare, soltanto lievemente interrogativo, Frey intona i sommessi cantabili dell’anima senz’ombra di risonanza, riassorbiti dalla quiete irreale della marina al chiaro di luna. Philippakopoulos assolutizza lo specchio mutevole delle onde, ne assomma le increspature sino a renderlo una tavola levigata; non se ne percepisce il colore, soltanto le complementari geometrie dei chiaroscuri che accoglie spontaneamente sulla sua superficie.

Non posso dunque fare a meno, ancora una volta, di sentirmi condotto in un metafisico altrove (elsewhere) da queste pagine di desolato splendore che, proprio come le fotografie, alludono sempre a ciò che sta oltre l’inquadratura, alla prosecuzione del reale al di là di essa. Così, nell’ascolto immersivo, non serve domandarsi se e quando il canto si spegnerà, poiché le sue esili traiettorie melodiche continueranno ugualmente a riverberarsi nella nostra immaginazione.


Ithaca. At night, Penelope’s song merges with that of sirens swimming along other distant shores: it is the echo of a journey never undertaken, buried in the mythological memory of the Mediterranean. A sea of mute, unsolicited sounds, always present and therefore perceived as silence. Here, perhaps, lies the meaning hidden in the white – never empty – spaces of Anastassis Philippakopoulos’ scores, a quintessence of the reductionist aesthetics related to the Wandelweiser collective. With him, another one of its paradigmatic exponents, Swiss maestro Jürg Frey, who visited the Hellenic area in 2016 to record the solo pieces composed by his Athenian peer, whose limpid notation has become, over time, one and the same with the horizon, a fractioning of the ideal continuity between the expanse of water and the sky.

So simple as to become transparent, the title of this shared work alludes to its founding elements: the clarinet is by definition the wind, the breath of nature, while the piano keys are rays of light; two incorporeal but perceptible presences, to the point of shaping and disrupting the landscape they cross.
With a linear, only slightly interrogative pace, Frey intones the hushed cantabili of the soul without a shadow of resonance, reabsorbed by the unreal stillness of the moonlit marina. Philippakopoulos absolutizes the mutable mirror of the waves, overlapping its ripples until they result in a smooth board; one cannot perceive its color, only the complementary geometries of the chiaroscuro that it spontaneously welcomes on its surface.

Once again, therefore, I cannot help but feeling led towards a metaphysical elsewhere by these pages of desolate splendor which, just like photographs, always allude to what lies beyond the frame, to the continuation of the reality beyond it. Thus, in immersive listening, there’s no need to wonder if and when the song will fade, since its slender melodic trajectories will nonetheless continue to reverberate in our imagination.

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